sabato 7 marzo 2020

Samantha Casella, regista e sceneggiatrice "affascinata dal lato oscuro delle persone". L'intervista

«Credo che il vero talento sia essere persone di talento con chi ci sta vicino, con chi amiamo, ancor più che dietro a una macchina da presa» - di Andrea Giostra.

Ciao Samantha, benvenuta e grazie per aver accettato il nostro invito. Come ti vuoi presentare ai nostri lettori? Chi è Samantha artista-della settima arte e Samantha donna?
Ciao Andrea, grazie. Si inizia subito con una domanda difficile… Penso esista un solco profondo tra il mio approccio al cinema e il mio modo di essere, di pormi. Tendo a trasferire la mia parte emozionale più profonda in ciò che realizzo, mentre cerco di affrontare il mio quotidiano con estremo equilibrio. 
Tu vivi a Los Angeles, dove recentemente hai realizzato un cortometraggio dal titolo “I Am Banksy”, che a Hollywood ha avuto diversi riconoscimenti. Ci parli di questo film? Come nasce e qual è il messaggio che vuoi arrivi al lettore? 
Dunque. In realtà, solo “To A God Unknown”, il mio nuovo lavoro, può essere considerato un cortometraggio made in USA, dato che “I Am Banksy” tornai a girarlo in Italia. Si tratta di una storia semplice che ruota intorno all’ostinazione di un giornalista arrivista, interpretato da Marco Iannitello, deciso a scoprire l’identità di questo misterioso artista. Il corto prese vita in una serata come tante, insieme ad amici, con qualcuno che prende la parola e chiede ad alta voce: «Secondo voi chi è Banksy?». Mi colpì la risposta di un’amica che disse: «Forse Banksy non esiste. Oppure siamo tutti Banksy». Il messaggio è semplice, ossia che ciò che viene smerciato per “puro” può comunque nascondere lati oscuri… Però ci mancherebbe, è solo una storia. 
Quali sono i premi e i riconoscimenti che questo corto ha ricevuto negli Stati Uniti?
“I Am Banksy” ha vinto un totale di tredici premi… Oltre a tre premi alla regia, i più importanti sono stati Best International Short al Golden State Film Festival, al Los Angeles Theatrical Release Competition & Award e al Marina Del Rey Film Festival; Best Mystery Short al Olympus Film Festival e Best Foreign Short al Los Angeles Independent Film Festival Award. Non meno di peso credo sia stata la distribuzione nelle sale di Los Angeles.
Ci parli delle tue precedenti opere? Quali sono, qual è stata l’ispirazione che li ha generati, quali i messaggio che vuoi lanciare allo spettatore o a chi leggerà le tue sceneggiature?
Se si escludono giusto un paio di cortometraggi, quasi tutti i miei piccoli lavori non hanno mai proposto un genere narrativo quindi il messaggio non è mai sociale, bensì intimista, o meglio, credo sarebbe presuntuoso da parte mia anche solo sostenere che esista un messaggio portante, perché ognuno eventualmente sente ciò che gli suggerisce il proprio percorso di vita. Non è da escludere l’eventualità che tante persone non vedano proprio nulla nei miei cortometraggi, che li ritengano pretenziosi. Sono critiche comprensibili e che vanno accettate. Io non parlerei mai di ispirazione, non so, penso sia più un ripiegarmi dentro me stessa, cedere al fascino di un’immagine, non so nemmeno spiegarlo con esattezza. In parallelo ho un percorso documentaristico che considero un’esperienza meravigliosa. Ho realizzato diversi video per artisti, poi presentati nell’arco di diverse edizioni della Biennale. Ormai dieci anni fa ho inoltre documentato i vari processi lavorativi della Via Crucis realizzata dallo scultore Federico Severino e collocata nel Pantheon di Roma. Mi scuote pensare che quando tutte le persone che abbiamo lavorato a questo progetto non ci saremo più, la Via Crucis sarà (spero) ancora esposta in un luogo tanto visitato… 
Come e quando nasce la tua passione per la settima arte? 
Da bambina rimasi impressionata da un dialogo su Dio tra un prete e una donna. In seguito avrei scoperto che si trattava di un film di Ingmar Bergman, “Luci d’inverno”. La mia passione per il cinema nasce dal mescolarsi con il mio amore per l’arte e la letteratura. 
Qual è il percorso formativo ed esperienziale che hai maturato e che ti ha portare a realizzare le tue opere? 
Sono affascinata dal lato oscuro che prolifera nel cuore e nella mente delle persone, dal mistero che si nasconde dietro agli eventi, siano essi conseguenza del caso o determinati dal destino, dall’impotenza di noi esseri umani al cospetto di quello “sguardo superiore” che grava sulle nostre vite.
«La lettura di buoni libri è una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati che ne sono stati gli autori, anzi come una conversazione meditata, nella quale essi ci rivelano i loro pensieri migliori» (René Descartes in “Il discorso del metodo”, Leida, 1637). È proprio così secondo te? Cosa significa oggi leggere un buon libro, un buon romanzo? Quali orizzonti apre, se secondo te oggi, nell’era dell’Homo Technologicus, effettivamente la lettura di buoni libri apre orizzonti nuovi? 
