lunedì 22 marzo 2021

Nino Manfredi, Andrea Ciaffaroni: rendeva perfetto ogni personaggio come il meccanismo di un orologio. L'intervista di Fattitaliani

Per festeggiare il Centenario della nascita di Nino Manfredi, Andrea Ciaffaroni ha scritto una biografia (Sagoma Editore) curata nei minimi dettagli, ricca di interviste inedite e corredata da 150 foto, alcune rare e inedite, provenienti dall’Archivio Personale della Famiglia Manfredi. La biografia è arricchita dai contributi di due dei più illustri critici italiani: Alberto Anile e Alberto Crespi. L’Autore è riuscito nel suo intento, raccontare in un’opera unica, sia l’uomo che l’Artista! Fattitaliani lo ha intervistato.

Com’è nata l’idea di scrivere un libro su Nino Manfredi?
Volevo raccontare la sua storia e lo straordinario contributo allo spettacolo italiano con un punto di vista documentaristico e dettagliato più che una biografia tradizionale. Non è stato facile spiegare che tipo di artista è stato e non mi spiegavo perché a livello bibliografico un libro del genere non era stato ancora fatto. Anzi ad essere sincero è stato uno degli attori meno raccontati, rispetto a Alberto Sordi o Ugo Tognazzi. Sono partito però come guida spirituale con la monografia di Aldo Bernardini del 1979, che mi ha concesso di usare la sua bellissima intervista che fece a Nino e le parole di Oreste Del Buono, scrittore e suo grande amico, dove l’attore ciociaro si aprì come non aveva mai fatto prima d’ora. Sono legato a lui anche per motivi autobiografici, come spiego nel libro: quando uscì “Lo chiameremo Andrea” nel 1972 i miei genitori erano in attesa del loro primo figlio e avevano apprezzato quel film tanto da decidere quel nome nel caso arrivasse un maschio. Arrivò invece una femmina. Dieci anni esatti dopo, il giorno che sono nato, mandarono in prima tv proprio quel film. Era destino. 

Quanto fu difficile per Saturnino guadagnarsi il sogno della recitazione?
Parecchio! Il padre è sempre stato ostile sin da quando il giovane Nino mostrò interesse alle recite parrocchiali. Lui aveva piani ben precisi per i loro figli Nino e Dante, li voleva sistemati con la laurea. Ma Nino era da poco uscito dal sanatorio dove era stato per tre soffertissimi anni perché era malato di tubercolosi, era uno dei pochi ad esserne uscito vivo e non potendo fare attività sportive gli rimaneva solo il teatro dell’oratorio. Arrivò con il genitore ad un compromesso, perché gli disse: mi laureo però nel frattempo continuo con le recite. Quando a un anno dalla laurea entrò all’Accademia di Arte Drammatica di Silvio D’Amico, suo padre inizialmente si oppose ma fu la mamma di Nino a convincerlo. Una volta presa la laurea in giurisprudenza, l’Accademia fu la sua unica attività ma dopo essere diventato attore subentrò la seconda difficoltà, migliorare la dizione che era pessima e imparare la mimica. Il suo maestro fu Orazio Costa. Non poteva che uscirne un attore dalle tante possibilità.
Perché Dino Risi lo chiamava l’orologiaio?
Perché sapeva che Manfredi era così preciso quando costruiva un personaggio da renderlo così perfetto esattamente come lo strumento meccanico di un orologio. Niente era lasciato al caso, era un perfezionista pignolo, ma non era un difetto, era un grande segno di professionalità.
Il teatro non era nei suoi pensieri. Come entrò a farne parte?
Dopo le recite in parrocchia, un suo amico Franco Giacobini gli chiese di accompagnarlo a presentare la domanda all’Accademia. Nino era così a digiuno delle basi teatrali che non pensava fosse necessaria una scuola per diventare un attore. E invece lì si trasformò completamente. 
Com’era il Teatro quando lui debuttò?
Di grande crescita e sperimentazione. Fu fortunato perché nel 1947 riuscì a entrare nelle prime compagnie teatrali che facevano parte dei primi “Stabili” di Milano e di Roma, guardavano con ammirazione e studio le compagnie inglesi e francesi e imposero una nuova scuola spirituale teatrale diretta da Giorgio Strehler e Orazio Costa. Furono anni di grande formazione per Nino Manfredi, che fu diretto testimone della rinascita teatrale in Italia.

Tra i tanti Film qual è quello che senti più vicino e perché?
Domanda difficile. Sono molto legato alla storia romana di Luigi Magni, vicina alle mie origini, e quindi ai film “Nell’anno del Signore” e “In nome del Papa re”. Probabilmente dovrei rispondere “Per grazia ricevuta”: oltre ad essere un film straordinario, dopo aver visitato Castro dei Volsci mi sono reso conto che le radici di Manfredi erano profondissime, e questa scoperta è stata per me una rivelazione molto importante. Tant’è che riscrissi tutto il primo capitolo quando tornai a casa. Ho rivisto la sua infanzia, in quel borgo meraviglioso. 
Il personaggio interpretato che preferisci?

