Dal 30 settembre in libreria "In Caucaso" un viaggio di Eleonora Sacco tra Georgia e Armenia



Terra di incontro e di scontro tra grandi imperi e potenze regionali, il Caucaso è un mosaico di popoli, lingue, memorie e identità che nei secoli si sono sovrapposte, incontrate e divise. Un territorio complesso, dove le eredità del passato continuano a convivere con le trasformazioni del presente.

Dai templi yazidi sorti a fianco di centrali nucleari alle piantagioni di tè sul Mar Nero, dalla maledizione dell’estrazione mineraria ai nuovi profughi delle guerre che continuano a piagare la regione, fino ai caffè per esuli russi di Tbilisi e ai ristoranti armeno-libanesi a Erevan, In Caucaso di Eleonora Sacco, in uscita il 30 settembre per Bottega Errante Edizioni, è un reportage lungo dieci anni attraverso popoli, lingue e paesaggi diversissimi tra Armenia e Georgia.


Un viaggio che attraversa il Caucaso nel tempo e ne segue i cambiamenti attraverso le persone che lo abitano. Lontano dalle immagini stereotipate e dalle letture univoche, il libro intreccia storia e presente, geopolitica e vita quotidiana, memoria e conflitti, per raccontare una regione in cui identità diverse continuano a convivere, incontrarsi e scontrarsi.


CAUCASO, UNA STORIA COMPLESSA – Il Caucaso è uno spazio nel quale identità, lingue, appartenenze, memorie e narrazioni nazionali convivono in una densità difficilmente comprensibile attraverso le categorie abituali dello sguardo europeo. Per Eleonora Sacco raccontarlo significa quindi attraversare una storia fatta di dominazioni, deportazioni, guerre e genocidi, ma anche confrontarsi con le diverse versioni che ciascun popolo costruisce del proprio passato: «Il Caucaso ci mette di fronte a un grado di complessità che sfugge alle categorie di classificazione che usiamo solitamente in Europa. Ogni affermazione può coesistere, più o meno pacificamente, con la sua perfetta contraddizione all’interno di uno spazio piccolissimo. Una realtà così diversificata porta anche i campanilismi al massimo grado. Popoli sopravvissuti per secoli a dominazioni straniere, a deportazioni, guerre e genocidi, ben consapevoli del proprio ricchissimo patrimonio culturale, raccontano ognuno la propria versione della storia, spesso mescolando verità a leggende e interpretazioni in chiave nazionale: così gli armeni devono sottolineare che la loro capitale Erevan è più antica di Roma, i georgiani affermare che sono proprio i loro antenati ad aver inventato il vino, il governo azero può fantasticare che le sue regioni circostanti fossero Azerbaigian storico, gli altri piccoli popoli raccontarsi di essere più indigeni dei loro vicini di casa. La storia del Caucaso è un vero ginepraio: provare a ricostruire una narrazione equilibrata, ripulendo i fatti dalle retoriche nazionaliste, non conviene perché scontenta tutte le parti, soprattutto i governi al potere».


LA POROSITÀ DELLE FRONTIERE – Il viaggio di Eleonora Sacco parte dalle frontiere, quelle che separano e quelle che, nonostante tutto, continuano a mettere in relazione comunità diverse. In Caucaso le frontiere sono molte, ma quelle liberamente attraversabili sono poche. Quella tra Georgia e Armenia, nel cuore del Caucaso meridionale, è una di queste. Come ci spiega l'autrice: «Il posto di blocco tra i due Paesi dista in realtà solo 15 chilometri dal confine con l’Azerbaigian ed è oggi un punto di incontro e scambio tra tutte e tre le etnie principali della regione: armeni, georgiani e azeri. Nella regione di Kvemo Kartli, 50 chilometri a sud di Tbilisi, la maggioranza della popolazione è di etnia azera ma di cittadinanza georgiana. Un armeno che supera quella frontiera si imbatte in un paesaggio, una lingua e un contesto culturale che ha molto poco della Georgia georgiana da cartolina e assomiglia pericolosamente al paese nemico che da trentacinque anni tiene chiuse tutte le sue frontiere con l’Armenia, eppure è uno dei pochi luoghi al mondo dove può relazionarsi con una comunità azera che, essendo originaria della Georgia, non è mai stata coinvolta nella guerra in Nagorno Karabakh. È una sorta di terra marginalizzata e di nessuno, dove vigono regole speciali e non scritte, si fanno domande in georgiano e a cui si risponde in russo, gli azeri vendono pane armeno, si va in moschea sciita o sunnita e in qualche modo si va d’accordo. Ma la "nascita" delle frontiere con la dissoluzione dell’URSS ha creato barriere insormontabili tra comunità che per settant’anni, e ancora prima all’interno dell’Impero russo, sono state abituate a varcare confini immaginari senza bisogno di un passaporto valido per l’espatrio per far visita ai parenti. Pur nella loro unicità, la lunga storia condivisa all’interno di vastissimi imperi e, da ultimo, in quello sovietico, ha creato un sostrato culturale comune che avvicina questi popoli più di quanto a loro stessi non piaccia ammettere: dal cibo ai riferimenti culturali, dalla lingua franca ancora parlata da molti alle tradizioni agricole, dalla musica alle architetture».


