martedì 12 maggio 2020

IL TEMPO DELLA VIVIDEZZA: Quale prevenzione?


di Davide Pagnoncelli, psicologo e psicoterapeuta

Anno Domini 9 maggio 2020, dopo Cristo e post covid-19

“Ogni uomo è colpevole di tutto il bene che non ha fatto”.
(Voltaire, pseudonimo di François-Marie Arouet,
filosofo e poeta francese, 1694-1778))

“La compassione sulla quale si devono basare tutte le filosofie morali,
può raggiungere la massima estensione e profondità
solo se riguarda tutti gli esseri viventi,
e non solo gli esseri umani”.
(Albert Schweitzer, medico, musicista, teologo,
missionario luterano franco-tedesco, 1875-1965,
discorso alla consegna del premio Nobel per la pace, 1952)

“Se molta gente di poco conto,
in molti luoghi di poco conto,
facesse cose di poco conto,
la faccia della terra cambierebbe”.
 (Roul Follerau, giornalista, filantropo
e poeta francese, 1903-1977)

“In virus stat veritas”.
(dal Web, detto latino
modificato con un gioco di parole)

Dopo il mio precedente articolo su “Fattitaliani” del 7 aprile 2020 dal titolo “Quale prevenzione? Premesse per approfondimenti e progetti post covid-19”, preciso alcuni punti per me significativi per il dopo emergenza.
In una situazione drammatica come quella attuale, non servono, né credo sia possibile formulare, soluzioni definitive e rigide, per di più tramite un breve articolo. Non sono funzionali soluzioni semplicistiche e burocratiche in presenza di problematiche complesse e delicate.
Le decisioni e le soluzioni potranno esserci dopo approfondimenti seri, documentati e onesti tramite confronti e sintesi di parecchi punti di vista. Non sono ammissibili censure o bavagli di vario tipo all’informazione.
Traccio in questa sede solamente alcuni filoni di ricerca per avviare riflessioni che comportino, in futuro, modifiche significative a stili di vita individuali e collettivi.
Parto da quattro presupposti.
A) Numerose fonti di varia provenienza hanno formulato il messaggio che può essere sintetizzato nelle parole di Papa Francesco: “Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sani in un mondo malato”. Comunque la si pensi, uno dei punti di partenza è questo per l’era dopo Cristo, post covid-19: il mondo ante covid-19 non era malaticcio, era malato seriamente.
Se il mondo era, ed è, malato, dovremo prendere in cura, in terapia non solo i malati contagiati dal covid-19. Pertanto urge una terapia… allargata al contesto sociale e ambientale. Non è forse da incompetenti e da inconsapevoli pensare di curare esclusivamente un pesce malato, sapendo che nuota in un mare inquinato, mortifero e, per certi versi, patogeno?
B) Ne abbiamo sentite a sufficienza di lamentele, parecchie giustificate e drammatiche, talune ridicole e assurde, sia da parte di gente comune, sia da parte di cosiddetti esperti. Recenti ricerche hanno evidenziato, tra l’altro, che chi passa il tempo esclusivamente a lamentarsi danneggia il proprio cervello ed è nocivo anche per la società.
A mio parere dobbiamo formularci le seguenti domande?
- Quale contributo a breve, medio e lungo termine ognuno può offrire concretamente?
- Quale contributo a breve, medio e lungo termine io posso offrire concretamente?
- Quale contributo a breve, medio e lungo termine tu puoi offrire concretamente?
Queste domande indirizzano verso un impegno di gratitudine e di restituzione per quanto abbiamo ricevuto dall’universo e dal nostro contesto di appartenenza.
Non offriremo, offrirò, offrirai… chissà quando, bensì cominciamo a offrire, comincio io a offrire, cominci tu a offrire. Partendo dalla prossima settimana, continuando nei prossimi mesi e nei prossimi anni. 
Dobbiamo sempre tener presente che stiamo lavorando per i nostri figli, per i nostri bambini, per i nostri giovani.
