domenica 5 luglio 2020

Massimo Coglitore, regista, sceneggiatore e produttore siciliano. L'intervista

«Cerco di raccontare storie estreme, al limite della nostra esistenza, conflitti interiori atavici nell’uomo senza seguire le mode dei tempi, attraverso un racconto sempre carico di suspense, colpi di scena e con un ricercato gusto estetico con l’unico obiettivo di emozionare il pubblico.» Intervista di Andrea Giostra.


Ciao Massimo, benvenuto e grazie per aver accettato il nostro invito. Come ti vuoi presentare ai nostri lettori? Chi è Massimo artista-della settima arte e Massimo uomo della vita quotidiana?
Nella vita di tutti i giorni sono una persona semplice, molto riservata con delle passioni che coltivo. Gioisco delle cose genuine e belle che la vita mi regala e condivido tutto con la mia compagna, perché come diceva Paulo Coelho L'universo ha senso solo quando abbiamo qualcuno con cui condividere le nostre emozioni”. Sono una persona molto curiosa, leggo di tutto, studio sempre, vedo film in quantità esagerata e negli ultimi anni anche serie tv. Sul lavoro sono molto scrupoloso e attento, devo essere convinto pienamente di quello che faccio.
Come e quando nasce la tua passione per la settima arte?
Devo scavare nella mia memoria per cercare il momento in cui scoppiò la scintilla. In un tema che ho fatto in seconda media, sul lavoro che vuoi fare da grande, scrissi che volevo fare il regista, evidentemente qualcosa di “folle” già c’era dentro di me. Da piccolo andavo spesso al cinema con i miei genitori. Mio padre noleggiava film in Super 8 e aveva una cinepresa con il quale faceva filmini familiari e sicuramente questo ha contribuito ad alimentare quella fiamma che avevo dentro. Avevo circa sedici anni quando iniziai a girare i primi corti amatoriali coinvolgendo amici e parenti. Ricordo che rinunciai alla gita del quinto superiore, così da poter avere la scuola mezza vuota ed essere autorizzato dal preside a girare un mediometraggio horror con alcuni alunni dell’istituto.
Qual è il percorso formativo ed esperienziale che hai maturato e che ti ha portare ad acquisire le competenze per diventare regista e realizzare le tue opere?
Sostanzialmente sono un autodidatta che si è formato attraverso lo studio, la sperimentazione e la pratica. Ho studiato su molti testi il cinema e la regia ed ho girato molti corti amatoriali, inguardabili, che comunque mi hanno permesso di dare libero sfogo alla mia creatività che non si è mai fermata, fino ad arrivare a girare corti sempre più professionali confrontandomi con il cinema vero. Mi sono sempre raffrontato con professionisti del settore e questo mi ha permesso di crescere artisticamente.
Ci parli dei tuoi film? Come nascono, di cosa parlano?
Non c’è mai una regola precisa. “Uomo di carta” e “Deadline” sono nati da una necessità di raccontare due storie - con delle tematiche molto forti - a cui tenevo particolarmente in quel momento. Il primo parla di un uomo cieco rinchiuso dentro il suo mondo, fatto di libri, che lo allontana gradualmente dalla vita reale fino a renderlo prigioniero di sé stesso. Nel secondo affronto il momento, il confine immaginario tra la vita e la morte del protagonista in un viaggio onirico. Tutto nasce da un desiderio di parlare di qualcosa che mi prende da dentro o che leggo e mi cattura totalmente. Mi piace fare film che vorrei vedere al cinema da spettatore.
Come è stato lavorare con Caroline Goodall e James Parks e, soprattutto, come sei riuscito ad averli per il tuo film?
Era fondamentale avere due attori molto bravi in grado di reggere un film così claustrofobico e, per questo, abbiamo fatto diverse ricerche e provini. Alla fine mi sono convinto che Caroline Goodall fosse l’attrice giusta, molto brava, con quell’energia e quel briciolo di “follia” che cercavo. Di James Parks ho visto tutti i suoi film e notai dettagli e fisicità, oltre che bravura, che reputai adatti al personaggio. Sono stati entrambi straordinari, come artisti e come persone, due grandi professionisti. Nel film c’è anche Burt Young, famoso per la saga di Rocky, dove interpretava Paulie. Sono sempre molto attento alla scelta degli attori e lavoro molto con loro, sono il motore portante per la riuscita di un film. Averli è stato merito del produttore del film, Riccardo Neri, che ha messo la sua esperienza ed ha in qualche modo garantito per me e il progetto.
