sabato 21 marzo 2020

La quarantena dell'amore, per #andràtuttobene il racconto di Giuseppe Graceffa


Con il contest "#andràtuttobene C’è poesia, oltre il virus" Kaos Festival, in collaborazione con Fattitaliani.it, l'Accademia BB. AA. “Michelangelo” di AG, Casa editrice Medinova e la Fondazione Teatro “L. Pirandello” di Agrigento, invita a raccontare questi giorni tramite versi, immagini, parole. Tutti i lettori sono invitati a raccogliere emozioni, incertezze, ansie, scoperte di un tempo inconsueto e imposto e a condividerle mandando fino al 3 aprile una poesia, un racconto, un aneddoto, una foto, una canzone, un video a premiokaos@gmail.com o tramite whatApp al numero +393284234076. Oggi pubblichiamo il racconto di Giuseppe Graceffa di Aragona (AG).

Piccole mani che cercano un colore per riempire il bianco e trasformarlo in oro, dita sottili che spingono una matita in lievi tratteggi, che si stringono attorno a una fede a cui aggrapparsi, che cercano una luce che illumini la speranza.
Piccole mani che si muovono furtive su un foglio bianco da colmare di meraviglia perché anche il suo piccolo cuore possa essere partecipe di un sogno più grande, il sogno di una vita ritrovata, di una vita scampata alla reclusione in casa, di un pericolo invisibile che si aggira per le strade e la costringe a rimanere chiusa e distante, senza i compagni, senza le maestre, senza le corse felici e i giochi sfrenati.    
Tutti ripetevano che tutto sarebbe andato bene e anche Elisa ci sperava. Le piaceva stare a casa e non andare  a scuola, ma con il passare del tempo e il trascorrere dei giorni, la mancanza dei compagni e delle maestre cominciava a farsi sentire. 
I compiti erano tanti e Marta faticava a stare dietro a tutto, a scaricare le lezioni da guardare, le schede da completare, le lezioni da studiare. Elisa era una bambina che si applicava molto, era sempre stata brava a scuola, ma era pur sempre una bambina. E come tutte la bambine doveva essere spronata, incentivata, sgridata in continuazione se voleva che facesse tutti i compiti ogni santo giorno.
Era una continua battaglia per fare in modo che quel barlume di normalità e di quotidianità facesse da diga alle preoccupazioni e da argine alla disperazione.
Marta era sempre stata una donna forte. Aveva affrontato la vita con un piglio deciso e determinato nonostante tutti i problemi che la quotidianità le aveva posto davanti, e insieme a suo marito Filippo avevano combattuto per creare e mandare avanti una piccola attività e ottenere quello che avevano. Una piccola casa, un lavoro che permetteva loro di vivere dignitosamente e soprattutto quella splendida bambina che riempiva le loro vite di luce purissima e di amore incondizionato e feroce.
Filippo amava sua figlia di un amore viscerale, totale, sintomatico. I suoi lunghi capelli lisci che avvolgevano un viso dalla pelle morbida e vellutata, un nasino che faceva a gara con la forza di gravità e due occhi d’ebano scuri e profondi, lo avevano fatto innamorare ogni giorno di più.
- Elisa, la tua bellezza trascende la realtà e sconfina nell’immaginazione – le diceva mentre la osservava giocare, mentre rideva, mentre scherzava. Non si saziava mai di guardare quello splendore che gli gironzolava intorno ogni giorno e lo spingeva a chiedersi sempre come avesse fatto a partecipare alla sua creazione.
La bambina, ogni volta che sentiva quelle parole, lo ammoniva bonariamente, si scherniva e gli intimava di smetterla, prima di donargli uno dei suoi sorrisi che gli incatenavano il cuore e gli riempivano gli occhi di tenera commozione.
- sei l’essere più meraviglioso di tutti gli universi conosciuti e sconosciuti – continuava però lui imperterrito e incurante dei rimproveri della figlia, incapace di frenare il desiderio ardente di manifestare alla sua bambina tutto lo stupore e la meraviglia che lei gli suscitava.
E ancora lei lo rimproverava per quelle frasi che la imbarazzavano, protestava, insorgeva, disapprovava, chiamava in aiuto la mamma, ma alla fine, rimaneva sempre incollata a suo padre a ricevere tutti i complimenti che lui continuava a rivolgerle.
Poi arrivò la febbre. E con la febbre i dolori in tutto il corpo. E con i dolori, la tosse. Sempre più insistente. E la spossatezza.
Poi fu il turno dei tamponi e dell’attesa. Poi quello dell’ambulanza. Infine quello dell’ospedale e della lontananza.
E dell’angoscia.
- che stai facendo? – le chiese Marta guardando la bambina che rovistava tra i colori, davanti a un foglio che cominciava a riempirsi di varie tinte
- sto facendo un disegno per papà – rispose la bambina senza alzare lo sguardo da quel foglio che la teneva così impegnata e senza distogliere lo sguardo assorto dal suo prezioso lavoro. La donna si mise dietro di lei  e la baciò sul capo soffermandosi con le labbra tra i suoi capelli di seta che profumavano di mela e di giovinezza
