mercoledì 5 maggio 2021

Proscenio, Paolo Roberto Santo a Fattitaliani: per me la regia è una riscrittura di un testo. L'intervista

Debutta in prima assoluta al Teatro Belli di Roma, sabato 15 e domenica 16 maggio, IL MANIFESTO, spettacolo scritto e diretto da Paolo Roberto Santo, interpretato da Francesco Bonaccorso.

Un monologo ironico e malinconico, che parte dall’esperienza personale del protagonista, Tommaso, per affrontare un viaggio nel contemporaneo e una riflessione sui sogni e le ambizioni di un giovane uomo, sul lavoro, sulla vita o meglio sul mestiere di vivere. Fattitaliani ha intervistato l'autore e regista per la rubrica Proscenio.
"Il Manifesto" in che cosa si contraddistingue rispetto ad altri suoi testi?
L’elemento principale che distingue “Il Manifesto” da altri testi teatrali che ho scritto è l’utilizzo dell’ironia. Con il tempo ho capito che quest’ultima è la chiave per trattare temi seri e complicati come la ricerca della propria identità e di un posto nel mondo. 
Utilizzare un linguaggio apparentemente leggero, mi permette di approfondire meglio alcune sfumature della nostra contemporaneità e più in generale dell’essere umano.
Quale linea di continuità, invece, porta avanti ?
La linea di continuità dei miei testi è sicuramente una ricerca costante dei sentimenti e delle motivazioni dei personaggi. Ho cercato di descrivere meglio che potevo i sentimenti spesso contrastanti del protagonista, con la volontà di delinearlo in tutta la sua umana fragilità. E questo sforzo credo proprio che sia il filo rosso che unisce tutto quello che ho fatto finora.
Com'è avvenuto il suo primo approccio al teatro?  Racconti...
Sin da bambino ho avuto la passione per la recitazione, ma tenevo sempre nascosto questo interesse, poiché ero e sono tuttora fondamentalmente timido. In famiglia nessuno aveva avuto esperienze teatrali, quindi per molti anni lasciai perdere la cosa. Poco dopo il diploma, un mio caro amico mi propose di iscriverci a un laboratorio teatrale.  Accettai senza pensarci troppo su e da lì cominciò tutto. Dopo aver frequentato come attore diversi laboratori teatrali a Messina, ho deciso di lasciare la facoltà di giurisprudenza per iscrivermi al Dams. In quegli anni ho messo in scena il mio primo corto teatrale all’interno di un laboratorio di drammaturgia e scrittura organizzato dall’università. Ho proseguito poi gli studi a Roma, laureandomi in Cinema, Televisione e Produzione multimediale presso il Dams di Roma Tre, e successivamente ho conseguito un Master in sceneggiatura. Negli anni dell’università ho avuto modo di sperimentare la scrittura di piccole drammaturgie e sceneggiature di cortometraggi. Gradualmente mi sono reso conto che riesco ad esprimermi meglio come autore che come attore. 
Quando scrive un testo nuovo può capitare che i volti dei personaggi prendano man mano la fisionomia di attrici e attori precisi?
Diciamo che non è una regola, ma nel caso de “Il Manifesto” avevo già in mente Francesco Bonaccorso, e quindi il personaggio ha avuto sin da subito un volto. 
È successo anche che un incontro casuale ha messo in moto l'ispirazione e la scrittura?
Con “Il Manifesto” è successo. Un pomeriggio, mi trovavo in macchina con la mia compagna, precisamente su Viale Marconi. Eravamo fermi a un semaforo. A un certo punto sul marciapiede di destra, arriva con passo sostenuto e sguardo forzatamente sereno un ragazzo che indossava un cartellone pubblicitario. Da lì è partito tutto.
L’elemento che attira la mia curiosità e mette in moto le idee è la linea sottile che divide ciò che siamo dal modo in cui vorremmo apparire. Mi capita spesso infatti di osservare le persone, e notare l’attimo in cui perdono il controllo di sé. Questa cosa accende la mia fantasia, non saprei spiegarlo in altra maniera. 

