a cura di Antonino Muscaglione per Fattitaliani
(video) Con il nuovo singolo “The Dobler-Dahmer
Theory”, Mario Iannuzziello prosegue il proprio percorso di
ricerca all'interno del jazz contemporaneo, intrecciando scrittura,
improvvisazione e immaginario pop. Il contrabbassista e compositore barese
firma un brano che trova il proprio equilibrio tra modern mainstream e suggestioni
latin jazz, valorizzando il dialogo con Addison Frei e Diego Joaquin Ramirez in
una formazione che fa dell'interplay il proprio punto di forza.
L'idea compositiva nasce da uno spunto insolito,
trasformato in una narrazione musicale ricca di contrasti: leggerezza e
profondità convivono in una struttura dinamica, dove la melodia rimane
accessibile senza rinunciare alla complessità del linguaggio jazzistico. Il
risultato è una composizione che guarda alla tradizione, ma la rilegge con un
linguaggio personale e contemporaneo, mettendo al centro il racconto attraverso
il suono.
Forte di una formazione accademica di alto livello e di un percorso che lo ha portato a collaborare con musicisti di rilievo della scena internazionale, Iannuzziello continua a sviluppare una poetica in cui il jazz dialoga con il cinema, la cultura pop e le immagini, dando vita a composizioni capaci di evocare storie e atmosfere. "The Dobler-Dahmer Theory" rappresenta così un nuovo tassello di un progetto artistico coerente, nel quale tecnica, ricerca e libertà espressiva si fondono in un linguaggio riconoscibile e in continua evoluzione. Di seguito l'intervista:
Come è nata l'idea compositiva di The Dobler-Dahmer
Theory?
«È un brano che ho scritto mentre vivevo in Olanda e
che inizialmente era stato pensato per una formazione con cui suonavo
abitualmente lì. Poi, per una serie di circostanze, non si è mai presentata
l'occasione di eseguirlo ed è rimasto nel cassetto per molto tempo, finché non
ho trovato dei musicisti con una sensibilità in linea con questa composizione,
è successo diversi anni dopo.
Il brano nasce da una linea melodica che avevo
composto e suonato io stesso al pianoforte. L'idea originaria era affidarla ai
fiati, ma non essendosi concretizzata quella possibilità, ho deciso di
arrangiarlo per trio. Questo mi ha portato a lavorare in modo diverso sulla
scrittura: la mano sinistra del pianoforte definisce alcuni accenti e
costruisce con precisione la parte del contrabbasso, mentre per la batteria ho
lasciato molto più spazio alla creatività del musicista.
Il titolo nasce da un riferimento ironico alla celebre serie '”How I Met Your Mother”, in cui viene citata la "Dobler-Dahmer Theory". È un richiamo semiserio: il brano non vuole essere particolarmente impegnato, ma offre uno spunto di riflessione su quanto spesso siamo vittime dei nostri pregiudizi.»
In che modo avete costruito
il dialogo musicale tra pianoforte, contrabbasso e batteria?
«Parto da una premessa su cosa sia storicamente il latin jazz. È una musica nata molto vicino a dove è nato anche il jazz, quindi nell'area caraibica, considerando che New Orleans si trova a poca distanza. Si tratta, in sostanza, di un linguaggio jazzistico che utilizza pattern ritmici ciclici propri della musica afro-cubana, elementi che fanno parte della storia del jazz già da prima di quanto gli storici e i critici abbiano documentato.»
Quali elementi del latin jazz hai voluto inserire nella
scrittura del brano?
«Parlo di latin jazz perché il batterista che ha inciso il brano con me, Diego Joaquin Ramirez, utilizza una texture ritmica tipica di alcuni linguaggi afro-cubani. Per questo motivo il brano può essere ricondotto anche a questa tradizione. Alcuni ascoltatori vi riconosceranno il jazz latino, capace di fondere ritmiche afro-cubane, guaguancó e salsa con un linguaggio strettamente jazzistico.»
Quanto spazio avete
lasciato all'improvvisazione durante la registrazione?
«È una domanda molto pertinente, perché è giusto
pensare che gran parte di una composizione diventi poi oggetto di
un'esplorazione estemporanea, quindi dell'improvvisazione. Tuttavia, questo
dipende moltissimo dalla scelta dei musicisti. Quando scegli un determinato
musicista puoi intuire verso quale direzione andrà il tuo brano, se quella
persona è davvero quella giusta per realizzare la tua idea.
Se scegli la persona sbagliata, la responsabilità è
tua, perché non hai saputo individuarla, e il brano finisce inevitabilmente per
prendere una direzione diversa da quella immaginata. Poi, naturalmente, si apre
una dialettica: molte idee vengono portate lontano dalla loro ispirazione
originaria e funzionano comunque.