Io non so quali siano i “buoni libri”. Ho letto tutto Dostoevskij e buona parte di Steinbeck che ero ancora una ragazzina, eppure questo non ha fatto di me una grande regista. Certo, è scontato che esiste una letteratura alta e una inferiore. Ma ciò vale per tutto. Siamo diversi, viviamo esperienze diverse, momenti di vita diversi. Ora come ora sento la letteratura russa molto lontana da me, mentre mi sta facendo sognare “The familiars” un libro consigliatomi dalla veterinaria della mia gatta. Quindi io credo che nuovi orizzonti li possa aprire leggere in generale ed entrando nello specifico qualsiasi cosa si legge, in chi la legge, può lasciare qualcosa e da questa elaborazione possono aprirsi nuovi orizzonti, i quali però resteranno sempre personali. 
«Per scrivere bisogna avere immaginazione. L’immaginazione non si impara a scuola, te la regala mamma quando ti concepisce. Non ho fatto nessuna scuola per imparare a scrivere. Ho visto tanti film e letto tanti libri.» (Luciano Vincenzoni (Treviso 1926), intervista di Virginia Zullo, 12 aprile 2013, YouTube, https://www.youtube.com/channel/UCDiENZIA6YUcSdmSOC7JAtg ) Tu cosa ne pensi in proposito? Cosa serve per scrivere bene, per scrivere sceneggiature originali e di successo come quelle di Luciano Vincenzoni, uno dei più grandi sceneggiatori italiani del Novecento? 
Non saprei, anche qui si apre un bivio, per una buona sceneggiatura di successo si intende un film Marvel con grandi incassi, o un film che vince la Palma d’oro a Cannes ma che ha un incasso infinitesimale a confronto? L’immaginazione, il talento, sono sicuramente due componente fondamentali. Poi, però, per arrivare al pubblico devi scendere spesso a compromessi, devi capire “il tuo tempo storico”, ciò che ama vedere la gente… Io credo in due categorie di film, in “film onesti” e in “film disonesti”. La verità è alla base di tutto. Si può scrivere anche la storia più dozzinale, ma se la si racconta con verità ne uscirà un buon film.
«Tutti i film che ho realizzato sono partiti dalla lettura di un libro. I libri che ho trasformato in film avevano quasi sempre un aspetto che a una prima lettura mi portava a domandarmi: “È una storia fantastica; ma se ne potrà fare un film?” Ho sempre dei sospetti quando un libro sembra prestarsi troppo bene alla trasposizione cinematografica. Di solito significa che è troppo simile ad altre storie già raccontate e la mente salta troppo presto alle conclusioni, capendo subito come lo si potrebbe trasformare in film. La cosa più difficile per me è trovare la storia. È molto più difficile che trovare i finanziamenti, scrivere il copione, girare il film, montarlo e così via. Mi ci sono voluti cinque anni per ciascuno degli ultimi tre film perché è difficilissimo trovare qualcosa che secondo me valga la pena di realizzare. (…) Le buone storie adatte a essere trasformate in un film sono talmente rare che l’argomento è secondario. Mi sono semplicemente messo a leggere di tutto. Quando cerco una storia leggo per una media di cinque ore al giorno, basandomi sulle segnalazioni delle riviste e anche su lettura casuali.» (tratto da “Candidamente Kubrick”, di Gene Siskel, pubblicato sul Chicago Tribune, 21 giugno 1987). Cosa ne pensi delle parole di Kubrick? Tu come fai a trovare belle e interessanti storie da trasformare in sceneggiature che possano interessare un produttore, un regista?
Certo, penso che nel momento in cui si entra nel meccanismo produttivo, trovare la storia giusta sia essenziale. Ora come ora, credo di non fare testo… Sto scrivendo la mia opera prima ed è una storia che voglio produrre a livello indipendente. Se andrà bene, che già di per sé è un punto interrogativo enorme, in quel caso cercherò di conciliare la scelta mirata di una storia con le esigenze dei produttori… 
«Ho sempre detto che i due registi che meritano di essere studiati son Charlie Chaplin e Orson Welles che rappresentano i due approcci più diversi di regia. Charlie Chaplin in modo grezzo e semplice, probabilmente non aveva il minimo interesse per la cinematografia. Si limita a schiaffare l’immagine sullo schermo, e basta: è il contenuto dell’inquadratura che importa. Invece Welles, al proprio meglio, è uno degli stilisti più barocchi nello stile tradizionale del racconto filmico.» (Conversazione con Stanley Kubrick su 2001 di Maurice Rapf, 1969). Tu cosa apprezzi di più di un film, l’immagine o il racconto, l’inquadratura o i dialoghi? Oppure, per te, cosa è importante in un film, per rimanere nelle parole di Kubrick? 
