Il viaggio radiofonico di "Nonostante tutto e tutti" continua a mietere consensi, svelando un retroterra culturale denso e stratificato. In questa nuova intervista rilasciata a Fattitaliani, il cantautore e drammaturgo romano Massimo De Simone approfondisce la genesi visiva e concettuale del suo progetto: dal richiamo letterario all'Albatro di Baudelaire fino al simbolismo dell'acqua nel videoclip diretto insieme a Emanuela Laurenti. Un dialogo intimo che attraversa i pilastri della sua formazione – da De André a Gaber e Battiato – e che delinea la rotta per i prossimi singoli in arrivo tra luglio e settembre 2026.
L'intervista
Dal 22 maggio è in radio "Nonostante tutto e tutti".
Nel presentarlo hai citato "L'albatro" di Baudelaire per spiegare che
l'essere umano non è solo un poeta nato per volare con la fantasia, ma una
creatura legata al peso della terra che deve lottare per ritornare a vivere. In
che modo questo brano rappresenta la tua personale chiave di lettura emotiva e
la tua forza motrice oggi?
Immagina di avere ali talmente ampie da poter abbracciare l'infinito, ma così ingombranti da farti inciampare a ogni passo quando sei costretto a camminare in mezzo alla gente. È questa la maledizione e, al tempo stesso, il miracolo dell'Albatro di Baudelaire, ed è esattamente il cuore pulsante di Nonostante tutto e tutti. Questa canzone cattura l'istante esatto in cui, dopo aver sbattuto contro le difficoltà della vita — contro le incomprensioni, le delusioni, le porte chiuse — decidi di dispiegare di nuovo quelle ali ferite. È un atto di ribellione alla gravità. Ogni nota è uno sforzo muscolare, un battito d'ali controvento per riprendere quota e tornare a vivere, a respirare per davvero.
Nel videoclip del singolo, che hai diretto e prodotto insieme a
Emanuela Laurenti, l'acqua è il fulcro simbolico attraverso immersioni e
riemersioni. Come si lega questo rito visivo di purificazione alle inquadrature
dei piedi sulla sabbia e ai frammenti di quotidianità urbana al tramonto?
Volevi riportare la rinascita alla dimensione della normalità tra la gente?
L'immersione è il momento in
cui il rumore del mondo si spegne. Sott'acqua non ci sono orologi, non ci sono
attese; c'è solo il battito sordo del proprio cuore e l'abbraccio del buio.
Riemergere, poi, è come rompere la superficie di uno specchio. Il primo respiro
è affannoso, vitale, assoluto. È un battesimo
intimo e personale, un rito di purificazione che lava via la polvere e le
ombre di ciò che si era fino a un secondo prima.
Ma a cosa servirebbe purificarsi se si rimanesse creature eteree, lontane dal mondo? Ecco che entrano in scena le inquadrature dei piedi nudi: il contatto con la sabbia è ruvido, granuloso, imperfetto, ma incredibilmente reale. È la gravità che ci chiama a sé, ricordandoci che siamo esseri terreni. Il senso di questo viaggio visivo è proprio quello di strappare la rinascita al misticismo e restituirla alla strada. È un modo per sussurrare che ogni giorno, anche nel disordine di una metropoli, possiamo riemergere dalle nostre acque più profonde, rimettere i piedi per terra e ricominciare a camminare.
All'interno del panorama italiano ti definisci un cantautore
indipendente e artigianale. Guardando alla nostra tradizione d'autore e alla
complessità strutturale delle opere teatrali a cui hai dato vita, come il
musical religioso "Sui passi suoi" o "Uomo senz'anima",
quali sono i pilastri della cultura musicale italiana che hanno segnato la tua
evoluzione lirica e compositiva?
I pilastri della nostra
cultura che hanno segnato la mia evoluzione lirica e compositiva sono legati da
un filo rosso: la teatralità della forma
e la profondità dell'indagine umana.
Per un musical religioso come Sui passi
suoi, il punto di riferimento assoluto è stato il Fabrizio De André de La buona novella o di brani come Il testamento di Tito. Da lui ho
assorbito una lezione fondamentale: la spiritualità e il racconto sacro possono
— e forse devono — essere affrontati con una prospettiva profondamente terrena.
