mercoledì 9 maggio 2018

Opera, Marianna Pizzolato a Fattitaliani: sul palco un artista è al centro fra il compositore e il pubblico. L'intervista


Diplomata con il massimo dei voti in canto al Conservatorio Bellini di Palermo, il mezzosoprano siciliano Marianna Pizzolato (viene da Chiusa Sclafani), è una delle interpreti di riferimento per il repertorio rossiniano. Attualmente fino al 15 maggio è al Teatro dell'Opera di Liegi ne "La donna del lago" (recensione). Fattitaliani l'ha intervistata.
Come si trova nei panni di un uomo?
Bene, come in tutti i ruoli en travesti rossiniani e Malcolm è il personaggio dell'opera con un lato poetico, dalla tessitura contraltile, in lui si esprime proprio il contralto rossiniano e la tessitura dunque è grave ma spicca anche in alto. È un bellissimo personaggio con due arie fantastiche che sono un po' a parte: risulta il ruolo che interagisce poco a partire da Elena, con cui ha poche interazioni. Però all'interno dell'opera ha una sua struttura, un suo peso.
Particolare il momento quando Malcolm invoca dolcemente il nome di Elena: cosa metti in questo nome mentre lo canti?

Sai, il pathos rossiniano viene dalla musica, da quello che già è scritto che è sufficientemente valevole per tenersi in piedi da solo. Questo tipo di drammaturgia permette di usare la fantasia e in quel momento ho proprio usato l'immaginazione.
Quando come -nel suo caso- scatta l'applauso un artista ha il tempo di rendersene conto dato che bisogna continuare a cantare?
Diciamo che sicuramente fa piacere: è un fatto soggettivo. Si deve restare nel personaggio se no si perde un po' il filo e cominciano a subentrare altre emozioni: quando si è sul palcoscenico ci si deve pensare al centro fra il compositore e il pubblico. L'applauso fa ovviamente piacere, ma si cerca di rimanere concentrati, a servizio della musica, il motivo per cui siamo lì.
Michieletto ha introdotto nella sua messa scena un alter ego di Malcolm anziano: come si è trovata col suo doppio?
Benissimo. Alessandro Baldinotti è un attore straordinario, ho imparato tantissimo e spero di lavorare con lui ancora perché mi ha dato l'occasione di poter vedere come si muove un attore, come guarda e questo è molto interessante soprattutto per noi cantanti lirici che un po' pecchiamo da questo punto di vista. Trovo che questo alter ego sia un prolungamento del personaggio e questo fa sempre bene: perché tutto ciò che può offrire al pubblico un'idea, un'immagine, un ricordo che fa scattare un pensiero, secondo me è assolutamente positivo.
C'è una presenza che l'accompagna quando è sul palco?
Io sono credente e mi affido un po' al cielo. Sicuramente prima di andare in scena tocco lo spartito e dico "Gioachino, stammi vicino, stiamo insieme, dobbiamo farlo insieme!". E il mio pensiero in questo caso va ad Alberto Zedda (intervista di Fattitaliani) con il quale ho inciso "La donna del lago" undici anni fa e ho studiato questo ruolo con lui e in qualche maniera mi sento sempre accompagnata da entrambi e dico "andiamo tutti e tre insieme!".
Come ti vedi nel cammino che hai fatto?
Con qualche chilo in più (ride, ndr). Artisticamente parlando, sicuramente più matura, con un bagaglio maggiore e soprattutto con la consapevolezza. Oggi è importante essere consapevoli di se stessi, della propria voce, del proprio corpo, dei propri mezzi, dove vanno e dove possono arrivare.
Prossimi progetti?
Canterò uno "Stabat Mater" con la Rai di Torino, poi a Parigi e in Spagna per L'italiana in Algeri, poi sarò a Monaco per Sigismondo, a Santa Cecilia, a Palermo al Teatro Massimo e ancora concerti e cose bellissime.
Tornare a Palermo, la sua città, può essere fonte di qualche timore in più?
No, mi piace tornare a Palermo perché ci abito; dunque, mi fa piacere tornare a casa e poi nel teatro della propria città ci si sente sempre un po' a casa, in famiglia. Giovanni Zambito.
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