Che ognuno, quindi, ci metta un po’ del proprio impegno e paghi qualcosa di persona. E non mi riferisco agli euro, che qualcuno purtroppo non ha più o ne avrà davvero pochi; faccio riferimento al fatto che ognuno possa mettere in gioco un po’ di tempo, un po’ di energia, un po’ di competenze, un po’ di emotività e un po’ del proprio sentimento sociale.
Nonostante le ferite personali, famigliari o di altro tipo. Nonostante tutto!
C) Ognuno deve guarirsi, prendersi cura di sé, cosa più che sacrosanta, però è essenziale avere una visione d’insieme e la consapevolezza precisa che ci salveremo solamente insieme. Si tratta di sviluppare anche l’intelligenza sociale, non solo le altre intelligenze.
Sicuramente c’è e ci sarà qualcuno che si sfregherà le mani in questa situazione critica per il fatto che ha fatto e farà profitti e, in taluni casi, soldi a palate, speculando sui drammi altrui. È già successo in ogni crisi o tragedia del passato e succederà purtroppo ancora. Però non possiamo lasciare il nostro comune pianeta nelle mani di speculatori di professione e sanguisughe del dolore.
Alfred Adler, uno dei padri fondatori della psicologia del profondo assieme a Freud e Jung, ha affermato: “Il sentimento sociale è il barometro della normalità”. Più il sentimento sociale si affievolisce o addirittura sparisce, più le problematiche psicosociali e le patologie psichiche si aggravano.
D) La prevenzione non può essere solo difensiva, cioè lottare contro qualcosa di negativo che minaccia la salute psicofisica, ma deve essere una prevenzione rafforzativa, che costruisce, che progetta in tempo.
La prevenzione rafforzativa è molto accorta: si prepara e corre prima, per camminare dopo; a differenza di chi cammina poco prima e deve correre dopo, pure con affanno. Un solo e semplice esempio: le mascherine dovevano essere stoccate prima, in base al progetto -rimasto sulla carta- per fronteggiare eventuali imprevisti; non è pensabile che ci si debba affannare a cercarle dopo, con estrema difficoltà di reperimento. E non sto parlando di grandi attrezzature.
Che fine ha fatto il piano per eventuali emergenze sanitarie? Ogni buon padre e buona madre di famiglia saggiamente sa che gli imprevisti possono verificarsi e fa il possibile per premunirsi per tempo.   Non servono chiacchiere, ma investimenti di risorse e di personale formato con competenze sia professionali che umane!
Non è più il tempo del solo pensare, non è più il tempo del solo produrre con avidità, non è più il tempo della sola tecnologia, non è più il tempo delle granitiche certezze e, come scriveva Leopardi ne “La Ginestra o fiore del deserto”, delle “magnifiche sorti e progressive”, non è più il tempo delle sole elemosine distribuite per lavarsi la coscienza.
È, invece, il tempo anche del sentire e della compartecipazione emotiva, magari con arte e creatività; è il tempo anche del recupero della nostra autentica essenza rispetto al solo possedere; è il tempo anche del fare comunità, con sentimento sociale e con tanta concretezza operativa; è il tempo anche della ridistribuzione più equa delle ricchezze del pianeta; è il tempo anche della costruzione di una maggiore consapevolezza individuale e collettiva.
È preferibile vivere per costruire, per progettare, per prevenire piuttosto che vivere per lottare contro qualcosa o qualcuno, dopo!  È meglio progettare per qualcosa di positivo, piuttosto che lottare contro qualcosa di negativo, è più funzionale attuare progetti preventivi piuttosto che combattere qualcosa di problematico che non si è riusciti a bloccare in tempo.
Questo è il tempo della vividezza, cioè dell’intensità, della chiarezza, della vivacità. Esattamente il contrario della mollezza, del grigiore, della piattezza, dell’avvizzimento, dell’aridità.
