martedì 23 agosto 2016

Venezia 73, il regista Alessandro Aronadio a Fattitaliani parla di "Orecchie": una commedia divertente e spietata

Alessandro Aronadio è il regista di "Orecchie" che sarà presentato al Festival di Venezia nella sezione Biennale College. Fattitaliani lo ha intervistato.

Da dove è venuta l’idea per un film così? Esiste da molto tempo o è stato scritto di getto?
“Orecchie” è nato da un’idea discussa insieme ad Astutillo Smeriglia, geniale autore della webseries animata “Preti”: una persona si sveglia una mattina con un fastidioso fischio alle orecchie. Poi l’evoluzione del progetto, dopo la prima selezione alla Biennale College, mi ha portato a scrivere la sceneggiatura da solo, e in tempi relativamente molto brevi.
Uno degli aspetti più interessanti è la scelta del bianco e nero. Ha un significato simbolico o è solo una scelta tecnica?
Ho sempre immaginato questo film in bianco e nero. Quando scrivevo, le scene mi apparivano nel cervello in bianco e nero. Come ho già detto, per una settimana avevo provato a forzarmi di pensare di fare il film a colori e, semplicemente, non mi apparivano più immagini nella testa. E poi “Orecchie” è una commedia divertente ma anche molto spietata, come solo il bianco e nero sa essere.
Quali emozioni si provano a vedere il proprio film presentato a Venezia? E’ ovviamente un grande onore, insieme a una certa responsabilità.
Com’è stato lavorare con questo cast sul set? Ci sono stati particolari problemi?
Beh, i problemi erano noti a tutti fin dall’inizio. Girare un film in tre settimane con un budget di 150mila euro dovrebbe essere considerato una nuova disciplina olimpica. E’ folle e faticosissimo. Ma ho avuto la fortuna di avere un gruppo realmente appassionato al progetto e affascinato dal suo essere “diverso”. È stato un viaggio breve e intensissimo, da cui comincio a riprendermi solo adesso… Il cast è stato straordinario, ha voluto fortemente partecipare al film. Abbiamo avuto modo di provare abbastanza prima delle riprese, dato che sapevamo che non avremmo avuto troppo tempo a disposizione. Diciamo che le vere difficoltà durante le riprese sono state riuscire a girare certe scene comiche, perché c’era sempre qualcuno della troupe che scoppiava a ridere. Se vedi l’operatore che implora lo stop perché sta piangendo dalle risate, certo, è un problema, ma è anche il segno che il film sta andando nella giusta direzione…
Un protagonista del film è sicuramente la città di Roma, con le sue ambientazioni e dei possenti murales. Qual è il rapporto fra questa città e gli eventi narrati?
Orecchie è un on the road a piedi lungo un giorno. Il nostro protagonista (senza nome) attraversa questa città che osserva, come una spettatrice indolente, questo susseguirsi di incontri, da cui Lui prenderà ogni volta qualcosa, come se ogni volta acquisisse il tassello di un puzzle. In questo senso volevo raccontare una città che mescolasse l’antico con il moderno, la bellezza e l’eleganza di Roma, già viste centinaia di volte al cinema, con la nuova bellezza, queste enormi opere di street art che ormai da qualche anno coprono muri e palazzi della capitale. Entrambi, antichi e  moderni, segni di un’umanità che vuole lasciare un segno tangibile, una testimonianza della sua presenza. Che è poi uno dei temi, delle domande, che aleggiano nel viaggio del nostro protagonista.
La vicenda narrata è molto quotidiana nonostante riesca a toccare grandi temi. Un po’ tutti potremmo riconoscerci nelle vicende del film, ma in particolare c’è qualcosa di strettamente autobiografico?
Credo che questo senso di disagio, di fastidio, di “fischio alle orecchie” appunto, sia un sentimento che tutti proviamo, almeno ogni tanto: semplicemente, il mondo sta andando in una direzione che non ci piace, in cui non ci riconosciamo, ed ogni tanto ci sentiamo gli unici ad accorgercene.
Il film potrebbe rientrare nel genere della commedia grottesca o tragicomica. Ci sono dei registi, magari in questo settore, che sono per lei fonte d’ispirazione?
Continuo a pensare che il film non sia grottesco. È la realtà che ci circonda che lo è. In questo senso invece il film è molto realistico: le situazioni che racconta, se ci si pensa bene, sono (purtroppo…) molto più che plausibili. Per quanto riguarda il riferimenti, penso a delle serie americane, come Louie o Life’s too short. Ma alla base del tragicomico e del grottesco per me rimane sempre un nome: Marco Ferreri.
Il film è fortemente intriso di filosofia, letteratura e psicologia: quanto hanno influito i suoi studi in quest’ultimo campo sulla genesi del film?
Mah, siamo sempre il frutto di quello che abbiamo letto e studiato. Forse i miei studi mi hanno permesso di guardare alla follia quotidiana con un misto di curiosità e fascinazione, piuttosto che con semplice orrore.
In conclusione: c’è qualche nuovo progetto o anche solo qualche idea di cui puoi parlarci che ci può permettere di rivedere sul grande schermo un’opera di Alessandro Aronadio?
A novembre uscirà “Che vuoi che sia”, il nuovo film di Edoardo Leo, e più in là “Classe Z”, il nuovo film di Guido Chiesa. In entrambi i casi ho co-scritto soggetto e sceneggiatura. Per la mia prossima regia ho un po’ di progetti. Ma intanto godiamoci le proiezioni (e gli spritz) di Venezia… Giuseppe Vignanello.
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