«La lettura di buoni libri è una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati che ne sono stati gli autori, anzi come una conversazione meditata, nella quale essi ci rivelano i loro pensieri migliori» (René Descartes in “Il discorso del metodo”, Leida, 1637). È proprio così secondo te? Cosa significa oggi leggere un buon libro, un buon romanzo? Quali orizzonti apre per un regista, nell’era dell’Homo Technologicus, la lettura di buoni libri?
La lettura, l’immersione totale nel racconto scritto è illuminante per l’anima e per l’ispirazione di chiunque. Credo che un buon libro, così come un buon film, una bella musica, ci riconcili col mondo, con noi stessi, perché l’arte, la creatività, in generale, sono linfa vitale per il nostro cervello e le nostre emozioni, e una vita senza emozioni è molto povera. Sono sicuramente fonte d’ispirazione diretta o indiretta verso quello che potrebbe essere un racconto cinematografico.
«Tutti i film che ho realizzato sono partiti dalla lettura di un libro. I libri che ho trasformato in film avevano quasi sempre un aspetto che a una prima lettura mi portava a domandarmi: “È una storia fantastica; ma se ne potrà fare un film?” Ho sempre dei sospetti quando un libro sembra prestarsi troppo bene alla trasposizione cinematografica. Di solito significa che è troppo simile ad altre storie già raccontate e la mente salta troppo presto alle conclusioni, capendo subito come lo si potrebbe trasformare in film. La cosa più difficile per me è trovare la storia. È molto più difficile che trovare i finanziamenti, scrivere il copione, girare il film, montarlo e così via. Mi ci sono voluti cinque anni per ciascuno degli ultimi tre film perché è difficilissimo trovare qualcosa che secondo me valga la pena di realizzare. (…) Le buone storie adatte a essere trasformate in un film sono talmente rare che l’argomento è secondario. Mi sono semplicemente messo a leggere di tutto. Quando cerco una storia leggo per una media di cinque ore al giorno, basandomi sulle segnalazioni delle riviste e anche su lettura casuali.» (tratto da “Candidamente Kubrick”, di Gene Siskel, pubblicato sul Chicago Tribune, 21 giugno 1987). Cosa ne pensi delle parole di Kubrick? Tu come fai a trovare belle e interessanti storie da trasformare in film o sceneggiature che possano interessarti come regista o interessare un produttore che poi li finanzi?
Penso che quello che diceva il buon Kubrick sia pura verità, è davvero difficile trovare storie per cui valga la pena farci un film, almeno questo è anche il mio pensiero. Kubrick ha saputo trasformare dei testi letterari, spesso non di grande successo, in opere filmiche che sono delle vere e proprie opere d’arti. Io cerco sempre storie da poter far diventare film, non a caso leggo moltissimi soggetti, sceneggiature e libri di diversi autori. Faccio molte ricerche su quello che possa stimolare la mia attenzione e solleticare la mia curiosità artistica. “Uomo di carta”, ad esempio, l’ho scritto dopo aver letto una novella bellissima di Luigi Pirandello poco conosciuta. A questo si aggiungono anche soggetti e sceneggiature partorite direttamente da me, ma non soffro minimamente l’idea di non essere considerato l’autore del film solo perché non l’ho scritto, ho superato questo stato mentale da molti anni.
«Ho sempre detto che i due registi che meritano di essere studiati son Charlie Chaplin e Orson Welles che rappresentano i due approcci più diversi di regia. Charlie Chaplin in modo grezzo e semplice, probabilmente non aveva il minimo interesse per la cinematografia. Si limita a schiaffare l’immagine sullo schermo, e basta: è il contenuto dell’inquadratura che importa. Invece Welles, al proprio meglio, è uno degli stilisti più barocchi nello stile tradizionale del racconto filmico.» (Conversazione con Stanley Kubrick su 2001 di Maurice Rapf, 1969). Tu cosa curi di più in un film, l’immagine o il racconto, l’inquadratura o i dialoghi? Oppure, cosa è importante per te in un film, per rimanere nelle parole di Kubrick?