IL GENOCIDIO ARMENO – Tra le memorie che più profondamente continuano a definire il presente caucasico c’è quella del genocidio armeno. In Armenia come nella diaspora, il trauma attraversa generazioni e contribuisce ancora oggi a plasmare il senso di appartenenza, il rapporto con la propria storia e la percezione della propria sicurezza. Per Eleonora Sacco: «Il genocidio è un trauma collettivo che abita ancora in tutto il popolo armeno, tanto in Armenia quanto nella diaspora, soprattutto nei discendenti diretti dei sopravvissuti, le cui storie personali di fuga si sono tramandate di generazione in generazione. Benché in realtà siano due questioni disgiunte tra loro (Armenia e Azerbaigian erano parte dell’Impero russo, il genocidio si è consumato sugli armeni dell’Impero ottomano per mano dei Giovani Turchi), la rivincita dell’Azerbaigian nella regione del Nagorno Karabakh ha di nuovo scoperchiato la paura viscerale di vedere la propria gente e le tracce della propria cultura eliminate dalla loro patria ancestrale – cosa che in effetti è avvenuta, con una pulizia etnica di 120.000 persone e la distruzione sistematica di siti, monumenti, chiese, cimiteri armeni nei territori dell’odierno Azerbaigian. Questo senso di accerchiamento e paura di scomparire influenza la vita quotidiana, l’operato dei governi e le elezioni, ma contribuisce anche a unire persone con stili di vita ormai diversissimi – dagli armeni di Los Angeles a quelli di Lione, da quelli libanesi o siriani a quelli degli altopiani armeni. E se una certa diaspora americana spinge per politiche più revanscista, gli armeni di Armenia che hanno mandato a morire al fronte i loro figli diciottenni sono però oggi decisamente più a favore della pace a qualunque costo».


IL NAGORNO KARABAKH – A rendere ancora più evidente il rapporto tra memoria, identità e presente è la vicenda del Nagorno Karabakh, che nel corso degli ultimi anni ha cambiato radicalmente gli equilibri della regione e la vita di migliaia di persone. Eleonora Sacco ha seguito questa trasformazione nel corso dei suoi viaggi, passando da un territorio percepito da molti armeni come una terra mitica e ormai quasi normalizzata nella quotidianità a una regione devastata dalla guerra, dall’assedio e dall’esodo della sua popolazione. Il conflitto del 2020 ha spezzato l’illusione di una generazione che pensava di poter vivere finalmente in un Caucaso pacificato. Ma a segnare l’autrice non sono soltanto gli avvenimenti politici: sono soprattutto le conseguenze personali della guerra: «Il secondo conflitto del Nagorno Karabakh, scoppiato all’improvviso – ma non a caso – nell’autunno 2020, mentre il mondo era concentrato a gestire la pandemia, ha sconvolto e segnato le vite di tutti i giovani armeni e azeri della mia generazione che credevano di poter finalmente vivere in un Caucaso pacificato. Nel 2015, durante il primo viaggio in Caucaso, qualsiasi armeno parlava dell’Arcakh, il Nagorno Karabakh, come di una terra mitica, rigogliosa, ricca d’acqua e di storia, un’Armenia culla di armenità. Armeni e turisti andavano e venivano dal Karabakh con estrema facilità, le cartine e le mappe del Paese raffiguravano l’Armenia estesa da quel grosso rettangolo montuoso a sud-est con la più assoluta normalità: il Karabakh c’era già, mancava solo il riconoscimento internazionale, che sembrava (ingenuamente) a portata di mano. La classe politica aveva investito moltissimo, forse quasi tutto, nello sviluppo della regione e nella sua difesa militare. La prima avvisaglia che quella pace fittizia non era destinata a durare arrivò nel 2016, con un attacco azero improvviso. La guerra nella regione sembrava uno scenario irrealistico, ma quei quattro giorni di paura ricordarono a tutti che un cessate il fuoco e una repubblica non riconosciuta non erano una pace. La guerra del 2020 e tutto quello che ne è conseguito ha segnato un punto di svolta negli equilibri politici del Caucaso e nella vita quotidiana di tutti. Nel 2020, le mie amiche ricevevano tutti i giorni il bollettino dei loro compagni universitari caduti al fronte, un driver con cui lavoravo che mi dovette lasciare dalla sera alla mattina perché era stato convocato come riservista, nei giorni della breve guerra di settembre 2022, le disabilità invisibili di un collega sopravvissuto per miracolo a un drone azero: tutti i suoi compagni erano morti, i loro corpi l’avevano schermato dai colpi, salvandolo. E ancora la fame e le strategie di sopravvivenza di un amico sopravvissuto ai nove interminabili mesi di assedio imposto dall’Azerbaigian ai civili dell’Arcakh, tra 2022 e 2023. L’Armenia oggi guarda avanti ma queste ferite e questi traumi sono ancora freschissimi, non scompaiono da un giorno a un altro. Rimane la rabbia per l’ecatombe inutile di settemila ragazzi giovanissimi morti insieme al fallimento della politica e della diplomazia. Da questa vicenda, sono e siamo usciti tutti sconfitti».

Fattitaliani

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