sabato 7 luglio 2018

Anna Pavignano a Fattitaliani: il teatro ha bisogno dell’uomo, del pensiero, della creatività, dei sentimenti. L'intervista

Per Teatri di Pietra 2018, il 30 giugno è andato in scena "La svedese" (MDA/Produzioni), uno spettacolo con Grazia Schiavo e alla chitarra Alessio Morabito. Fattitaliani ha intervistato l'autrice Anna Pavignano.

Se dovesse spiegare lo spettacolo in poche battute...?
La storia di una donna, di un pezzo importante della sua vita, in cui s’innamora disperatamente, soffre, si ammala, cerca una strada per uscire dal dolore, scopre che quello che credeva essere un ‘mal d’amore’ è un terreno fertile per far crescere ed esplodere dolori più profondi legati alla sua infanzia e non ha più nulla a che fare con l’innamoramento. 
Se dovesse presentare il personaggio in poche righe...?
Livia ha imparato, dal rapporto tra i suoi genitori, che l’amore è un intreccio di sofferenze, in cui tutti vogliono qualcosa che non gli viene dato. Per cercare di fuggire da questo meccanismo diventa una persona che non chiede nulla ad un rapporto, che si nasconde, che rinuncia ad essere sé stessa e alla propria identità, fino a trasformarsi fisicamente in quella che crede la sua rivale. Il dolore, quando diventa malattia, è difficile da inquadrare: ognuno soffre a modo proprio e Livia s’inventa una serie di stranezze, così tragiche da strappare il sorriso. Ad un certo punto la ritroviamo nuda, per strada, sotto la pioggia, che va a comprare le sigarette…
Oltre agli ovvi adattamenti scenici, che cosa è cambiato rispetto all'omonimo libro?
La narrazione si è molto asciugata, sono rimasti gli snodi di trama fondamentali e gli approfondimenti basilari sulla psicologia, le emozioni, i sentimenti. Ma credo che l’idea a cui tenevo, e cioè che l’incapacità di affrontare un amore finito non è legato a quanto questo amore sia stato grande, ma a cose diverse come l’autostima, l’educazione sentimentale avuta, gli aspetti irrisolti del passato che con l’amore saltano fuori in modo esplosivo, siano emersi forse ancora più chiari dalla sintesi che il teatro comporta.
Com'è cambiato negli anni il suo sguardo verso il teatro e la sua funzione?
Il teatro è un’arte antica, ancestrale, come la pittura, la scultura. Non ha bisogno di tecnologia, anche se non la disdegna e, anzi, ne viene arricchita. Però, di base, ha bisogno dell’uomo, del pensiero, della creatività, dei sentimenti, nel senso più alto del termine. Anche in un malaugurato day after, sarebbe tra le prime arti a risorgere dalle macerie. Prima che venga ripristinata l’elettricità, prima del computer, in tempi di day after, si potrebbe ricominciare a fare teatro. Son pensieri pessimisti? Di questi tempi ci stanno!
Lavorare a teatro, per il cinema, scrivere libri: ha concepito la cultura sempre attraverso la connessione delle diverse arti? 
Si deve ragionare in termini di linguaggi. La cultura, l’arte, si diversificano per i linguaggi, i mezzi espressivi e si identificano nella comunicazione e nella narrazione di eventi e pensiero. I mezzi espressivi e i linguaggi seguono i tempi, si evolvono e potenziano con il potenziamento dei mezzi comunicativi. Ma a guardare certi quadri del passato, che rappresentano eventi storici, non sono forse dei ‘telegiornali’ dell’epoca? La differenza sta nella qualità. La rappresentazione di certi eventi e storie del passato, oltre ad essere cronaca, diventa arte. E poi c’è il cinema, il mezzo più moderno per trasformare la realtà in arte. Non sempre, ma più spesso di quanto si creda: ogni volta che un film cattura l’emozione di uno spettatore e gli fa capire qualcosa di più di sé o gli insegna qualcosa di nuovo, c’è un pezzetto di arte in quel film. Giovanni Zambito.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Lo spettacolo

LA SVEDESE: PER CHI CREDE CHE SIA SOLO MAL D’AMORE
E’ la storia di Livia e dalla sua passione amorosa per Milo che, da colpo di fulmine giocoso, diventa l’occasione per trasformare i dolori ereditati nell’ infanzia, in un ‘mal d’amore’ fatto di autolesionismo e continue negazioni di se stessa.

Livia, per evitare di ripercorrere le strade della sua educazione sentimentale nell’ambito di una famiglia con rapporti distorti condizionati dalla violenza psicologica, sceglie il ruolo di amante silente e in eterna attesa.

Questo la porta a spersonalizzarsi fino a ‘trasformarsi’ nella sua rivale in amore , Sara, e arriva all’assurdo di desiderare di ucciderla per prendere il suo posto.

Incinta, non dice a Milo di aspettare un figlio : non vuole essergli di peso.  Affida il bambino a sua madre, scegliendo di vivere, invece della maternità, il proprio dolore senza fondo. Poi risale dall’abisso, ma Milo si ripresenta.

Scoprono di aver vissuto un amore frainteso, fatto di cose immaginate e mai dette.

Ora che hanno capito, hanno il mondo reale a disposizione per il futuro.
Anna Pavignano è piemontese, ma Romana e Napoletana di adozione. Esordisce con Massimo Troisi, con cui scrive i film di maggior successo, da “Ricomincio da tre” a “Il Postino”, con cui ha una Nomination all’Oscar per la sceneggiatura. Firma altre pellicole con vari registi, tra cui Alessandro D’Alatri (“Casomai”, “Sul mare”), Michael Radford (“Il Postino”, “Elsa & Fred”, “La musica del silenzio”), Luca Barbareschi (“Something good”), Davide Ferrario (“Se devo essere sincera”). Per la narrativa, Edizioni E/O : “Da domani mi alzo tardi”, “In bilico sul mare”, “Venezia, un sogno”. Verdechiaro Edizioni: “La Svedese”, “Cinecittà Holding”, “Massimo Troisi”, biografia dell’attore.

Per il teatro ha scritto: “Amore al buio”, messo in scena da Maria Pajato e Andrea De Venuti. “Sposa del demonio” interpretato da Marcello Prayer. “Da domani mi alzo tardi” interpretato dall’autrice stessa e tratto dall’omonimo libro. “In bilico sul mare”, interpretato da Marcello Prayer.