mercoledì 27 maggio 2020

Intervista a Silvia Dotti la donna dell'acquerello magico: I colori mi hanno aiutato a rendere meno grigio questo bruttissimo periodo


di Damiano Conchieri - Disegna da quando ne ha memoria, Silvia Dotti, eppure ha scelto inizialmente un'altra strada lavorativa. Ma poi ha deciso di seguire finalmente il cuore! Oggi è una bravissima illustratrice e ha uno studio insieme a colei che è stata la sua più grande maestra.

Silvia, quando e come è nata la tua passione per il disegno ad acquerello e come sei diventata un'illustratrice?
Disegno da che ho memoria. Mio padre e mia madre lavoravano presso una ditta produttrice di colori per Le Belle Arti e ho sempre avuto colori e album da disegno a volontà. Passavo il mio tempo tra tempere e pastelli colorati. La passione per l’acquarello è venuta molto dopo, anche se ricordo che il primo acquarello in assoluto l’ho realizzato alle elementari. La ditta presso la quale lavoravano i miei genitori realizzava anche opuscoli e libri che descrivevano approfonditamente tutte le tecniche pittoriche e vi era anche il volume dedicato all’acquarello. Lo portai a scuola, e in una pausa pranzo la mia insegnante mi fece copiare uno di quei disegni. Era un paesaggio, e ricordo quella giornata con grande piacere. La passione per l’illustrazione è cresciuta di pari passo con quella del disegno. Ho sempre adorato le fiabe, e da piccola mi divertivo a sfogliare i libri illustrati che avevo in casa e a copiarne i disegni. Prediligevo le principesse. Nel 2012 partecipai ad un concorso con un mio racconto per ragazzi e vinsi il secondo premio. La casa editrice allora mi chiamò e mi chiese se volessi realizzare io le illustrazioni della mia storia. Ovviamente dissi subito di sì. Da allora realizzo illustrazioni ispirate al fantastico, alla mitologia e al folklore che condivido sulla mia pagina Facebook www.facebook.com/SilviaDottiIllustration.
C'è qualche fumettista o illustratore/trice alla quale ti sei maggiormente ispirata per riuscire a concepire quello che poi è diventato il tuo stile?
I libri che preferivo in assoluto quando ero piccola erano Le Fiabe Sonore (le ho tuttora) e sono contenta quando qualcuno, dopo avere visto i miei disegni, mi dice che gliele ricordano. Oltre alle Fiabe Sonore, a casa ho una vastissima collezione di libri illustrati sempre con lo stesso stile fiabesco e romantico.
"Silvia Dotti in un ritratto di Damiano Conchieri"
Parlando di arte in generale, anche nella storia, chi è il tuo pittore preferito in assoluto?
Sono due i pittori dei quali cerco di non perdermi nemmeno una mostra: Klimt e Mucha, ai quali mi ispiro ogni tanto nei miei lavori. Di Klimt amo la profusione d’oro e le fantasie accese, mentre Mucha rispecchia il mio spirito romantico.
E spostandoci invece sulla letteratura, il tuo scrittore o scrittrice preferito/a?
Jane Austen e le sorelle Brontë. Ho letto quasi tutti i loro libri, visitato in Inghilterra i luoghi dove hanno vissuto, e visto le trasposizioni cinematografiche dei loro romanzi (quella che preferisco è Jane Eyre di Franco Zeffirelli). Le loro storie parlano di un tempo passato e sono intrise di passioni e romanticismo. Non ce n’è una nella quale non mi sia immedesimata, e, naturalmente, sono state di ispirazione per i miei lavori.
Parlaci un po' a ruota libera del tuo percorso artistico.
Come già accennato, ho sempre disegnato fin da piccola. Avevo album e colori ovunque. Ad un certo punto desiderai avere una tela. Insistetti talmente tanto che mio padre me ne portò a casa una. Io ero piccola e quella tela mi sembrava gigantesca. Ci feci su uno scarabocchio ma fui molto soddisfatta. Alla fine della scuola media scelsi di studiare lingue. Tuttavia, non volevo abbandonare la mia passione. Mia madre prese quindi contatto con Gianfranca Baldini, che allora aveva un piccolo studio di pittura a Paullo, la quale accettò di darmi lezioni private. Divenni la sua prima allieva. E quell’incontro sancì un’amicizia che dura tutt’ora. Con Gianfranca, imparai a dipingere anche su legno, vetro, stoffa, e porcellana. Non smisi mai di frequentare lo studio, anche se il mio percorso di studi mi portò all’ Istituto Superiore di Interpreti e Traduttori. Conseguito il diploma, cercai lavoro nel mio campo, ma mi resi subito conto che non era ciò che volevo dalla mia vita.
