Ci
sono assenze che continuano a farsi sentire, legami che cambiano forma e
momenti in cui anche perdere l'equilibrio può diventare necessario. Da queste
sensazioni prende vita “Assenza
e Rumore”, il nuovo disco de La Tempesta Gentile, un lavoro di dieci
tracce che attraversa fragilità, ricordi, contraddizioni e desiderio di
cambiamento.
Tra riferimenti astronomici, paesaggi che scompaiono e suggestioni notturne, la band costruisce un racconto nel quale le esperienze personali trovano spazio attraverso immagini e metafore. Anche sul piano musicale il disco segna un'evoluzione: il passaggio da duo a trio ha portato a esplorare maggiormente le sonorità elettroniche, creando nuovi contrasti tra momenti intimi e improvvise esplosioni sonore.
In questa intervista per Fattitaliani, Luca, Giovanni e Ilaria raccontano la nascita dei brani, il loro rapporto con la scrittura e le scelte musicali che hanno accompagnato la realizzazione dell'album. Un'occasione per conoscere più da vicino il mondo de La Tempesta Gentile, dove anche il silenzio ha qualcosa da raccontare.
“Pianeta
Interno” parte da Venere e Mercurio per raccontare persone presenti anche
quando non possiamo vederle. È nata prima l’immagine astronomica o l’esperienza
personale che volevate raccontare?
(Luca) È nata prima l'esperienza personale, quel senso di presenza costante, ma per i più diversi motivi invisibile. Cercavamo un modo per descriverla e l'astronomia ci ha offerto la metafora perfetta: Venere e Mercurio sono sopra di noi tutto il giorno, ma rimangono per la maggior parte del tempo nascosti dalla luce del sole.
“Aral”
utilizza invece la scomparsa di un lago come metafora di un legame non più
alimentato. Quanto vi interessa trasformare luoghi e fenomeni reali in paesaggi
emotivi?
(Luca) In generale mi interessa, nonostante l’ispirazione sia sempre un po’ casuale nella stesura di un testo. Vedo che però questo tipo di metafora è una costante della mia scrittura, probabilmente perché è qualcosa che mi colpisce in particolar modo, e mi permette di dare una forma tangibile a sentimenti complessi.
“Fuori
Dai Guai” contiene un pensiero quasi provocatorio: anche qualche problema può
servire a sentirsi vivi. La serenità assoluta rischia davvero di diventare
apatia?
(Giovanni) Sì, quando la serenità diventa piatta immobilità. Risolvere ogni singolo problema può spegnere la vitalità: ad acque troppo calme ci si può sentire soffocare per il nulla. A volte abbiamo bisogno di un piccolo guasto, di un contrasto, per attivarci e sentirci davvero vivi.
In
“Invisibile” gli amanti vorrebbero trovare un colore che permetta loro di
scomparire. Ve la giriamo: se La Tempesta Gentile avesse un colore, quale
sarebbe e perché?
(Giovanni) Sarebbe una sfumatura di blu notte elettrico. Le nostre canzoni sono perlopiù notturne, o comunque evocano quel tipo di sensazione. È anche il colore che unisce le nostre due anime, oscurità a volte profonda, silenziosa, e impennate improvvise di luce e di rumore, ovvero i contrasti e le contraddizioni che esprime già in partenza il nome stesso della nostra band, e in questo caso anche il titolo del disco.
“Le
Sfere Di Cavendish” parla di forze molto più grandi di noi che possono attrarci
o respingerci. Qual è stata, nella vostra esperienza musicale, una forza alla
quale non avete saputo o voluto resistere?
(Ilaria) Senza dubbio l'esigenza del cambiamento. Potevamo proseguire sulle sonorità del primo disco, invece siamo stati attratti soprattutto dalla componente elettronica che nel primo disco era volutamente solo accennata. È una forza vitale nata sicuramente dal passaggio dalla formazione a due a trio, una delle evoluzioni principali che hanno dato vita ad Assenza e Rumore.
“Vertigine
I” e “Vertigine II” affrontano fragilità, perdita del controllo e paura del
vuoto. Quanto è difficile trasformare una vulnerabilità in musica senza
renderla retorica?
(Ilaria) E’ molto difficile, è una delle tante sfide. Per noi sono importanti soprattutto l'onestà della propria scrittura e il contrasto sonoro, in altre parole il nostro stile. Non sta a noi dire se ci siamo riusciti, ma a chi ci ascolterà. Speriamo ovviamente che la nostra proposta risulti sincera e credibile.
“Sogno
Elettrico” chiude il disco nel territorio del sogno. Vi è mai capitato di
svegliarvi con un suono, una melodia o un’idea musicale arrivata davvero
durante la notte?
(Giovanni) Capita spesso. La notte è il nostro ambiente ideale. C'è qualcosa di magico in quella scarica elettrica che ti rimane addosso appena ti svegli, quando hai ancora il controllo del sogno. Molte delle trame elettroniche e dei tappeti ipnotici di questo disco nascono proprio da suggestioni notturne poi tradotte in studio.
Se
le dieci tracce fossero dieci stanze di uno stesso edificio, in quale stanza
invitereste per prima una persona che non vi ha mai ascoltati?
(Luca) E’
una domanda difficile, ammetto di averci pensato a lungo, e magari risponderei
di nuovo in modo diverso. Forse nella stanza di Vertigine I. In poco più di
quattro minuti sono presenti un po’ tutti i nostri mondi musicali condensati.
Può essere un buon biglietto da visita per capire chi siamo, anche perché è uno
dei nostri pezzi che funzionano meglio dal vivo.


