lunedì 6 gennaio 2020

Un puro Leopardiano, Alberto Folin a Fattitaliani: ecco perché i giovani s'innamorano di Leopardi. L'intervista


Il Prof. Alberto Folin è uno dei più grandi studiosi di Leopardi in Italia, è membro del Comitato Scientifico Del Centro Nazionale di Studi Leopardiani e Vicepresidente del Centro Mondiale della Cultura e della Poesia G. Leopardi.
 Folin ha insegnato Ermeneutica Leopardiana all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli ed è stato nominato dal Ministero della Cultura Membro del Comitato Nazionale per le celebrazioni del Bicentenario della Composizione dell’Infinito (1819-2019).
Sempre con l’Editore Marsilio, il Professore ha pubblicato: “Leopardi e la notte chiara”, “Pensare per affetti. Leopardi , la natura, l’immagine”, “Leopardi e l’imperfetto nulla”, “Leopardi e il canto dell’addio”.
Chi scrive ha avuto ad Erice, nell’ambito delle tre giornate Letterarie del Concorso L’Anfora di Calliope, la possibilità e l’onore di sedere al suo fianco ed assistere ad un suo intervento su vari interrogativi che i giovani si pongono con la frequentazione dei versi di questo grande ed amato Poeta.
Il libro di riferimento è il “Celeste Confine. Leopardi e il mito moderno dell’infinito” ultimo saggio del Professore sempre editato da Marsilio, ora arruvato, in soli sei mesi, alla terza edizione.
D. Professore, a parer suo, data la frequentazione con i giovani, perché quando in età scolastica ci affacciamo sul mondo Leopardiano consideriamo difficile questo approccio ma ci innamoriamo di questo Poeta?
R. Sulla base della mia esperienza di lettore, oltre che di docente, posso dire che la “difficoltà” cui lei fa riferimento deriva molto spesso da un eccessivo tecnicismo che una certa tendenza della critica privilegia nel far accostare i giovani non solo al verso leopardiano, ma anche alla poesia in generale. So bene che molti studiosi guardano con diffidenza all’emotività “adolescenziale” con cui fin dalla scuola media, molti ragazzi leggono alcuni testi di Leopardi (si pensi, oltre che all’Infinito, a Alla Luna, o a La sera del dì di festa) anche assai complessi, con un’empatia istintiva priva di consapevolezza critica  e/o letteraria, ma inviterei questi studiosi a riflettere che è stato proprio Leopardi a comprendere come la poesia moderna può essere attuale solo a condizione di “fingersi” antica, ossia cercando di cogliere la sensibilità moderna, attraverso una “finzione”: fingersi antichi per rapprentare il mito (l’Illusione) come ultima possibilità di essere ancora vivi in un mondo dominato dal deserto delle idee e dall’oblio dell’immaginazione. È proprio questa operazione, che presuppone una padronanza della lingua straordinaria, a far scattare nei giovani questo istintivo “innamoramento”. Certo, tale empatia non basta ed è il primo livello da cui partire per scoprire nella   poesia leopardiana tutto il senso della scrittura poetica moderna (operazione molto complessa). Ma perché svilire questo trasporto immediato, che ha indubbiamente una sua autenticità innervata in un’esperienza esistenziale irripetibile (quella del primo affacciarsi alla luce del mondo)?                                                                           
D. Ci può fare un Distinguo tra l’Uomo e il Poeta?
R. Ritengo che distinguere l’uomo dal poeta sia un’operazione artificiosa. Solo il “letterato” di professione  (il quale cioè usa la poesia come “mezzo” per altri scopi che non siano quelli del puro interrogare il senso della propria presenza al mondo) sente l’esigenza di costruirsi artificialmente la veste di “poeta”. Ma il vero poeta non ha bisogno di una veste. La sua espressione lirica nasce da un’assoluta necessità di linguaggio (e di canto).