- lo sai che non possiamo andare all’ospedale a trovare papà –
- si lo so – disse Elisa - ma potremmo fare avere il disegno a qualcuno che possa darglielo per me –
Marta sorrise stanca e le accarezzò i capelli. Si allontanò da lei prima che la piccola si accorgesse delle lacrime che non riuscì a trattenere. Non riusciva a evitare di piangere ogni volta che pensava a suo marito ricoverato in terapia intensiva senza che potessero nemmeno vederlo da dietro un vetro. E ci pensava spesso. E piangeva spesso. Sola. Di nascosto. Perchè sua figlia non doveva vederla piangere.
Dopo qualche minuto la bambina si alzò tutta trionfante con in mano il foglio su cui aveva lavorato fino a qualche istante prima, accuratamente piegato e sigillato con del nastro adesivo trasparente. Su un lato c’era scritto “PER PAPA’” tra una nuvola festosa di cuoricini colorati di rosso.
Diede il foglio alla madre e la pregò di farlo avere al papà prima possibile.
Marta anche quella volta non pianse. La guardò con gli occhi gonfi di disperazione e si sforzò ancora una volta di sorridere. Prese il foglio e baciò la bambina con tutto il trasporto e l’emozione che provava in quel momento.
Poi le disse di andare a giocare e che ci avrebbe pensato lei, e mentre la bambina era impegnata con i suoi giochi, si chiuse nella sua stanza e iniziò a piangere come mai aveva fatto prima di allora. Ma fu solo un attimo perché si costrinse a ricomporsi e si attaccò subito al telefono. Chiamò tutti quelli che potevano aiutarla a recapitare al marito la lettera di sua figlia, e continuò a farlo fino a quando non ci riuscì.
L’indomani passò da casa l’amico di un loro amico, un uomo che lei non conosceva e che non aveva mai visto ma che si era dichiarato disponibile per quel compito per il quale lo avevano pregato. Si chiamava Guido e faceva l’infermiere nell’ospedale dove era ricoverato Filippo anche se in un reparto diverso da quello della terapia intensiva.
Presero tutte le precauzioni del caso per rispettare la quarantena e non mettere in pericolo la salute dell’infermiere che era stato così generoso e disponibile a eseguire quel compito. Marta gli fece trovare sotto casa la lettera di sua figlia dentro una busta di plastica trasparente, sigillata e disinfettata. Se non fosse stata la letterina di una bambina al proprio papà sarebbe potuta sembrare una missiva di importanza vitale per la nazione, data la cura e l’attenzione con cui era maneggiata.
L’uomo la prese con i guanti, la infilò in un contenitore ermetico e la portò con se mentre si recava al lavoro in quell’ospedale che era diventato la prima trincea di una guerra silenziosa e mortale, una guerra che stava cambiando la vita di molte persone e che stava radicalmente trasformando l’intera società.
Una società che si sentiva protetta dalla sua tecnologia e dalla sua scienza e che si era improvvisamente ritrovata spiazzata e  impotente, privata di quelle certezze che fino ad allora l’avevano accompagnata nella sua recente storia.
Una società che non si era ancora perduta e che poteva ancora vincere e che probabilmente avrebbe vinto, ma che non sarebbe più stata la stessa. 
Arrivato in ospedale, Guido si recò per prima cosa nel padiglione che avevano destinato alle infezioni  da Covid-19 dopo aver indossato tutti i dispositivi di protezione, e andò direttamente nel reparto di terapia intensiva dove lavorava un amico medico che lo avrebbe sicuramente aiutato nonostante l’immenso e gravoso lavoro dal quale tutti loro erano gravati.
Dietro la mascherina e gli occhiali di protezione, il medico aveva gli occhi stanchi e si muoveva lentamente, forse per lo sforzo fisico di quel lavoro spossante ma anche per l’impegno psicologico di un’attività come quella, che sottoponeva tutti loro a pressioni e responsabilità indicibili.
Nonostante ciò, il medico prese la lettera, la guardò e scosse lentamente la testa senza riuscire a trattenere le lacrime
- il paziente è morto proprio poco fa – disse con un filo di voce mentre quella lettera sembrava scottargli tra le dita – ma il corpo non è ancora stato portato via ed è ancora adagiato sul letto e fosse l’ultima cosa che faccio, ti prometto che gli farò avere questa lettera –
Guido rimase impietrito e incapace di proferire alcuna parola mentre osservava l’amico allontanarsi con passo svelto e la lettera in mano.
Il medico entrò nella stanza dove si trovava il corpo di Filippo che non era più intubato e in attesa di essere trasferito altrove per fare posto ad un altro ammalato. Aprì la busta di plastica, dispiegò il foglio e lo appoggiò sul petto dell’uomo che aveva da poco smesso di vivere.
All’interno della lettera era disegnato un grande arcobaleno di tanti colori sorretto da due nuvolette bianche, e sotto di esso la scritta “ ti voglio bene papà, mi manchi moltissimo”   # ANDRA’ TUTTO BENE

Giuseppe Graceffa