In questo brano ci sono diversi elementi lasciati all'estro dei musicisti, come la tessitura ritmica della batteria, che non prevede nulla di scritto. Allo stesso tempo, però, ci sono degli appuntamenti ritmici obbligati: è un brano che razionalizza molte idee attraverso la scrittura e questi aspetti devono necessariamente comparire in partitura. Altrimenti diventerebbe molto difficile riprodurli semplicemente suonando insieme e guardandosi tra musicisti.»
Qual era l'obiettivo
principale che volevi raggiungere con questa composizione?
«Ho tenuto questa composizione da parte finché non ho
trovato le persone giuste per svilupparla nella direzione che avevo immaginato,
e oggi posso ritenermi molto soddisfatto del risultato, perché siamo riusciti
ad arrivare esattamente dove speravo.
Bisogna considerare che tutto ciò che accade nella
musica sfugge sempre, almeno in parte, al nostro controllo. Molte delle cose
che suoniamo sono influenzate dal discorso musicale degli altri, e viceversa. A
volte questo scambio porta molto lontano dall'idea iniziale, ma può comunque
essere estremamente fruttuoso. In questo caso, però, sono davvero soddisfatto
sia dell'esito sia dello sviluppo del brano.
Durante le prove capita spesso di fermarsi e capire meglio quale direzione prendere. Questa musica, però, non finisce mai: se io, Adison e Diego registrassimo di nuovo il brano, oppure lo suonassimo domani in concerto, probabilmente ne uscirebbe una versione completamente diversa. È proprio questo il bello del jazz: è una musica viva. Registrarla in studio è molto diverso da ciò che accade nella musica classica, dove si tende a fissare un'idea nel tempo. Qui, invece, una registrazione è più simile a un'istantanea, a una Polaroid: qualcosa di irripetibile, profondamente legato al momento in cui è stata realizzata.»
Il tuo percorso ti ha
portato a coniugare formazione accademica e ricerca personale: quali tappe
ritieni siano state decisive per definire la tua identità artistica?
«Senza dubbio il contatto con New York e più in
generale con gli Stati Uniti è stato determinante. Non metterei me stesso al
centro del discorso: credo sia una tappa fondamentale per la carriera di
qualsiasi musicista. Non perché sia un luogo superiore agli altri, ma perché
offre una straordinaria possibilità di incontro e confronto tra musicisti con
questa formazione.
È il luogo in cui si è sviluppata quella che potremmo
definire la dimensione più intellettuale del jazz contemporaneo. Nel secolo
scorso questo ruolo è stato ricoperto per alcuni decenni da Chicago e, prima
ancora, da New Orleans. I periodi trascorsi a contatto con la scena newyorchese
sono stati quelli che hanno inciso maggiormente sulla mia formazione.
Detto questo, non rinnego nessuna delle tappe del mio percorso, né dal punto di vista della formazione né da quello professionale, perché ciascuna esperienza ha contribuito a fare di me il musicista che sono oggi.»
Dopo l'uscita del singolo,
quali sono i prossimi appuntamenti e i progetti che accompagneranno questo
nuovo capitolo del tuo percorso?
«The Dobler-Dahmer
Theory anticipa il mio prossimo
disco. Prima dell'uscita dell'album pubblicheremo altri due singoli, mentre il
disco arriverà in autunno. Abbiamo registrato al Boocher Studio di Brooklyn,
quindi di fatto ho inciso questo progetto a New York insieme a musicisti della
scena newyorchese.
Tutto questo culminerà nei primi di ottobre con
l'uscita del mio nuovo album in trio, che conterrà anche The Dobler-Dahmer Theory.
Il progetto discografico si intitola The Town Does Not Exist.
Scegliere le tracce da inserire nel disco è stato più
semplice di quanto si possa immaginare. Con questo lavoro volevo raccontare due
cose. La prima era rappresentare, come in un'istantanea, ciò che accade durante
una normale session newyorchese, quando tre o più musicisti si incontrano e
attingono a un repertorio comune. La seconda riguarda il fatto che, molto
spesso, un musicista propone un proprio arrangiamento di un brano già esistente
oppure porta composizioni nuove, che vengono lette e suonate direttamente sul
momento. In questo caso è accaduto proprio così: abbiamo scelto i brani e da
quell'esperienza è nato il lavoro discografico.
Non è stato un percorso particolarmente travagliato.
Anzi, è stato bello poter godere della spontaneità di questa musica. Mi fa
piacere che nell'ascolto emerga questa spontaneità, insieme a un senso di
leggerezza nel suonare. Non ci sono stati momenti di tensione, cosa che invece
a volte può capitare. Pur essendo perfettamente consapevole del livello dei
musicisti con cui stavo suonando, proprio in questi casi, quando hai accanto
grandi musicisti, tutto diventa sorprendentemente naturale.»


