Lavinia Savignoni porta in scena "Il corpo perfetto": la tirannia del benessere, l’ossessione per la bellezza, la libertà di accettarsi. L'intervista di Fattitaliani

 


di Giovanni Zambito - Un corpo da mantenere in forma, un ideale di bellezza da inseguire e la convinzione che, facendo tutto nel modo giusto, ogni cosa debba funzionare alla perfezione. Ma cosa succede quando la vita sfugge al nostro controllo? Con Il corpo perfetto, in scena dal 20 al 25 ottobre 2026 allo Spazio Diamante di Roma in Sala Gray, Lavinia Savignoni affronta con ironia, comicità e toni grotteschi l’ossessione contemporanea per il benessere e la perfezione fisica. Scritto, diretto e interpretato dalla stessa artista, il monologo parte dalla prova di una trasmissione televisiva dedicata al wellness per addentrarsi nelle fragilità di una donna apparentemente sicura di sé, fino a svelarne contraddizioni, paure e ferite intime.

A Fattitaliani Lavinia Savignoni racconta come un’esperienza personale abbia dato origine allo spettacolo e come il rapporto con il proprio corpo sia cambiato nel tempo. Ne emerge una riflessione che supera la pressione dei modelli estetici e delle routine salutistiche per arrivare a una domanda più profonda: stare bene significa davvero essere perfetti o imparare ad accettarsi, anche quando la vita non va come vorremmo? L'intervista.

“Il corpo perfetto” affronta con ironia e toni grotteschi l’ossessione contemporanea per la bellezza, la salute e il benessere. Da dove nasce l’esigenza di raccontare questo tema e quando ha capito che poteva diventare uno spettacolo teatrale?

L'urgenza di scrivere Il corpo perfetto è arrivata dopo un lungo periodo in cui cercavo una gravidanza che non arrivava. Nonostante avessi un corpo veramente molto curato, mangiassi bene e facessi attività fisica - svolgendo tutto ciò che andava fatto per essere considerata una persona sana - il mio corpo non riusciva a compiere una cosa così naturale come fare figli.

La protagonista è una donna di quarant’anni che prova la scaletta di un programma televisivo dedicato al wellness, ma finisce per fare i conti con le proprie fragilità. Perché ha scelto proprio questa situazione per far emergere le contraddizioni del personaggio?

Volevo che fosse una figura autorevole e competente a mostrare le sue fragilità e a perdere il filo del discorso. Questo accade perché il personaggio deve trovare quell'autocontrollo che ogni persona - soprattutto le donne, ma oggi anche molti uomini - cerca di avere nel quotidiano: combattere tra il lasciarsi andare e il desiderio di mangiare qualcosa che piace da morire ma che fa male, cercando da un lato di mantenere uno stile sano per far funzionare il corpo e cedendo dall'altro alle tentazioni.

Oggi i social media ci sottopongono continuamente a immagini di corpi perfetti, routine salutari e modelli di vita apparentemente impeccabili. Quanto questi modelli condizionano il nostro rapporto con il corpo e con noi stessi?

Quando ho scritto Il corpo perfetto, tra il 2016 e il 2017, i social media erano molto diversi da oggi, ma si percepiva già questa pressione. In realtà, una pressione del genere è sempre esistita attraverso le riviste: ricordo le immagini delle modelle con cui sono cresciuta, come Christy Turlington, Naomi Campbell e Cindy Crawford, che rappresentavano un canone di bellezza inarrivabile. C'è sempre stato un modello che ci imponeva standard di bellezza, salute e vitalità. Lo spettacolo vuole mostrare quanto siamo fragili nel voler assomigliare a qualcosa che non siamo noi e nel cercare di far sì che il nostro corpo presenti al meglio quello che la società vorrebbe. La riflessione nasce proprio dalla dicotomia tra l'essere come siamo, con tutte le nostre fragilità e i nostri limiti, e il voler assomigliare il più possibile al modello perfetto, sano, longevo e funzionale che adesso ci viene mostrato dai social.

Nel monologo, l’ironia e la comicità si intrecciano con momenti più intimi e inquieti. Come ha lavorato sull’equilibrio tra il registro comico e quello più fragile e doloroso della protagonista?

Tutto l'aspetto più intimo legato al ricordo della famiglia è stato sviscerato per sostenere la fragilità del personaggio e comprendere da dove vengano quelle incrinature nella personalità. In scena vediamo una persona molto fragile, nonostante interpreti il ruolo di una divulgatrice che sta provando una diretta TV per lanciare il proprio metodo di fronte a un pubblico immaginario. È una figura abituata a rivolgersi alle folle e a trasmettere messaggi, ma nel suo intimo crolla, si incrina e deve fare i conti con le proprie debolezze. Questo accade anche nella vita di tutti i giorni: all'esterno mostriamo un'immagine pubblica, ma nel privato della nostra stanza, davanti a uno specchio o a una parete vuota, vengono fuori le nostre fragilità e chi siamo veramente.

Il corpo è anche il luogo in cui si rendono visibili il passare del tempo, le aspettative sociali e il bisogno di sentirsi accettati. Quanto è difficile, oggi, riconciliarsi con il proprio corpo senza inseguire continuamente un ideale di perfezione?

Oggi più che mai il corpo rappresenta esteticamente la salute ed è visto come una cartina di tornasole della nostra longevità. Il testo dello spettacolo racconta una verità che ha a che fare con il presente di ognuno di noi, non con le aspettative sul futuro o su come vivere più a lungo e in salute. Si concentra sulla vulnerabilità, sulla bellezza e sulla meraviglia del momento presente, in qualunque condizione ci si trovi. La riflessione riguarda il ciclo naturale della vita: tutto nel cosmo nasce, si sviluppa, si attiva, si consuma e infine cessa di funzionare ed esistere. Quando il mio corpo non funzionava come avrei voluto, radicarmi nel presente di ciò che ero in quel momento mi ha liberata in modo catartico dal fardello di non riuscire a rimanere incinta.


Il corpo perfetto
lascia aperta una riflessione su cosa significhi davvero stare bene. Dopo aver scritto, diretto e interpretato questo spettacolo, è cambiato il suo modo di guardare al corpo, alla bellezza e all’idea stessa di benessere?

Scrivere e soprattutto interpretare questo testo è stata per me una catarsi profonda, perché ho iniziato ironizzando su una mia personale ossessione per l'essere sana, il cibo e il controllo assoluto su una macchina che doveva funzionare per forza. Non davo il giusto peso al mistero e alla meraviglia della vita, legati anche alla genetica, all'ambiente, alle relazioni e allo stress, tutti fattori che possiamo controllare solo fino a un certo punto. Lo spettacolo non vuole dare soluzioni, ma porre ogni persona di fronte al proprio modo di vedere il ciclo della vita e il fatto che il corpo invecchia. Una parte importante del testo affronta l'ultima parte della vita rielaborando un aspetto personale legato al rapporto con mio padre. Sebbene il personaggio mantenga note autobiografiche, resta una figura di finzione. Successivamente, grazie all'aiuto della medicina, ho avuto una gravidanza gemellare e oggi torno in scena dopo aver avuto due bambini (che oggi hanno quattro anni), portando sul palco una consapevolezza, una testa e un corpo profondamente trasformati rispetto a quando scrissi il testo.

Fattitaliani

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