La struttura dei miei lavori teatrali, specialmente la complessità esistenziale di Uomo senz'anima, deve moltissimo all'invenzione del "Teatro-Canzone" di Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Dal punto di vista prettamente compositivo e musicale, infine, Franco Battiato rappresenta il pilastro della ricerca e dell'indipendenza. Mi ha insegnato che si possono fondere registri altissimi (come la musica classica, corale o orchestrale) con le strutture della musica popolare, senza mai risultare fuori posto.
Romano, poliedrico e con le mani sulla tastiera fin dall'età di
sei anni. Ci riporteresti a quel momento della tua infanzia a Roma in cui il
pianoforte è passato dall'essere un gioco a diventare il tuo complice ideale,
il tuo confessionale e il fulcro insostituibile di tutta la tua produzione?
Il pianoforte per me,
all'inizio, era un compagno di giochi un po' ingombrante. Avevo sei anni, le
mani piccole che quasi non arrivavano a coprire un’ottava, e i tasti bianchi e
neri sembravano una distesa infinita da esplorare. Era un gioco, sì, ma un gioco
che richiedeva un ascolto diverso. Poi, crescendo, è successo qualcosa di
magico: il gioco si è trasformato in linguaggio. Il pianoforte è diventato il
mio confessionale perché non
giudica. È un mobile di legno che trattiene i segreti, le malinconie, le rabbie
e le gioie, e te le restituisce trasformate, quasi sempre in musica. È
diventato il fulcro perché, in
fondo, tutto quello che scrivo – ogni storia, ogni personaggio che incontro nei
miei brani – nasce sempre lì, davanti a quella tastiera. È il luogo dove metto
ordine nel caos.
Oggi, ogni volta che mi siedo davanti al pianoforte, sento ancora quella vibrazione di quando ero bambino. La differenza è che adesso, quando premo un tasto, so che non sto solo suonando una nota: sto tracciando una linea che unisce chi sono oggi con quel bambino che aveva già capito che quella sarebbe stata la sua unica, vera casa.
Nella tua carriera hai collaborato con studi di registrazione,
compagnie teatrali e diverse realtà per la stesura dei tuoi musical. Guardando
all'attuale panorama discografico italiano, spesso dominato dalle logiche
rapide dell'algoritmo, c'è un artista con cui ti piacerebbe unire le forze per
difendere il valore del "sussurro" e del contenuto spirituale nella
musica?
Il panorama discografico di oggi è un po’ come correre la maratona di Roma in ciabatte: frenetico, rischi di inciampare a ogni angolo e, se non corri veloce come l’algoritmo, ti sbatte fuori gara. A me correre non è mai piaciuto troppo, preferisco camminare guardando i cornicioni dei palazzi. Se dovessi scegliere qualcuno con cui sedermi al pianoforte per fare due chiacchiere — quelle vere, in cui se ti scappa un "sussurro" invece di un urlo il mondo si ferma ad ascoltare — punterei dritto su Giovanni Caccamo, un artista che stimo immensamente. Mi piacerebbe molto trovarci in studio, magari con una chitarra, un pianoforte e un caffè. Saremmo capaci di scrivere un pezzo così "spirituale" che l’algoritmo andrebbe in cortocircuito dopo i primi dieci secondi, convinto che il file sia corrotto.
Il 2026 si preannuncia un anno ricchissimo per te: la release di
due nuovi singoli a luglio e settembre, la promessa di nuove sonorità acustiche
e calde, e un tour live all'orizzonte. Come si integrerà questa "bella
brigata" di venti canzoni storiche con la nuova direzione artistica che
stai intraprendendo?
È una bella sfida, quasi un
esercizio di equilibri sottili tra ciò che sono e ciò che diventerò. La nuova
direzione — quel calore, quel legno che vibra, quel respiro acustico che sto inseguendo — non è un muro che separa il
passato dal presente, ma un ponte. Stiamo lavorando per spogliare le vecchie
tracce di ogni orpello superfluo, arrivando all'osso, al cuore pulsante. Le
nuove sonorità che arriveranno tra luglio e settembre avranno il compito di
fare da "cassa di risonanza". Immagina che i nuovi singoli siano la
luce che filtra in una stanza antica, illuminando dettagli che prima erano
rimasti nell'ombra. La "bella
brigata" non verrà stravolta: verrà semplicemente riabbracciata con
una consapevolezza diversa.


