di Mariano Sabatini
Una bella e seducente, a tratti emozionante, storia di
amicizia virile, nata alla vecchia maniera (lontano dai social - anzi, grazie
agli dei - i social non ci sono proprio in questo romanzo), tra un uomo
semplice - gran lettore - che lavora in un centro di smistamento rifiuti, la
chiamano ricicleria, e un vecchio professore di filologia. Entrambi sono in un
passaggio difficile della propria esistenza, entrambi hanno per una ragione o
l'altra desiderio di scambi umani. Due relitti, in un certo senso, in attesa di
nuova destinazione. Di un “riciclo” intelligente. La vita è in fondo l'arte
dell'incontro e trae significato anche dagli incontri mancati o interrotti.
Grande merito di Gaetano e Giulio riconoscersi, infatuarsi (cos'è l'amicizia,se
non innamoramento senza la complicazione del sesso...) e, nell'attesa, tenersi
compagnia, sostenersi, darsi conforto in modo discreto, gentile. Il divo della
radio, cantante e dee-jay Rosario Pellecchia, voce del network Radio105, scrive
e pubblica Così doveva andare (Feltrinelli), un romanzo trappola: se ci
cadi dentro è difficile da lasciare. Diventa, a un certo punto, per il
ritrovamento di una vecchia lettera mai spedita, una sorta di thriller dei
sentimenti. “Quando sei innamorato, non c'è niente di scontato: anche se sai
già come va a finire, il film ti sembra di vederlo per la prima volta, con la
stessa meraviglia negli occhi”. Ecco, la meraviglia è quello che suscita il
romanzo di Pellecchia, per la delicatezza, per il sapore di cose e
atteggiamenti antichi, per l'onestà del racconto... vi sembrasse poco.
Nella nota finale scrivi del tuo passaggio in una
ricicleria (che poi altro non è che un'isola ecologica) ed è lì che arrivò lo
spunto iniziale per questo romanzo... è così che funziona per te la famosa o
famigerata ispirazione?
Sì, il primo embrione di una nuova storia nasce sempre grazie
a una scintilla, qualcosa che mi folgora, che mi risuona così tanto da farmi
pensare che prima o poi dovrò scriverla. I romanzi nascono successivamente, con
un processo più articolato. Ma il click è improvviso. In questo caso sono
entrato in una piattaforma ecologica e ho sentito una vibrazione, ho pensato a
tutti quegli oggetti, alle mani che li avevano toccati, agli occhi che li
avevano guardati. A quel punto il processo era già partito.
Il titolo inclina alla accettazione di marca buddista?
In realtà è una sorta di “finta rassegnazione”. All’inizio
del romanzo i due protagonisti credono di essere a fine corsa, ma scopriranno
insieme al lettore che non è così, scopriranno un nuovo “così doveva andare”
che nemmeno immaginavano.
E' la storia di una bellissima amicizia virile, in un
mondo inquinato dai social e dalle app dove è sempre più facile fare incontri
ma non l'incontro...
Siamo molto connessi ma a volte isolatissimi. Incontrarsi
nella realtà è la grande sfida del futuro, dobbiamo assolutamente recuperare
questa dimensione. È la nostra speranza di salvezza.
La solitudine mi sembra che dilaghi oggi, ma Gaetano e
Giulio si riconoscono, fondono le loro fragilità e trovano una nuova forza?
Proprio così. Succede spesso ai miei personaggi. Il dolore,
la solitudine, delle cicatrici simili mettono le persone in connessione, come
una specie di blue tooth emotivo.
Gaetano Mosca mi ha vagamente ricordato, nella sua
marginalità, la Renée dell'Eleganza del riccio di Muriel Barbery. E' un romanzo
che hai letto? Lo hai apprezzato?
Beh, mi stai facendo una gran complimento. È un libro che ho
amato molto. Non ci avevo mai pensato, ma in effetti ci sono delle
similitudini, anche nel tipo di registro.
La tua napoletanità emerge qui e là... consideri
importanti le tue radici?
Assolutamente sì. Ho scelto di vivere altrove, ma sono
infinitamente grato alla vita di essere nato al Sud. Il mare non ha confini,
dall’altra parte c’è qualcuno pronto ad accoglierti. Il Mediterraneo è una di
quelle cose che potrebbero mettere in crisi il mio ateismo.
Il protagonista lotta con la nostalgia, con quello che
avrebbe potuto essere o tornare a essere... Il passato (ricordo la tua
operazione musicale con una star della musica leggera come Carla Boni) ha un
grande rilievo per te?
Non posso davvero dire di non pensarci, mentirei. Trovo che
mediamente un narratore sia sensibile a questa attitudine. A volte ci ho
combattuto, ho dovuto sforzarmi per non farmi imbrigliare.
Giulio è un vecchio e, scrivi giustamente, i vecchi
soffrono di una certa invisibilità. In una società in cui la natalità tende ai numeri
negativi, come te lo spieghi?
Il problema più grande di questa società, quello che ci sta
peggiorando tutti, è l’isolamento. Pensiamo solo a noi stessi, alle nostre
famiglie, tutto ciò che c’è fuori dalle nostre mura sembra non esistere, non
interessarci. Figurarsi se pensiamo ai vecchi… Nelle mie storie cerco di
rimettere al centro del villaggio l’umanità, la gentilezza, la potenza
gigantesca dei piccoli gesti che tengono insieme questo mondo.
La malattia di cui parli è una delle tue preoccupazioni?
Più delle malattie, mi spaventa l’idea della morte, come
aveva detto una volta Woody Allen “sono fermamente contrario”. Invidio chi
riesce a gestire questo pensiero in modo più o meno sereno. Per me è abbastanza
insostenibile, lo è stato fin da quando ero bambino e ne avevo scoperto
l’esistenza. Vivere mi piace molto, riesco a
trovare un sacco di piccole cose deliziose nelle mie giornate, sono uno
che ha imparato a riconoscere e godersi i momenti felici. Rinunciare a tutto
questo è un’idea che vivo malissimo.
La riflessione animista sugli oggetti, sulla facilità con
la quale ce ne liberiamo, può trasferirsi anche alle persone.
Il parallelismo tra gli oggetti e le persone permea tutta
questa storia: nell’architettura del romanzo la ricicleria è una metafora della
vita. Delle seconde possibilità, dei rimpianti. Senza dubbio anche del concetto
di abbandono.
In una realtà di rapporti fugaci e sostituibili, tu
insinui la possibilità di un amore che ritorna, induci il sospetto che un
legame non concluso possa riaccendersi...
Non sbagli, è così. Certi amori non finiscono, qualcuno lo
cantava. Spesso scacciamo i ricordi, li sotterriamo. A volte funziona, altre
no. Così doveva andare racconta anche questo.
Leggendo le righe in cui parli della nostra intelligenza
demandata alla tecnologia, mi è venuta la curiosità di sapere come ti collochi
rispetto al dibattito cogente sull'AI?
Credo sia una possibilità straordinaria che la tecnologia ci
ha regalato, è corretto andarci coi piedi di piombo ma non credo che ci
estingueremo per colpa dell’AI. Ieri leggevo che alcuni colleghi salvano tutte
le bozze dei romanzi in lavorazione per potere, un domani, difendersi dalle
accuse di averli scritti usandola. L’ho trovato surreale. Magari il prossimo lo
registro su un lunghissimo vocale, sarebbe molto coerente col mio ruolo di
conduttore radiofonico.