E vengo a tracciare sinteticamente alcuni filoni di ricerca che, ovviamente, andrebbero approfonditi nel tempo tramite ricerche puntuali, in seguito supportate da progetti specifici.
1. La salute in senso olistico.
Come affermava lo psicoanalista Alfred Adler, ogni individuo è unico e irripetibile per cui la medicina non può studiare solo il malato, senza considerare, per esempio, le specifiche e non generalizzabili caratteristiche fisiche, il corredo genetico individuale, l’ambiente di appartenenza, la fondamentale tipologia di alimentazione, il microbioma intestinale, il particolare mondo esistenziale ed emotivo e i valori che motivano a vivere e a reagire.
Da tempo la PNEI (psico-neuro-endocrino-immunologia) studia l’integrazione dei sistemi e ciò implica anche un’integrazione culturale e formativa. La medicina non può essere insegnata solamente riferendosi a protocolli terapeutici, assolutamente importanti per patologie acute, in fase di acuzie: è sempre più necessario integrarli con l’apporto di varie discipline. Esiste un patrimonio significativo, per esempio, legato alla saggezza e alle culture antiche, alla psicologia del profondo e alla fisica quantistica. Abbiamo bisogno di professionisti che non si rinchiudano nel loro piccolo orticello professionale, ma che siano aperti a confronti transdisciplinari.
Le specializzazioni e le iperspecializzazioni hanno consentito terapie innovative, ma queste sono solamente pezzi di un puzzle che rimanda a una visione d’insieme, olistica. Servono ottimi solisti, ma soprattutto serve un’ottima orchestra! Perfino negli sport di squadra si lavora sul gruppo, sullo spirito di squadra, sapendo molto bene quanto conta e quanto potenzia le prestazioni individuali: un gruppo, infatti, è ben di più della somma delle singole parti.
Il paziente non è oggetto di indagine, ma è soggetto della guarigione, e questa non può essere esclusivamente fisica. Perciò le decisioni riguardanti la salute degli individui non possono essere prese considerando solo i dati statistici o l’età cronologica delle persone. No, grazie! Ogni individuo è un originale e non può essere trattato in serie come le automobili o come le fotocopie.
La malattia attecchisce in un substrato specifico: si ammala meno, chi ha l’organismo meno intossicato. Va data attenzione ai microrganismi patogeni, ma anche al terreno, al livello di infiammazione dell’organismo coinvolto, al rafforzamento del sistema immunitario di ognuno.  
Ne va della nostra salute, specialmente quella dei nostri figli e nipoti.
2. La scuola, l’educazione, la formazione.
La scuola è il luogo per eccellenza di convivenza (o dovrebbe esserlo), di convivialità, di compartecipazione emotiva, di sviluppo dell’intelligenza sociale. 
La scuola è un luogo dove si affrontano tutte le emozioni, anche quelle spiacevoli come per esempio la paura, dove si educano i sentimenti; le emozioni sono variabili, fluide, passano; i sentimenti, invece, vanno coltivati con molta cura. La scuola è un luogo dove ci si può sentire sicuri e accolti, è un posto privilegiato da cui si può guardare il mondo e costruire la propria identità, aumentando l’autostima. 
La scuola non è solo conoscenza e saper fare secondo un modello solo trasmissivo, ma è anche educazione dell’intelligenza emotiva, stimolo per essere se stessi in modo autentico. D’altronde come noi ricordiamo i nostri insegnanti? Per i “tipi” che erano e per la loro personalità, più che per come spiegavano che per cosa spiegavano.
Informazione, conoscenza, comprensione, saper essere, convivenza: da tutto ciò deriva la saggezza.
Dalla scuola è essenziale partire per costruire progetti di prevenzione e di formazione. Perché? Per il semplice motivo che la scuola è l’unico posto dove passano tutti, proprio tutti, e tutti ci stanno per molti anni. Diversamente la prevenzione diventa pura illusione, mitologia consolatoria, pura petizione di principio; diversamente la prevenzione del bullismo, del cyberbullismo, delle varie dipendenze patologiche o di altri disturbi psicosociali risulterà inefficace, con conseguente spreco di risorse umane e finanziarie.