La sintesi su Charlie Chaplin e Orson Wells è veritiera. Personalmente cerco di curare tutti gli aspetti che compongono un film. Sono convinto che nulla può essere lasciato al caso o che qualcosa sia superiore o più necessario. Seguo tutte le fasi della lavorazione, affinché tutto sia come lo immagino. È l’equilibrio fra tutte le componenti del racconto a dare forza ad una pellicola che deve necessariamente avere dei bravi attori. Tutto è futile se un attore non catalizza il pubblico dentro il racconto. Kubrick curava tutto nei minimi dettagli e aveva un senso estetico straordinario ed ha conquistato quello che è il sogno di ogni regista: “il tempo”. Infatti, la lavorazione dei suoi film non aveva quasi mai tempi stretti o scadenze. Per me è un modello da seguire, il suo “fare cinema” e ogni suo film sono lezioni di cinema e di vita.
«Il cinema lo chiamerei semplicemente vita. Non credo di aver mai avuto una vita al di fuori del cinema; e in qualche modo è stato, lo riconosco, una limitazione.» Bernardo Bertolucci (1941-2018). Qual è la tua posizione da addetto ai lavori, di chi il cinema lo vive come professione ma anche come passione, rispetto a quello che disse Bertolucci? Oltre ad essere un’arte, una professione, cos’è il cinema per te?
Bertolucci è uno dei registi italiani che amo maggiormente e sono d’accordo che il cinema per alcuni, me compreso, è vita. È una necessità, quasi una dipendenza, quella di nutrirsi di cinema, per questo vediamo film, serie tv, leggiamo soggetti, sceneggiature, scriviamo, e non vediamo l’ora di essere su un set, tutto questo è una catarsi dell’anima per chi ha il cinema nelle vene. Come diceva Fellini, “Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio”, e forse è anche la necessità di creare, nel senso vero del termine, che ci spinge a fare un film.
«La sceneggiatura è il genere di scrittura meno comunicativo che sia mai stato concepito. È difficile trasmettere l’atmosfera ed è difficile trasmettere le immagini. Si può trasmettere il dialogo; se ci si attiene alle convenzioni di una sceneggiatura, la descrizione deve essere molto breve e telegrafica. Non si può creare un’atmosfera o niente del genere». (Conversazione con Stanley Kubrick su 2001 di Maurice Rapf, 1969). Quanto è importante la sceneggiatura per realizzare un buon film? Quanto incide in una produzione il rapporto tra sceneggiatore e regista?
La sceneggiatura non è mai il film, ci sono tanti interventi di natura artistica, tecnica e produttiva che incidono, giustamente, sulla realizzazione di un’opera cinematografica che è una rielaborazione visiva del regista che trasforma in immagini le parole scritte. Ho diretto due film non scritti da me, ma che sentivo molto vicini, che toccavano delle corde a me care. Devo dire che mi trovo molto a mio agio a dirigere anche film scritti da altri ed ho sempre un ottimo rapporto con gli sceneggiatori. Lo script è fondamentale anche per “vendere” un progetto, suscitare l’interessa di un attore o di una produzione, ma è indubbio che richiede una lettura con una metodica diversa rispetto a come si affronta la lettura di un libro, è decisamente più una lettura tecnica e chi legge deve saper vedere per immagini ciò che legge, serve avere un occhio diverso, quasi più “scientifico”. Ho diretto due film non scritti da me, uno è “Noi due”, per Rai Fiction e l’altro è il recente “The Elevator”, uscito al cinema lo scorso anno e scritto da Mauro Graiani e Riccardo Irrera.
Qual è oggi lo stato di salute del cinema italiano in una prospettiva internazionale? Come sono viste, secondo te, le produzioni italiane degli ultimi dieci quindici anni nel mondo?
La salute non è proprio ottima, è un po’ anemico e necessita ferro e vitamine… Scherzi a parte, al momento credo che il nostro cinema si divida in una serie di autori conosciuti e apprezzati sia in Italia che all’estero, una sfilza infinita di commedie, spesso ripetitive e copie di se stesse, e un cinema indipendente - spesso di genere - che cerca di ritagliarsi uno spazio nel difficile sistema delle major. Sono convinto che ci sia poca attenzione al “genere cinematografico” in Italia e questo penalizza molto il nostro cinema e la visione che il resto del mondo ha di noi, ghettizzandolo spesso a storie di natura sociale, politica e di denuncia, addentrandosi poco nella fantastica visione della pura fantasia del racconto, come disse in un’intervista il grande Vincenzo Cerami.
Chi sono i tuoi registi preferiti del passato e quelli contemporanei, e perché loro?