Sono ossessionata dalla pulizia delle inquadrature… Per me sono un dramma gli interruttori della luce, i termosifoni, o qualsiasi cosa che potrebbe “sporcare” un’immagine in modo non funzionale… Poi certo, apprezzo altri aspetti, i dialoghi ad esempio. 
«Il cinema lo chiamerei semplicemente vita. Non credo di aver mai avuto una vita al di fuori del cinema; e in qualche modo è stato, lo riconosco, una limitazione.» Bernardo Bertolucci (1941-2018). Qual è la tua posizione da addetto ai lavori, di chi il cinema lo vive come professione ma anche come passione, rispetto a quello che disse Bertolucci? Oltre ad essere un’arte, cos’è il cinema per te? 
Il cinema, se sei o vuoi provare a diventare un regista, penso sia un qualcosa che inevitabilmente ti porti dietro durante le giornate. Per dire, io non sono certo Bertolucci, ma mi rendo conto che in alcuni momenti della giornata, mentre sono in compagnia, non sono totalmente presente, ascolto quello che mi si dice, ma non fino in fondo. Dopo ripensandoci mi sento in colpa, ma le storie che sto scrivendo, le immagini che mi evocano alcuni punti, si mescola con le mie giornate. Il cinema per me diventa un dialogo interiore, una solitudine che condivido con i personaggi di cui sto scrivendo. Resta il fatto che non prendo troppo sul serio certe cose, potrei pure diventare una buona regista, ma eviterei di parlarne troppo perché credo non sia un aspetto di cui andare così fieri. Il cinema non è tutta sta cosa, credo che il vero talento sia essere persone di talento con chi ci sta vicino, con chi amiamo, ancor più che dietro a una macchina da presa. 
Chi sono i tuoi modelli, i tuoi registi preferiti, quelli con cui ti piacerebbe lavorare? 
Nel cinema amo i registi che riescono a produrre bellezza visiva… Adoro Malick, Bergman, Kieslowski, Tarantino, Kubrick, Lynch, P.T Anderson, Scorsese, Visconti, la prima Campion, diversi film di von Trier e Tarkovskij. Con chi mi piacerebbe fare una co-regia? Sinceramente è un aspetto a cui non ho mai pensato… 
Se dovessi consigliare ai nostri lettori tre libri e tre autori da leggere, quali consiglieresti e perché proprio questi? 
Tre libri è veramente poco ed è difficile dare consigli perché leggere è una disciplina e tre titoli giusti per me non è detto lo siano anche per altri… Comunque direi “La Signora Dalloway” di Virginia Woolf, “Assalonne, Assolonne!” di William Faulkner e la saga di Harry Potter. Trasudano di emozioni e sentimenti forti: sono libri formativi, carichi di passione, di tragedia, di amore, di speranza, di disperazione. 
“The Tree of Life” perché credo sia un’opera al limite del definitivo per il cinema. “The Hours” perché è poesia e perché vi recitano le due attrici viventi che trovo le migliori in assoluto: Nicole Kidman e Julianne Moore. “Welcome to the Rileys”, non perché sia tra i miei film preferiti, non è nemmeno in top 50, ma perché James Gandolfini offre una interpretazione stupenda e perché troppe persone ancora sminuiscono Kristen Stewart, mentre è l’attrice di maggior talento della sua generazione. 
Una domanda difficile Samantha: perché i nostri lettori dovrebbero vedere i tuoi film? Prova a incuriosirli perché li cerchino e li vedano nei canali online dove sono disponibili. 
A questa domanda non so proprio rispondere perché credo sia un processo che deve avvenire in modo fluido. Sarei felice se facessero qualche ricerca, che provassero a vedere qualcosa, poi se interrompono la visione dopo due minuti, può succedere.  
Quali sono i tuoi prossimi progetti e i tuoi prossimi appuntamenti di cui ci vuoi parlare? 
Il 26 febbraio al Chinese Theatre, in occasione del Golden State Film Festival, verrà presentato il mio nuovo cortometraggio “To A God Unknown”. Ho già avuto notizia di tre premi vinti come miglior corto sperimentale, regia femminile e fotografia al Independent Shorts Awards; un Festival che si terrà a marzo ai Raleigh Studios di Hollywood. Sto poi scrivendo la sceneggiatura di quello che spero sarà il mio primo lungometraggio… In realtà ho tre film che sto un po’ valutando… 
Dove potranno seguirti i nostri lettori e i tuoi fan?
Cerco di aggiornare i miei spazi social, da Facebook, a Instagram a Twitter… Su Instagram cerco di pubblicare anche qualcosa dei luoghi e delle cose che più amo. C’è poi un blog, in cui ho scritto diversi articoli biografici su personaggi per cui ho un debole, anche del mondo dello sport. 
Come vuoi chiudere questa chiacchierata e cosa vuoi dire ai nostri lettori? 
Beh, ringrazio chiunque sia arrivato alla fine di questa intervista. Ovviamente mi farebbe piacere se qualcuno seguisse un po’ il mio percorso, soprattutto in previsione del mio primo film. Il vero motore trainante del cinema rimane il gradimento del pubblico, a qualsiasi livello.

Samantha Casella

Andrea Giostra