CALIPSO E IL FARO DEL TEMPO MATURO

 


Pierfranco Bruni

Invento con le parole che sanno di verità perché una confessione non è confondere ma dirsi tutto ciò che non mi sono detto. O che non ci siamo riusciti ancora a dirci. Allora. Saremo nel vento delle onde d’altura a raccontarci ancora di un amore nella mia età completamente matura.  Il mare sarà alto, e noi più alti del mare, perché l’amore maturo non ha paura dell’altezza.  Mi hai riportato la rivolta della giovinezza negli anni belli di una Roma in follia.  Quegli anni avevano il rumore dei motorini e il profumo dei gelsomini di Trastevere, avevano piazze piene e notti vuote, avevano il desiderio di cambiare il mondo e la voglia di non cambiare noi.  
Tu arrivasti con il passo di chi sa dove va anche quando non lo sa, e mi insegnasti che la rivolta più vera non è contro gli altri, è contro il tempo che vuole farci vecchi prima del tempo.

Ti penso mentre la tua assenza è un ascolto lungo le ore che sai.  È un ascolto che non fa rumore. È come il mare quando si ritira: lascia le conchiglie e se ne va.  Io resto sulla riva e raccolgo quello che hai lasciato.  Ti scrivo dal mio paese delle radici profonde, da quel luogo dove il castello è memoria e la pietra è preghiera.  E ti parlo di una favola bella nel cuore dell’Alcyone.  L’Alcyone è l’uccello che fa il nido sul mare in tempesta e il mare, per rispetto, si calma.  Così è il tuo nome nella mia favola: calma nella tempesta.  

Ti ho chiamata Calipso.  
Sei dea e strega. Forse più strega, o magara. O forse più dea.  Dea quando mi guardi e il mondo si ferma.  Strega quando sparisci e il mondo prende fuoco.  Calipso ha trattenuto Ulisse sette anni.  Tu mi trattieni con un solo sguardo, e non ho fretta di partire. Ho il tempo che è diventato misura o taglio.  È diventato il tempo che misura soltanto. Ma non leggo più Proust. Anche se è fermo tra le pagine della vita, tra i segnalibri e la polvere.  
Leggo di più il Notturno di Gabriele, immerso tra le stanze del Vittoriale, dove ogni mobile è una ferita e ogni finestra è un mare.  Mentre Leucò non smette di bussarmi nella notte.  
Leucò viene e mi chiede: “Cos’è un dio?”.  
E io rispondo: “È chi ti fa sentire meno solo alle tre del mattino”.  

Ti darò ancora l’istante che ha la sua infinita e indefinibile importanza.  È pur vero che siamo fatti di tempo. Ma io credo che sono gli istanti, nelle nostre vite infedeli, a inventare i nostri furtivi incontri.  Un istante è una porta.  
Tu apri quella porta con il piede nudo, come la ragazza del tappeto di bicchieri, e io entro senza togliermi le scarpe perché ho fretta di te.  L’istante non dura. Accade.  E quando accade, il tempo si inchina.

Il faro resta acceso.  Dalla balconata sul mare nel tramonto ha colori cangianti: rosso, oro, viola, il colore esatto di quando il giorno consegna alla notte.  Sei la donna che guarda il mare.  E il mare, guardato da te, diventa meno mare e più promessa.  Il faro gira. La luce tocca le case, tocca i tetti, tocca le nostre ombre e le fa una sola.  Il faro non chiede a chi serve. Serve e basta.  Come te.

Cosa è l’infedeltà?  Non ho mai creduto che possa esistere un amore infedele.  L’amore può sbagliare strada, può fermarsi a bere, può perdersi in una piazza.  Ma se torna a casa, non è stato infedele. È stato umano.  
L’infedeltà è quando smetti di ascoltare.  
E io mi incammino nell’ascolto dei tuoi occhi. Occhi che hanno i riflessi di una vela negli orizzonti.  Occhi che quando guardano lontano, mi portano con sé. Sei bella.  Hai la bellezza del passo di una gazzella tra i versi del Cantico dei Cantici.  
“Sorgeti, mia diletta, e vieni.  
Il tempo del canto è arrivato”.  
È il tuo tempo. È il mio tempo.  Sugella le tue labbra sulle mie.  Sigilla, come si sigilla una lettera che non deve perdersi.  Sigilla il patto che abbiamo fatto senza parole: restare.

Resta, Calipso.  Resta anche se sei dea e devi tornare sull’isola.  Resta anche se sei strega e devi sparire nella notte.  Resta in questo istante che ha l’importanza dell’infinito. Perché l’amore maturo non è meno fuoco. È più cenere.  E dalla cenere nasce il calore che dura. Il vento delle onde d’altura ci porterà via, un giorno.  Ma prima ci avrà raccontati.  Avrà detto al mare chi eravamo.  Avrà detto alle stelle che due, a un certo punto, hanno deciso di non avere fretta.  E il faro, dalla balconata, continuerà a girare.  Con i suoi colori cangianti.  Per dirci che anche nel tramonto c’è luce.  E che tu, donna che guarda il mare, sei quella luce.

Dovunque tu sia ti raggiungerò senza cercarti. Perché l'amore non è cercare. È sapere che c'è. È sapere che ci siamo. È conoscerci anche quando il buio invade il porto e tu resti strega o dea e io sono semplicemente in capitano che non segue più la rotta e si lascia guidare dalle stelle che scivolano sulla zattera.
Fattitaliani

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