Di getto dico Giovanni Garofolo, l’emigrato di “Pane e cioccolata”. Sono stato anche io emigrato in Inghilterra: e Nino, figlio e nipote di emigrati negli Stati Uniti quando essere uno straniero significava l’inferno, ha impersonato perfettamente quello stato d’animo senza essere mai stato davvero emigrato. Impressionante. 
Perché Manfredi era a disagio nei ruoli da attor giovane?
A teatro ne è stato testimone Vittorio Gassman, suo primo capocomico. Al cinema diciamo andò anche peggio, ma Manfredi riuscì a proporre personaggi più buffi e meno romantici. Semplicemente non era nelle sue corde e i film in cui era coinvolto erano davvero scadenti. 
“Solo dal dolore nasce l’Arte!” Che ne pensi?
Sacrosanto, sono le basi della comicità pura e autentica. Lo diceva Totò, che ha vissuto la miseria dei borghi napoletani di fine Ottocento. Solo chi ha vissuto il dolore, la sofferenza, è in grado di riderne. In questo senso, Chaplin è molto vicino a Totò. Nino da bambino mangiava pane e saliva, come era solito dire. E il nonno Giovanni, emigrato negli States, gli ha insegnato proprio questo. Imparò a sorridere su temi seri.
Divorava le comiche di Charlie Chaplin in VHS, voleva essere come lui o voleva rendergli un omaggio in uno spettacolo?
No, Manfredi era semplicemente un appassionato dell’arte di Charlot. Ha studiato i suoi film e ammirava molto la capacità di miscelare risate e lacrime. Manfredi non solo si è ispirato a lui, ma tendeva a pensare come l’avrebbe fatto Chaplin un personaggio o una scena che Nino doveva interpretare. Se rivedi alcuni suoi film, i temi chapliniani sono presenti, ma anche le pause e la mimica misurata. E quando debuttò alla regia con un episodio di un film, “L’amore difficile”, nel 1962, decise di adattare un racconto di Italo Calvino con uno stile “muto”. I produttori lo presero per pazzo, ma Manfredi la spuntò e venne fuori un episodio bellissimo. Ancora oggi non è stato girato un film del genere, in Italia.
Perché Manfredi viene definito il più grande attore-artigiano che abbiamo avuto?
Per le sue origini contadine e le capacità di preparare un personaggio con quello spirito: nel libro ho fatto l’esempio di Geppetto, perché Manfredi creava una parte con grande studio psicologico. Era molto umano, in questo senso. Come contadino, non poteva sbagliare. Perché il contadino rischia di buttare il raccolto, Nino una occasione di fare un bel personaggio e un bel film. Manfredi era attore nel vero senso della parola, la costruzione era dettata dai dettagli. Non era una maschera vera e propria, come ad esempio faceva Sordi. Partiva da zero.
In che modo il nonno gli aveva insegnato l’ironia?
Ho già risposto, però posso aggiungere che nonno Giovanni gli ha sicuramente e involontariamente dato un punto di vista diverso dalla madre nei confronti della religione. In paese erano tutti religiosi, mentre lui prendeva di petto Dio in modo curioso, lo malediceva perché per scappare dalla povertà era stato a spezzarsi la schiena in America, lontano dalle sue terre. E ai nipoti Saturnino e Dante raccontava storie degli emigranti con genuina ironia, soprattutto su come si adattò in un mondo che parlava una lingua diversa. Un grande insegnamento di vita, e la vita si sa è molto ironica.

Quanto fu importante l’incontro con Eduardo De Filippo?
Molto, praticamente è stato il passo verso la svolta che lo stesso Manfredi decise per la sua carriera. Prima di Eduardo, aveva recitato testi seri e a volte commedie nei teatri Stabili di Roma e Milano, ma senza avere occasione di una parte comica. Quando questo accadde con De Filippo, Manfredi imparò i tempi comici e dai risultati ottenuti entrambi scoprirono di avere molto in comune. La sua recitazione diventò così distaccata che lo stesso Eduardo lo definì il suo unico erede. Alcuni silenzi e pause di Manfredi sembrano eduardiane. Così quando si lasciarono, Manfredi decise di provare con i testi comici ed entrò nel varietà. 
Teatro, Radio e Doppiaggio dove riusciva meglio?
Sono generi molto diversi. A teatro ebbe grosse soddisfazioni, anche quando era già avanti con l’età, certamente più esperto di quando era ai suoi inizi e, a detta dei colleghi che ho intervistato, molto generoso. Mentre con la radio sperimentò un po’ di tutto, dal varietà comico dove andava fortissimo ai testi seri. Nel doppiaggio invece era bravo, riusciva ad attaccarsi al volto dell’attore senza che il pubblico potesse riconoscerlo ancora oggi quando capitava un vecchio film con la sua voce. Per dire, sfido chiunque ad averlo riconosciuto la prima volta come Franco Fabrizi nei “Vitelloni” di Fellini.
Perché lo definirono l’Eroe positivo?
Perché era l’esatto opposto di Sordi, eroe negativo. I suoi personaggi erano malinconici, sfortunati, ingenui, arrabbiati, ma essenzialmente pezzi di pane. Sordi era cattivo, cinico, mammone. Manfredi era una vittima. Quando ha avuto possibilità di fare personaggi negativi non sempre è riuscito bene. Unica eccezione nel 1979 per il Film "Il giocattolo” di Montaldo: lì da vittima passava a carnefice, con grande misura drammatica.

Elisabetta Ruffolo
 

Andrea Ciaffaroni

Nato a Roma nel 1982, è scrittore, consulente editoriale e custode di uno smisurato archivio personale sulla comicità che da anni è una fonte preziosa per la stesura di libri in tema. Ha collaborato con Sagoma per le edizioni italiane dell’autobiografia di Richard Pryor e della biografia di John Belushi, nonché dei libri su Stanlio e Ollio scritti da John McCabe. Ha scritto le biografie "In arte Peter Sellers" (2018), e, in coppia con Sandro Paté, Cochi e Renato, la biografia intelligente (2019). "Alla ricerca di Nino Manfredi" è la sua terza opera.