Per fortuna sono tantissimi i registi che amo e che mi hanno aiutato a formarmi, che mi hanno influenzato in qualche modo. Non riesco mai a fare una lista o una classifica dei preferiti, ma se devo dirne uno su tutti, dico Stanley Kubrick, per me è punto di riferimento assoluto, adoro il suo modo di fare e concepire il cinema, le storie che ha raccontato e come le ha raccontate, lo considero il più grande regista di tutti i tempi, con opere paragonabili alla perfezione. Ha anticipato tutti sia nel modo di raccontare sia nei contenuti di quello che ha messo in scena.
Quali attori contemporanei ti piacerebbe scritturare nel tuo prossimo film? E perché questi? Dacci almeno tre nomi di attrici e di attori?
Ci sono tanti attori e attrice nel panorama nazionale ed internazionale che adoro, per tanto fare una cernita di tre nomi risulta molto difficile anche perché per ogni progetto che affronto non sempre andrebbe bene lo stesso attore o attrice. Devo ammettere che nutro una certa passione per gli attori inglesi e per quelli che vengono dal teatro. Bisogna sfatare il falso mito che l’attore teatrale non vada bene per il cinema, anzi direi proprio il contrario. In Inghilterra i più bravi hanno proprio una grande esperienza teatrale. Ci sono molti talenti in Italia, attori poco noti al grande pubblico, che meriterebbero di lavorare per arricchire il nostro panorama e per dare più autenticità ai film, ecco vorrei lavorare con loro.
In Italia ci sono diversi registi di talento che vengono premiati in tutto il mondo ma che raramente trovano spazio nel nostro Paese? Perché, secondo te, accade questo?
Alcuni registi hanno avuto grandi riconoscimenti all’estero e in Italia, altri invece sono un po’ snobbati nel nostro paese. Si dice che nessuno è profeta in patria, ma credo che sia anche questione di come un regista si pone di fronte agli addetti al settore, al pubblico, alla critica e dalle posizioni che prende in generale. Spesso si giudica quello che un regista dice, come si comporta, invece andrebbero guardati i suoi lavori senza condizionamenti e preconcetti di alcun tipo. Poi, è anche vero che un certo tipo di cinema è molto più apprezzato all’estero che non nel nostro paese, ma questo è dovuto principalmente ad una certa assuefazione ad una tipologia di cinema e alla pigrizia di guardare oltre.
Qualcuno dice che l’Italia negli ultimi venti anni è diventato il Paese dove trionfa sempre la “mediocrazia” e nel quale la “meritocrazia” è diventata il peggior nemico dell’attuale potere culturale e politico dell’Italia. È davvero così secondo te?
La “mediocrazia” ci ha travolti e come ha detto qualcuno i mediocri sono entrati nella stanza dei bottoni e ci spingono a essere come loro, un po’ come gli alieni del film di Don Siegel “L’invasione degli ultracorpi”. Mai disturbare e soprattutto mai far nulla che possa mettere in discussione l’ordine economico e sociale. Tutto deve essere standardizzato. La “media” è diventata la norma, la “mediocrità” è stata eletta a modello. Il sistema incoraggia l’ascesa di individui mediamente competenti a discapito dei super competenti e degli incompetenti. Questi ultimi sono inefficienti, mentre i primi rischiano di mettere in discussione il sistema e le sue convenzioni. Il mediocre deve essere un esperto, deve avere una competenza utile ma non deve mettere in questione i fondamenti ideologici del sistema. Lo spirito critico deve essere limitato e ristretto all’interno di specifici confini perché se così non fosse potrebbe rappresentare un pericolo.
Consigli ai nostri lettori tre film da vedere assolutamente? E perché proprio questi?