Per un autore teatrale qual è il più grande timore quando la regia è firmata da un'altra persona?
Per me la regia è una riscrittura, quindi il timore più grande è che la visione del regista non corrisponda alla visione dell’autore, e che quindi la messa in scena stravolga la natura del testo rendendolo, nei casi più estremi, anche incomprensibile.
Quanto è d'accordo con la seguente citazione e perché: "Benvenuti a teatro. Dove tutto è finto ma niente è falso" di Gigi Proietti?
Sono totalmente d’accordo. Leggendo questa frase di un maestro come Proietti, mi viene in mente anche la frase di un altro grandissimo che è De Filippo “Nel teatro si vive sul serio quello che gli altri recitano male nella vita”. 
In teatro ci troviamo di fronte a una finzione esplicitata, ma che spesso smaschera la finzione, meno evidente, presente nella vita di tutti i giorni.
Una finzione che il teatro esorcizza, rendendola a mio avviso più sopportabile, e riuscendo a farcela stare addirittura simpatica. 
Il suo aforisma preferito sul teatro... o uno suo personale...
Credo che quello di De Filippo, citato nella domanda precedente possa essere il mio aforisma preferito! 
Assiste sempre alla prima assoluta di un suo lavoro? 
Questo è il primo allestimento di un mio spettacolo integrale, quindi credo che potrò rispondere a questa domanda fra qualche anno!
L'ultimo spettacolo visto a teatro prima della pandemia? 
L’ultimo spettacolo che ho visto dal vivo prima della chiusura dei teatri, è stato “Sei” un allestimento di “Sei personaggi in cerca d’autore” della compagnia Scimone/Sframeli, al Teatro Vascello di Roma.
L’ho trovato particolarmente interessante, non solo per la tensione costante che sono riusciti a creare, ma soprattutto per l’ironia sottile, che conferiva a tutto lo spettacolo il senso del ritmo, elemento per me fondamentale sia teatro che nella vita. 
Comunque essendo anche un videomaker, durante la pandemia, ho avuto la fortuna di frequentare il Teatro Belli, per realizzare i video degli spettacoli della rassegna Trend - Nuove Frontiere della scena britannica, andata in scena per la prima volta in formato virtuale. Questo mi ha dato l’opportunità di continuare a vivere, nonostante tutto, il teatro.
Degli attori del passato chi vorrebbe come protagonisti ideali di un suo spettacolo? 
Direi che se la giocano Marcello Mastroianni e Vittorio Gassman! Perché erano un perfetto connubio di ironia e malinconia. 
Il miglior testo teatrale in assoluto qual è per lei?
La scelta è veramente complicata, ma “Aspettando Godot” potrebbe essere uno dei migliori testi in assoluto. Nonostante i dialoghi minimali, il testo è una vera e propria partitura musicale. 
La migliore critica che vorrebbe ricevere?
Mi piacerebbe che le persone si riconoscessero ne “Il Manifesto” e al tempo stesso sentissero che ha comunicato qualcosa di vero.
La peggiore critica che non vorrebbe mai ricevere?
Che lo spettacolo risulti retorico. 
Dopo la visione dello spettacolo, che cosa Le piacerebbe che il pubblico portasse con sé a casa?
La consapevolezza che essere fragili, avere delle difficoltà o ancora il non essere perfetti, fanno parte della natura umana e non rappresentano un problema ma al contrario un qualcosa che ci accomuna e ci rende simili. 
C'è un passaggio, una scena che potrebbe sintetizzare in sé il significato e la storia de "Il Manifesto"?
È una domanda difficile, ma credo che una tra le scene più significative de “Il Manifesto” è il momento in cui il protagonista Tommaso, ricorda le parole di Gaia che rappresentano per lui un modo di vivere “Perché, secondo Gaia, solo cercando di capire gli altri avrei capito me stesso.” Giovanni Zambito.


LO SPETTACOLO

Tommaso, fuorisede sui venticinque anni, dopo aver conseguito la laurea in “Scienze della Comunicazione” si barcamena come può per trovare un lavoro e dare uno scopo alla sua vita.

Un pomeriggio come tanti, dopo innumerevoli colloqui rivelatisi delle clamorose fregature, arriva l’occasione giusta... o quantomeno l’unica:un lavoro come cartellone umano per pubblicizzare il nuovo, rivoluzionario modello di carta igienicacontenente al suo interno uno strato di sapone solidificato. La mansione consiste nel diventare un vero e proprio manifesto umano. Tommaso dovrà vagare per la città indossando il cartellone pubblicitario, nella speranza che qualcuno lo noti.

Nelle sue lunghe passeggiate il ragazzo osserva le persone, cerca di capire qualcosa sugli altri e su sé stesso.Si domanda il motivo per cui, per avere una minima prospettiva di vita, debba andare in giro con un cartellone addosso. E soprattutto si chiede perché, con o senza cartellone, venga continuamente ignorato dal resto del mondo.

L’aspetto fisico, il carattere, le parole non dette, quelle che avrebbe fatto meglio a dire, e quelle che non avrebbe mai dovuto pronunciare, sono i pensieri che scatenano in lui una lunga riflessione che lo porterà a mettere in discussione tutta la sua vita.

“Il Manifesto” è un monologo teatrale caratterizzato da una messa in scena minimale ed essenziale, esaltata da proiezioni video con cui l'attore entra in relazione.  Il protagonista si muove in uno spazio semi vuoto dove il gioco teatrale prende vita attraverso luci ed ombre con cui il protagonista si ritrova a dialogare e quindi a rapportarsi, e che si fanno metafora di passanti incontrati per strada o ombre di fantasmi interiori.  

Come Tommaso è apparentemente immerso nella sua solitudine, così l'attore mette alla prova le sue capacità espressive e interpretative, traendo forza da un allestimento privo di orpelli.

Momenti brillanti si fondono con altri più intimi ed introspettivi a intessere un “manifesto” della nostra contemporaneità, di una generazione, del cosa voglia dire per un giovane inseguire un sogno oggi. Tra ambizione, delusione, coraggio.