Che fine ha fatto la Medicina Scolastica? E i progetti per istituire un Servizio Psicologico Scolastico che, in modo sistematico e con monitoraggi lungo tempi medio-lunghi, intervenga con alunni, genitori e insegnanti?
La scuola è confronto dialogico: al di là dei contenuti, dei programmi e di quant’altro la scuola è essenzialmente relazione, cioè convivenza, condivisione, compartecipazione emotiva. Quello che non è possibile togliere alla scuola è la comunicazione corporea tra persone, comunicazione che struttura relazioni. Prima dei contenuti, prima delle metodologie, prima della tecnologia, prima di tutto la scuola è relazione!
Un’ottima offerta formativa online non potrà che soddisfare solo in parte i bisogni educativi e didattici degli alunni. Ogni strumento tecnologico può offrire opportunità formative interessanti, ma val la pena di non dimenticare mai la relazione, la corporeità (corpo + emozioni) della relazione, perché noi abitiamo nella corporeità, con tutti i sensi e i vissuti esperienziali.
3. La natura.
Le giovani generazioni hanno bisogno di più natura assieme alla tecnologia. Nel giugno scorso sono stato invitato come relatore al Simposio di una scuola biocentrica di Torino, il titolo della mia relazione sintetizzava l’importanza della natura inserita concretamente nei progetti formativi: “Un bosco per ogni scuola!”
In effetti, i boschi non hanno bisogno degli uomini, sono gli uomini ad aver bisogno dei boschi. Dobbiamo ampliare quantitativamente e qualitativamente le opportunità educative e formative che sollecitano connessioni profonde con i vari elementi vitali del nostro pianeta. Tra l’altro, la natura ha frequenze armoniche particolari e il contatto con essa rende più felici e contribuisce a rafforzare il sistema immunitario.
È assolutamente possibile realizzare ciò, basta dotarsi di flessibilità e di creatività: alcune scuole hanno già realizzato sperimentazioni molto interessanti.
4. L’economia.
Sarà necessaria una poderosa riconversione ambientale delle attività produttive, dai modelli di sviluppo fino alla strumentazione tecnologica, che azzeri -o quasi- il consumo di suolo e di vegetazione. Per esemplificare, se l’uomo devasta le foreste è molto più facile che microrganismi e altri animali invadano le città. Occorre saper imparare a gestire molto meglio le risorse disponibili, se si vuole aumentare la qualità della vita di tutti e non solo di pochi. La logica dei pochi è la logica del tumore che si nutre a scapito dell’organismo; alla fine se l’organismo viene distrutto, anche il tumore perisce. Perciò la logica del tumore è autolesionista.
5. L’arte.
L’arte può aiutare a far riscoprire in se stessi la propria bellezza: chi non la vede, chi non la nota, chi non la percepisce dentro di sé difficilmente sarò pronto per gustare appieno la bellezza esterna, del mondo e del genere umano.  Noi sappiamo più di quello che comprendiamo, ecco perché l’arte non va tanto spiegata quanto vissuta, percepita, sperimentata. L’arte va gustata con tutti i sensi… e con altro ancora.
L’arte allarga i cuori, affina lo spirito ed è il carburante dell’intelligenza emotiva.
6. Il tempo libero.
È il tempo delle amicizie, delle attività appaganti e degli hobby gratificanti: non a caso si definisce libero. Purtroppo, però, verifico frequentemente che per molte persone questo tempo non è sempre autenticamente libero, anzi diventa tempo vuoto, noioso, da riempire in qualunque modo. Esiste anche una sorta di patologia del tempo libero, che diventa tempo critico, talora stressante. Non poche individui non si godono pienamente quanto fanno nel tempo libero, anche se si tratta di attività piacevoli.
Il tempo libero è il tempo più adatto e opportuno per assaporare e per degustare quanto maggiormente piace a ognuno, appunto liberamente.
