Libri, Beatrice Monroy presenta "La buttana del re". Una strada di confine, una donna che tace: la sua Palermo. L'intervista di Fattitaliani



di Giovanni Zambito - Giusi ha ottantacinque anni. Ogni mattina esce dal suo redesciossè, trascina una sedia sul marciapiede e aspetta, mentre Palermo si sveglia attorno a lei e lei custodisce un segreto che non confida a nessuno. È la protagonista de La buttana del re (Kalós, 2026), il nuovo romanzo di Beatrice Monroy, scrittrice e drammaturga: un lungo monologo che dura una settimana, l’ultima della vita di una donna costretta a prostituirsi nel dopoguerra. La storia è nata vent’anni fa come racconto ed è passata dal teatro. Poi ha trovato la sua forma definitiva nell’incontro con Medusa e Pegaso. Il libro sarà presentato giovedì 29 ottobre alle 18:30 alla Libreria Modus Vivendi (via Quintino Sella 79, Palermo), in dialogo con Salvatore Ferlita e con le letture di Elena Pistillo. Abbiamo chiesto all’autrice di raccontarci come è arrivata a Giusi. L'intervista di Fattitaliani a Beatrice Monroy.

La storia ha avuto tre vite: un racconto realistico, poi un monologo teatrale per Elena Pistillo, infine il romanzo, dopo un decennio di silenzio. Cosa è cambiato in lei, o nella storia, perché Giusi trovasse la sua forma definitiva?

Sono partita da un racconto all’interno di una raccolta di racconti e Giusi era un accenno. In realtà raccontavo soprattutto la strada, -una strada di confine tra le due Palermo-, poi quando è diventato un monologo, attraverso il corpo dell’attrice ha cominciato a prendere spessore, a richiede di essere osservata. Nel frattempo, sono successe tante cose, un decennio se non di più e in me si è sempre più radicata la voglia o la necessità di scrivere da sud per le donne del sud e Giusi, anziana, poverissima, maltrattata ha cominciato a prendere forma. La definizione di lei però è stata la mia particolare passione per la Chiesa di Casa Professa dove ci sono dei bassorilievi barocchi bellissimi che spesso ho fotografato e disegnato, e lì in mezzo ho trovato un bassorilievo con la Medusa. Allora ho potuto fare l’aggancio con il fantastico e ho cominciato a scrivere.

Ha detto che la versione realistica era "troppo triste documentario". Perché per raccontare una ferita così concreta, come la prostituzione forzata del dopoguerra, ha sentito il bisogno del mito e del fantastico?

Perché intanto io non sono una giornalista ma un’artista e questo fa la differenza sul tipo di ricerca che si fa intorno alla scrittura. Io non sono interessata che il fatto narrato sia “ una cosa veramente successa”, mi interessa piuttosto che sia poesia e che come tale - vera o non vera - faccia ballare il sangue nelle vene del lettore. Intendo le emozioni. Agganciare il lettore con le emozioni di una storia forte e per noi, abitatori del sud del Mediterraneo, il Mito è lì per noi. È il nostro grande patrimonio, come se ci avessimo in dote una cassetta piena di meraviglie e, invece, spesso se ne fa cattivo uso volendo trasformare quelle storie in eventi reali. C’è una gran moda intorno a questo modo di riscrivere il mito mentre per me il mito è il luogo magico dove noi mediterranei sappiamo oltre il puro razionale e la mia Giusi per uscire dal dolore ha bisogno di questo.

Medusa e Pegaso: com'è arrivata a leggere il destino di Giusi in quello di Medusa, colpevole agli occhi del mondo mentre è Poseidone a violentarla? E perché portare le donne sulla luna, con un'eco di Astolfo?

Medusa è l’emblema della donna violata che non ha giustizia, Atena invece di proteggerla la trasforma in mostro e Poseidone non ha punizioni. È il silenzio sulle donne, è il “è colpa tua” che continua a ripetersi da millenni, Nell’exergo del romanzo cito il famosissimo diario anonimo di una berlinese. Le donne berlinesi furono stuprate, tutte, vecchie, giovani, bambine dall’invasione dell’esercito russo alla liberazione dal nazismo. Questo fu il prezzo. Nel pezzetto che cito, la donna che scrive il diario, vede tornare il suo uomo. Quando questo capisce che la donna è stata ripetutamente stuprata la lascia, invece di abbracciarla e stringerla a sé. Questa è storia che le donne conoscono bene. Astolfo invece se ne va sulla luna a cercare le ampolle dei pazzi, non sono forse pazze le donne che riescono a parlare del loro dolore? hanno bisogno di un luogo che le salvi.

Giusi siede sul marciapiede e "non dà confidenza a nessuno", mentre intorno a lei la strada vive. Che ruolo ha questa soglia tra dentro e fuori, tra chi guarda e chi tace? E quanto pesa il silenzio di una comunità intera, come suggerisce la scheda del libro? 

Questa è la mia città. Un silenzio e un tacere fatto di sguardi e di conoscenze. È il noi. I palermitani, io credo, vivono su questo confine, tra il sapere che rimane segreto e il tacere per salvarsi la pelle. Giusi è molto amata nella sua strada, alcuni sanno la sua storia, altri no ma tutti sanno che sa e tace.

La strada del romanzo è una via di confine tra via Libertà e il Borgo, dove lei ha avuto per quindici anni la libreria Libr'aria. Quanto c'è di quella Palermo e di quel periodo nella Palermo di Giusi?

Moltissimo, io credo di aver scritto questa storia nella sue varie forme per concludere un’esperienza - la libreria - la cui fine è stata per me un grandissimo dolore. Ci sono dentro brandelli di storie raccolte lì e storie invece del tutto inventate. C’è però per me il profumo di questa città di confine che vive di violenza, di sopraffazione e di solidarietà.

Il romanzo è un lungo monologo che dura una settimana, l'ultima di una vita. Che cosa le ha lasciato la sua esperienza di drammaturga nella costruzione di questa voce e nel ritmo della lingua?

Molto. So gestire i personaggi, aspetto che mi parlino perché il teatro insegna che la parola è il corpo dell’attore. La parola è incarnata e questo certo mi ha permesso di gestire un lunghissimo monologo senza perdere il filo.

La parola incarnata è fiato, il fiato è emozione da cui il ritmo che ne viene fuori.

Ed è racconto, spero di esserci riuscita, per me è stata una prova molto forte.

 Foto:  © Fausto Brigantino


Beatrice Monroy è scrittrice e drammaturga. Tra i suoi ultimi lavori: Notte, giorno, notte (Giulio Perrone editore, 2022), da cui è stato tratto lo spettacolo Notte giorno con la regia di Cinzia Maccagno, durante la stagione 2024/2025 del Teatro Biondo di Palermo; La verità è moneta perdente (Zolfo editore, 2025), da cui è stato tratto lo spettacolo Storie di Noi, con Giuseppe Provinzano, produzione Fondazione Falcone e Spazio Franco Palermo. Il suo nuovo romanzo si intitola La buttana del re (Kalós).

Fattitaliani

#buttons=(Accetta) #days=(20)

"Questo sito utilizza cookie di Google per erogare i propri servizi e per analizzare il traffico. Il tuo indirizzo IP e il tuo agente utente sono condivisi con Google, unitamente alle metriche sulle prestazioni e sulla sicurezza, per garantire la qualità del servizio, generare statistiche di utilizzo e rilevare e contrastare eventuali abusi." Per saperne di più
Accept !
To Top