Nel 2008 proposi alcuni miei lavori per una mostra a Palazzo Spinola a Genova e vennero accolti. Quella di Palazzo Spinola fu la prima di una serie di mostre collettive alle quali ho partecipato sia in Italia che all’Estero (Milano, Roma, Desenzano, Bruxelles, Udine). Nel 2013-2014 partecipai anche ad una collettiva durante le edizioni primaverili ed autunnali di Elfia, il festival fantasy più grande d’Europa, che si tiene in Olanda. Vedere i miei lavori esposti insieme a quelli di Linda Ravenscroft, Stephanie Pui-Mun Law e Amy Brown fu un’emozione immensa. A quel punto compresi che dipingere era proprio quello che volevo fare e lo scorso anno feci il “grande passo”: lasciai il mio lavoro di impiegata per iniziare una vita nuova nello studio di pittura insieme a Gianfranca. Oggi trovate me e Gianfranca nel nostro studio in via Matteotti, 13 a Paullo. Realizziamo creazioni uniche, dipinte a mano e offriamo corsi di pittura per ragazzi, un’esperienza davvero arricchente. In parallelo proseguo la mia attività di illustratrice legata al mondo fantastico, alla mitologia e al folklore e gestisco un negozio online dove, oltre alle mie opere originali, sono presenti anche stampe e cartoline (www.etsy.com/shop/silviadotti).
Quali sono state le più importanti case editrici per le quali hai lavorato e che ti hanno maggiormente resa orgogliosa?
Il mio primo libro (quello del concorso di cui ho parlato) fu edito da Badiglione Editore. Successivamente partecipai ad altri concorsi e pubblicai con Edigiò e Tomolo Edizioni, con le quali ho lavorato molto bene e con le quali si è creato un bellissimo rapporto. Parallelamente ho lavorato anche per privati. Nel 2013 mi contattò una scrittrice americana (D. D. Solomon), per la quali illustrai tre libri della collezione Expeditions in learning. Erano storie ambientate in Vietnam, Nepal e Nicaragua ed insegnavano ai piccoli lettori aspetti della cultura locale. Per rendere le illustrazioni più realistiche la Solomon mi inviava le foto dei suoi viaggi in quei luoghi, foto che ritraevano paesaggi, edifici e persone. Un’altra esperienza che non dimenticherò è stata lo scorso anno, quando Tomolo Edizioni mi propose di illustrare una leggenda giapponese: La Principessa della Luna. Per realizzare le illustrazioni mi sono ispirata agli ukyo-e e mi fece piacere quando mi dissero che i costumi dei personaggi erano storicamente accurati.
Sappiamo anche che hai vinto un premio recentemente, ce ne vuoi parlare?
A febbraio ho partecipato al concorso “Quattro Castella in fabula” indetto da Tomolo Edizioni e mi sono classificata prima nella sezione albi illustrati. Il tema del concorso era Matilde di Canossa, storie o leggende ispirate alla Contessa. Ne conoscevo una, quella del miracolo di Orval, in cui una trota recupera la fede nuziale che la Contessa perde in un ruscello. La trota con in bocca l’anello è divenuto anche il logo della birra Orval, prodotta nell’omonimo monastero. Matilde è una figura a me molto cara, una donna di grande carisma ma estremamente sola, che incarna perfettamente lo spirito dell’uomo medievale.
Hai pensato di scrivere e illustrare una storia tutta tua al 100%? E se hai già avuto il piacere di farlo parlacene pure liberamente.