7. La morte. 
Cito l’ipotesi di un mondo immortale descritta dallo scrittore Davide Maria Turoldo in un suo libro: “La morte dell’ultimo teologo”. L’autore descrive un’isola in cui il tempo trascorre, gli uomini invecchiano e non muoiono mai, pure i sentimenti appassiscono. In tal modo gli uomini perdono il gusto di raccontarsi perché sanno già tutto di tutti. Scompare perfino il senso di tenerezza, di compassione e di pietà per il fatto che, anche in presenza dei dolori più cupi dei propri cari, si afferma: “Tanto non muore!” Si arriva così fino al punto di desiderare che ognuno riprenda a morire, proprio per assaporare “l’emozione di vivere”.
L’uomo non può che manifestare un forte istinto di vita, specialmente se vengono favorite alcune condizioni fondamentali: riscoprire l’aspetto sociale della morte, valorizzare il sentimento sociale pur in presenza di situazioni drammatiche o pandemiche, focalizzare l’attenzione sulla rielaborazione collettiva del lutto e aumentare concrete possibilità, anche rituali, di compartecipazione emotiva. Bisogna che sia veicolato il messaggio che, accanto a ogni tomba o colombario, esiste una comunità di viventi.
Non è pensabile ripetere in futuro modalità anonime, solitarie e disumane di accompagnamento al cimitero, sottoponendo chi è in lutto a un doppio trauma di una morte solitaria e senza una ritualità rielaborativa del dolore. Con un po‘ di fantasia e di flessibilità si può, senza alcun dubbio, coniugare sicurezza e accompagnamento funebre dei propri cari.  Come il lutto provoca caos e destrutturazione, tanto il rito funge da riordinamento dello scombussolamento provocato dal trauma e aiuta a rielaborare la perdita e a continuare a vivere.
Vanno riprese e riaffrontate tutte le tematiche correlate alla morte: questa è parte della vita.  Accettare di parlare della morte, significa accettare appieno la vita e l’uomo in quanto essere mortale che desidera vivere il più intensamente possibile.
In tal modo, il thanatos, la cosiddetta pulsione di morte, il ritorno all’inanimato si confermano concetti estranei ai progetti umani, tranne che in casi eccezionali e patologici. Il discorso sulla morte, quindi, non può che essere un discorso indiretto sulla vita, morte e vita risultano strettamente connesse.
8. La spiritualità.
Comunque uno la intenda, la spiritualità aiuta a procedere in una dimensione di trascendenza, al di là dei confini del visibile, in un ambito dove il silenzio parla. E sgorgano silenzi stupendi che fan risuonare echi profondi, silenzi pregnanti che dialogano col proprio Sé profondo.
 La spiritualità andrà tradotta meglio con modalità sensoriali, corporee, maggiormente consone ai bisogni profondi dell’umanità e compartecipate con coscienza aperta e libera.
Ci si può fermare, a modo proprio si può. Chi periodicamente non si ferma, è perduto! Ci si ferma per recuperare la propria ricchezza interiore e riprendere a vivere.
Recita un detto orientale: “Conosce meglio la strada la lepre o la tartaruga?... Dobbiamo imparare ad armonizzare la nostra lepre interiore con l’altra parte di noi, la tartaruga capace di degustare gli eventi con positiva lentezza.
Per concludere: non ci vuole spensieratezza incosciente, bensì ci vuole molta coscienza spensierata; non ci vuole libertinaggio insicuro, bensì sicurezza un po’ libertina, spinta da sana curiosità di ricerca e sostenuta da un cervello...largo.
 Altrimenti vivremo rallentati, frenati, chiusi, isolati nell’enorme rete web di sole comunicazioni virtuali, tormentati e logorati da oscillazioni repentine tra paura e speranza, disorientati nelle decisioni da assumere di fronte alle diverse stagioni dell’esistenza.
Non siamo nati per tramontare, ma per risorgere!