mercoledì 1 aprile 2020

Odore di pane, il racconto di Annamaria Milano per "#andràtuttobene C’è poesia, oltre il virus"

Dopo "La vita non si ferma. È" Annamaria Milano ha inviato un altro testo per l'iniziativa "#andràtuttobene C’è poesia, oltre il virus" organizzata da Kaos Festival e realizzata in collaborazione con Fattitaliani.it, l'Accademia BB. AA. “Michelangelo” di AG, Casa editrice Medinova e la Fondazione Teatro “L. Pirandello” di Agrigento. Il racconto s'intitola "Odore di pane".

Ho sentito l’odore del pane. All’improvviso, all’albeggiare di brezza marina che alitava verso il paese; sparso e cosparso, giungeva tra le stradine senza voci e schiamazzi mattutini, quell’odore di pane infornato... quel profumo commisto di legna bruciata e fragranza lieta. È il più antico rituale mattutino di intere generazioni di uomini: il pane quotidiano, simbolo di casa, di famiglia, di tradizione ma, ancor più, valore comune a tutti i popoli del mondo. Dai nostri confini occidentali, passando per l’Africa, l’Asia e le Americhe, fare il pane è fare il bene. 
La mamma impasta il pane a casa per i suoi affetti familiari. Il panettiere lo sforna per noi del quartiere, per la gente del paese. È il “fare” il pane che mi stupisce: il gesto più semplice per creare il valore più alto. Meraviglia!
E mi sovvengono alla memoria quel detto: “dammi un tozzo di pane”; oppure quell’irriverente e più nota della regina di Francia, Maria Antonietta: “...se non hanno più pane, mangino brioche”. O del gergo dialettale siciliano: “mettici pane na vucca” 
(in italiano -mettigli il pane in bocca- usato per zittire qualcuno che parla a sproposito). 
E dall’invocazione al Padre Nostro “.... dacci oggi, il nostro pane quotidiano ...” risuona il valore individuale ed universale del pane, cibo per il bene comune. 
Fare il pane è fare il bene: la dimensione privata diviene pubblica. 
“Uno degli insegnamenti più impressionanti delle tragedie del V sec. è proprio l’intreccio delle due dimensioni, pubblica e privata. Con il teatro tragico il cittadino ateniese, insieme a tutto il pubblico che proveniva dalle altre città, era invitato a riflettere sui conflitti che possono emergere se lo scontro tra queste due dimensioni imprescindibili e sempre presenti nella polis non viene in qualche misura riequilibrato, bilanciando i diversi interessi in gioco. Come nel caso di Antigone e Creonte, non è sempre agevole individuare un interesse sicuramente buono contro uno sicuramente cattivo, anzi la ricerca del bene comune è sempre in continuo divenire e richiede il reciproco ascolto e il contributo tanto delle istituzioni, quanto della società civile” (1).  
Il pane è sempre stato un elemento centrale della tavola, basta pensare al fatto che nella cucina più antica si utilizzava il termine “cumpanaticum” (companatico) che si riferiva a qualsiasi cibo potesse essere accompagnato al pane proprio per sottolinearne l’importanza.
I primi a scoprire la fermentazione di acqua e farina e ad impastare il pane, furono gli Egiziani. I Greci aggiunsero all’impasto-base altri ingredienti come miele, latte, olio e olive; mentre i Romani diedero il via alla produzione artigianale costruendo grandi forni pubblici.
Il valore profondo e simbolico del “fare pane” è il viaggio nel mondo globalizzato. Come il naufrago Ulisse viaggio’ per sete di conoscenza e libertà e scopri la bellezza del mondo antico, così gli infiniti modi di “fare il pane” creano identità e sono la memoria di popoli: il valore della collettività è benessere ed armonia. È la gioia immensa del bimbo che addenta il tozzo di pane tenuto, stretto, tra le mani. Così è! 
“Una volta entrai in un panificio e chiesi al panettiere di quel profumatissimo pane che avevo dinanzi. Mi disse che era un pane speciale: era fatto “solo” a lievitazione naturale ed era speciale perché era legato ad un passato. 
Ho voluto riportare quei profumi e quei sapori perché possiate ritrovarli tutti i giorni”. Così è l’odore del pane. 
Annamaria Milano. 
Note bibl.:
(1) interv. “Giustizia e Mito” di Rita Bortone, da L’interpretazione e noi.
(2) cit. di Pino Cuttaia, chef ristorante “La Madia” a Licata.

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