I libri che ho pubblicato con Edigiò e Tomolo Edizioni sono tutti scritti da me. Le mie storie generalmente si ispirano a leggende, come appunto quella che ha per protagonista Matilde di cui ho parlato poco fa. Altre storie ispirate a leggende sono “La principessa Sabra e il Drago” – Edigiò (una rivisitazione della leggenda di San Giorgio), “Il Gallo di Barcelos” – Edigiò (una leggenda portoghese) e “La Ballata di Fiordispino – Edigiò (leggenda di Corneliano Bertario, in provincia di Milano). Trovo che le leggende dicano tanto di un popolo e del suo passato. Ad esempio, nella leggenda di Matilde, il miracolo avviene in acqua e l’acqua non solo è legata alla vita ma nelle civiltà antiche è anche uno dei luoghi di passaggio tra i due mondi (l’aldiquà e l’aldilà), quindi ha una simbologia molto intensa.
Altri racconti come “La Curiosità e il Gatto” – Edigiò e “Babbo Natale e gli Elfi”- Edigiò sono completamente inventati.
Tutte le mie storie sono scritte in rima, alternata o baciata. Amo scrivere in rima perché ha un sapore di altri tempi e la rima colloca la narrazione in un tempo indeterminato.
Diverso è il caso di “Tails from pond”, il mio primo libro scritto in inglese su idea di Marzio Salatino e il cui titolo di per sé è un gioco di parole. Il racconto narra le disavventure di un papero che rischia di diventare un succulento pranzetto per la regina d’Inghilterra, finché non viene liberato dalla figlia del cuoco. Da qui cominciano una serie di disavventure e di incontri che porteranno Squeako (il nostro protagonista) a comprendere il vero significato di lealtà e amicizia.
Quale è una favola famosa che ti piacerebbe in modo particolare illustrare in una possibile nuova riedizione?
La fiaba famosa che più di tutte mi piacerebbe illustrare è “Ad est del sole, ad ovest della luna”, ovvero la fiaba norvegese Kvitebjørn kong Valemon. La prima metà è molto simile alla Bella e la Bestia: una giovane fanciulla si trova ad essere prigioniera di un orso. Questi però altri non è che un principe vittima di una maledizione, di giorno orso, di notte uomo. C’è solo un modo per rompere l’incantesimo: la fanciulla deve promettere che di notte non vedrà in alcun modo le sue sembianze umane. Tuttavia, presa dalla curiosità, la ragazza rompe il giuramento e il principe viene catapultato in un luogo lontanissimo, ad est del sole e ad ovest della luna. La fanciulla, innamorata, viaggerà per sette anni, per ritrovare l’amato e sciogliere la maledizione. E’ una storia diversa dalle altre e parla di un grande amore. C’è anche un’altra fiaba che mi piacerebbe illustrare. Una fiaba che mi raccontava mio padre quando ero piccola “Sbranafer e Quel-che-fila-cume-il-vent”. Sbranafer e Quel-che-fila-cume-il-vent sono due cani (i nomi sono in dialetto milanese e significano “Sbranaferro”- ad indicare la fame vorace del primo cane, e Quello-che-corre-come-il-vento, ad indicare la velocità del secondo). Insieme al loro padrone riusciranno ad uccidere il mostro dalle sette teste che sta per sposare la figlia del re, liberando la fanciulla dal suo triste destino. Ho tanti bei ricordi legati a quella fiaba. Non molto tempo fa l’ho trascritta, ed ora mancano solo le tavole.
Quale tecnica prediligi in particolare per il tuo lavoro da illustratrice?
L’acquarello. Amo la sua trasparenza e la sua versatilità. E quando sono in viaggio, ho sempre il mio astuccio portatile. L’acquarello è freschezza. Da qualche anno uso anche l’inchiostro. Un Natale mio marito mi regalò un corso di pittura orientale (il regalo più bello che abbia mai ricevuto), ed è lì che entrai in contatto che questa splendida tecnica. Anche l’inchiostro è freschezza e trasparenza.
In questo periodo di pandemia - secondo te - il tuo lavoro ti ha in qualche modo aiutata ad “evadere” con la mente e a non sentire il peso del lockdown, al quale siamo stati tutti costretti?
Indubbiamente. In questi due mesi di lockdown ci siamo trovate costrette a chiudere lo studio. Non ho esitato un istante, mi sono portata a casa i miei album e i miei acquarelli e ho sempre dipinto. Ho portato a termine tutti quei progetti che avevo in cantiere da tempo e che non ero mai riuscita ad ultimare, in particolare una serie di acquarelli dedicati alle varie divinità primaverili europee e alla mitologia greco-romana. I colori mi hanno aiutato a rendere meno grigio questo bruttissimo periodo.