Sarò banale ma consiglio tutti i film di Stanley Kubrick, sono dei viaggi onirici ad occhi aperti, è cinema puro, e sono spunti di profonda riflessione filosofica sulla vita e sull’uomo. Se devo dire tre titoli, di atri registi, indico “Taxi Driver” di Martin Scorsese, sul quale si possono dare tante interpretazioni e riflessioni, ma quello che non bisogna perdere mai d’occhio è che, passato attraverso le lenti del cinema di Martin Scorsese, il dramma esistenziale si trasforma in una pietra miliare assoluta del noir, fusione perfetta tra cinema di genere e cinema d’autore come solo i più grandi registi sanno creare; Fahrenheit 451” di François Truffaut che racconta di un mondo sterile, dove si mettono al bando i libri. Truffaut inizia con una serie di zoomate, ciascuna di diverso colore, sopra i tetti della case, stracolme di antenne televisive. Un mondo saturo di pubblicità onnipresente che appiattisce il pensiero, di reality e di media che forniscono un’informazione che disinforma e che distorce la realtà, e in tempi in cui si cerca di imbavagliare anche la Rete, la storia è più che mai attuale e ci aiuta a riflettere quanto l’ignoranza rende poveri e schiavi; terzo film, “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman che adora raccontare la spiritualità, indagata attraverso il binomio vita e morte. Il protagonista si imbatte in un oscuro personaggio, la “morte”, e decide di sfidarla nella più famosa partita a scacchi della storia del cinema, giocandosi la sua stessa vita. Il film inizia dove molti altri forse finirebbero, con la conclusione di un viaggio che in questo caso non è altro che l’inizio di un percorso di crescita per il cavaliere, che lo porterà a riflettere sul senso della propria esistenza. Bergman articola con rara maestria alcuni dei quesiti esistenziali su cui l’uomo riflette da sempre, tessendo complesse allegorie anche a livello visivo e conduce un’indagine atemporale e astratta sul senso della vita.
Tre libri da leggere invece? Quali e perché?
Anche qui, non è per nulla facile. “Il processo” di Franz Kafka, perché ti catapulta in un dimensione onirica ma reale al tempo stesso e si manifesta in una vicenda ben precisa che sembra preconizzare i grandi processi-farsa staliniani degli anni Trenta in un ingranaggio burocratico che ti schiaccia senza pietà. Dire tutto Pirandello, in particolare “Uno, nessuno e centomila” una parabola esistenziali perfetta su chi siamo nei confronti dell'altro. Uno: è l'immagine che ognuno ha di se stesso; Nessuno: è quello che il protagonista sceglie di essere alla fine del romanzo; Centomila: indica le immagini che tutti gli altri hanno di noi. Luigi Pirandello è un autore che amo e che ho avuto la fortuna di leggere fin da giovane e in particolari momenti della mia vita, quelli di passaggio, in cui alcuni pensieri e convinzioni mi sono apparse per quelle che erano: illusioni. Pirandello mi ha accompagnato in questo delicatissimo percorso e pur affondando il colpo, mi ha aiutato a capire. Terzo libro, “Cecità” di Josè Saramago, la cui potenza simbolica è affascinante: la cecità è l’incapacità umana di vedere ciò che gli occhi non mostrano. Attraverso piccoli espedienti, Saramago ci suggerisce che la nostra condizione è precaria. I personaggi, per esempio, non hanno un nome, a dimostrazione che l’identità è collegata agli attributi che possediamo.
Una domanda difficile Massimo: perché i nostri lettori dovrebbero vedere i tuoi film? Prova a incuriosirli perché li cerchino e li vedano nei canali online dove sono disponibili.
Perché cerco di raccontare storie estreme, al limite della nostra esistenza, conflitti interiori atavici nell’uomo senza seguire le mode dei tempi, attraverso un racconto sempre carico di suspense, colpi di scena e con un ricercato gusto estetico con l’unico obiettivo di emozionare il pubblico.
Quali sono i tuoi prossimi progetti e i tuoi prossimi appuntamenti di cui ci vuoi parlare?
Sto lavorano sulla scrittura di alcune storie, con alcuni sceneggiatori, e sto valutando alcune proposte che mi hanno fatto, ma non è mai facile trovare un racconto che non mi faccia dormire la notte al punto da farne un film. Da poco ho letto “Metropoli’s”, una sceneggiatura molto interessante scritta da Camilla Cuparo. La storia è molto forte, attuale e infatti stiamo cercando di farne un film. Ho anche un progetto in cantiere, che ho scritto, a cui tengo molto, un dramma/thriller che parla di ricordi, malattia, intrighi e conflitti interiori che spero di girare presto.
Dove potranno seguirti i nostri lettori e i tuoi fan?
Sulle mie pagine social di Facebook, Instagram e sui miei canali Vimeo e You Tube. I miei lavori, invece, stanno su varie piattaforme in streaming.
Come vuoi chiudere questa chiacchierata e cosa vuoi dire ai nostri lettori?
Il cinema è magia e vedere un film in sala amplifica questa magia. Per questo consiglio di vedere sempre i film al cinema, a casa magari riguardateli.


Massimo Coglitore

Trailer ufficiale di “The elevator”:

Andrea Giostra