D. L’Infinito è una poesia consolatoria? Se si, perché?
R. Anche recentemente è stata avanzata l’ipotesi che la composizione de L’infinito, ubbidisca in qualche modo alla necessità per Leopardi di costrursi un fàrmakon, cioè una “consolazione” rispetto alle delusioni cui va incontro in quel fatidico 1819: il fallimento della sua tentata “fuga” da Recanati, l’oftalmia che lo costringe alla cecità per diversi mesi, l’amarezza nel constatare di aver passato l’età adolescenziale in uno studio “matto e disperatissimo” che - a suo avviso - gli avrebbe rovinato la parte più bella e feconda della giovinezza. Io non sono d’accordo con questa interpretazione. Non dobbiamo dimenticare che nel 1819 Leopardi ha solo 22 anni, è poco più di un adolescente. Ma ha già accumulato nella sua mente prodigiosa un’esperienza intellettuale irripetibile, che egli coniuga con la freschezza conoscitiva della sua età: lo stupore di fronte all’apparire delle cose, alla bellezza incantata della natura e alla sensualità dell’amore.  La lingua greca è diventata per lui una specie di “lingua materna”. Giacomo pensa e vede come gli antichi greci, e cerca di cogliere il sublime che anima la poesia di Saffo, di Teocrito e di Anacreonte, di Esiodo e, soprattutto, di Omero, in forma moderna. Sa, però, che la modernità ha distrutto la persuasione con cui gli antichi vedevano la natura vivente, distruggendo irreversibilmente - con la conoscenza scientifica - le figure metaforiche del mito (ossia le “illusioni”). Ma sa anche che il mito è ineliminabile nella vita dell’uomo. L’infinito, questo capolavoro assoluto della lirica di tutti i tempi, può essere letto anche come apertura dell’io verso il linguaggio inteso in quanto “parola pura”. La poesia, d’ora in poi, potrà parlare solo  dell’io, della sua coscienza e del suo inconscio separati da una linea sottile.
D.  Questo Idillio si può definire una grande avventura spirituale?
R.: Certamente. È il racconto dell’io che si trova di fronte alla domanda fondamentale: perché le “cose” e non il “nulla”? Quale confine o ultimo orizzonte disgiunge e congiunge il visibile dall’invisibile che noi tutti siamo?
D. Lo spazio infinito, il tempo, il silenzio contenuti nella Poesia sono strumenti che possono aiutare l’uomo a superare  i propri limiti?
R.: Ogni volta che l’uomo cerca di superare i propri limiti si verificano disatri: guerre, stragi inaudite, orribili violenze (anche con il silenzio e con l’idea dell’infinito). Io credo che la poesia abbia una funzione esattamente contraria: far accettare all’uomo la propria finitezza. Non è esattamente questo il senso della “lenta ginestra” che  - di fronte alla violenza del vulcano (e cioè all’enigma dell’essere) -  china il capo “non renitente” in un gesto di sublime sprezzatura, accettando “eroicamente” la propria irriducibile “fragilità”?. Solo il riconoscimento e l’accettazione di questa “fragilità” potrà portare alla fratellanza fra gli uomini, che è così lontana dai giorni del nostro inquietante presente.
D. Non è errato, a parer suo, definire Leopardi un irriducibile “pessimista”?
R. Sì, lo è. Leopardi non è affatto un “pessimista”. O meglio, lo è è rispetto a coloro che pensano alle “magnifiche sorti e progressive” senza nessuna possibilità di fondare questa convinzione su basi certe e scientificamente dimostrabili . Non si tratta di pessimismo o ottimismo. Si tratta di realismo. Vorrei citare a questo proposito una frase tratta dallo Zibaldone, ricordata anche recentemente su Facebook dalla contessa Olimpia Leopardi: “Quella vita ch’èuna cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura”. Le sembra un messaggio pessimista?
D. Perché Leopardi è stato poco conosciuto fuori dall’Italia?
R: Già nell’Ottocento, un filosofo come Friedrich Nietzsche, assieme ad altri studiosi (soprattutto francesi e tedeschi) avevano compreso la grandezza di Leopardi. Tuttavia, è assolutamente vero che c’è stata, e contìinua a  esserci , una sottovalutazione nel mondo della grandezza di questo poeta-filosofo. Oggi però, grazie all’attività el Centro Nazionale di Studi Leopardiani, il nome di Leopardi si diffonde sempre più, con saggi critici e traduzioni. Il motivo di questo ritardo, a  mio avviso, sta soprattutto nella specificità del pensiero e della filosofia italiani, che - per motivi che sarebbe troppo lungo qui spiegare - sono refrattari alla sistematicità e all’organicità nei confronti del potere politico.
Grazie Professore per il suo illuminato parere su questo Grande, non solo Poeta ma anche Uomo,per averlo sempre, con le sue parole, reso più accessibile a tutti noi, per parlarne anche con umiltà,lasciando a chi ascolta la possibilità di darsi delle risposte.
Non esistono, comunque, verità assolute perché come dice questo “immenso” Poeta:Il forse è la parola più bella del vocabolario italiano, perché apre delle possibilità, non certezze… Perché non cerca la fine, ma va verso l'infinito."
Caterina Guttadauro La Brasca