giovedì 14 settembre 2017

Claudia Saba, “Era mio padre” un bel romanzo doloroso e crudo. la recensione di fattitaliani

Claudia Saba, “Era mio padre”, Laura Capone Ed., Roma, 2016. Recensione di Andrea Giostra.

Questo l’incipit del racconto, del romanzo, della confessione, della denuncia letteraria, del grido sordo di Munch con il quale la bravissima e coraggiosa Claudia Saba inizia a raccontarci la sua storia: “Aveva all’incirca 13 anni, e nonostante ricordi sfocati, di quei giorni senza apparente sole, alcuni odori li porta ancora attaccati alla pelle, vividi dentro di sé. Andava a scuola, come le adolescenti della sua età, e appariva serena, forte e piena di Vitalità. Si appassionava ai libri di testo, curiosa di apprendere la storia, la geografia, la poesia scritta dai grandi poeti di un tempo, che alimentavano in lei, emozioni e fantasie. Amava la competizione, con le sue compagne, ed era per scelta, la prima della classe. Oggi Sara, ricorda.”
Se non fosse per la Prefazione clinica, più che letteraria, che nella sua attenta analisi criminologico-diagnostica, nell’introdurre la storia di Claudia Saba, scopre il racconto e i suoi intrecci narrativi che un lettore preferirebbe farseli tracciare dalla narrazione dall’autrice, più che vedersi imporre dei sentieri interpretativi di attrezzati professionisti della devianza psicopatologica, ovvero, della vittimologia e della criminologia, l’incipit sembrerebbe introdurre ad una bella e giuliva storia di un’adolescente che racconta di sé e delle sue belle avventure scolastiche che la condurranno all’età adulta e alla sua vita fatta di passioni letterarie e culturali scoperte e coltivate da bimba a scuola con le sue compagne di classe e con i suoi professori che l’hanno iniziata all’amore della cultura e dell’arte.
La prefazione, purtroppo, è uno spoiler colossale! Ma si conforti col mal comune mezzo gaudio dantesco la nostra autrice, perché questo è un errore formidabile che commettono moltissimi editori non attenti ai lettori che aborrano essere imbrigliati in griglie di lettura pre-confezionati!
Ma detto questo, la storia di Saba è di quelle che penetrano l’animo e le membra lentamente e inesorabilmente come la katana di Hattori Hanzo. Non si può che lasciarsi accompagnare attenti all’ascolto dalla narrazione di Saba. Quell’ascolto che l’autrice “pretende” da chi leggerà la sua bellissima e devastante storia. Quell’ascolto che le madri pusillanimamente colluse hanno negato al loro stesso sangue per egoismo affettivo, per depersonalizzazione patologica, per estraniamento cinico e schizofrenico … per paura insomma … quella paura che porta moltissime madri denaturate ad esser complici del carnefice più che strenue combattenti per proteggere il loro stesso sangue, come qualsiasi madre di qualsiasi razza vivente su questo pianeta fa istintivamente con i propri cuccioli. E lì il dramma si consuma due volte, tre volte, quattro volte, infinite volte! Infine come la stupidità umana che non vede dove deve vedere e non guarda dove deve guardare. E allora la vittimizzazione diventa secondaria, come la si definisci in clinica psicoterapeutica. Una vittimizzazione che può essere fatale e irreversibile, e portare alla morte dell’anima più che del corpo fisico.
Ma qualche volta dalle tragedie più cruente e più dolorose, se l’animo umano resiliente (scusate il termine tecnico!) riesce ad innescare la sublimazione più fulgida, germogliano meraviglie, arte, cultura, conoscenza, storie di vita vera da ascoltare e dalle quali imparare.
E forse è solo quello lo scopo dei racconti appassionati e dolorosi di chi confessa le proprie tragedie: la catarsi terrena e la speranza che qualcuno che le ascolterà, le leggerà, possa imparare qualcosa, possa evitare che altre vittime siano insanguinate da Orchi casalinghi, possa evitare che la morale e l’etica comune crescano nella direzione della salvaguardia della nostra specie di essere umani fragili e vulnerabili.
Non è superfluo e improprio concludere queste poche righe con la dedica dell’autrice: “A Roberta / Tra vecchie pagine bianche / Ammucchiate nel tempo / Ritorna il passato. Riflessi di un presente appena sfiorato / E un’alba colorata / Che verrà / Quante braccia hanno stretto il mio corpo, senza mai dare amore / Quanto amore donato, senza mai dare il cuore. / Alto il prezzo del mio peccato, per un peso così leggero. / Il vento soffia, tra le memorie. / La musica suona, agita il mare, / È dolore questo mio respiro. / È dolore ogni mio pensiero, / che adagio, mi ferisce l’anima. / È dolore, questa mia voglia di ritrovarmi, dopo essermi persa. / Non mi guardare, / ho gli occhi pieni di lacrime adesso, / non mi toccare, non sento più niente. / Con il sorriso di chi ha tanto atteso, / attendo un’alba che verrà. / Allora il tramonto, / sarà solo un ricordo lontano.”

Alcuni link per conoscere l’autrice Claudia Saba: