di Gabriella Izzi Benedetti *
San Francesco d’Assisi, a cui è dedicato il presente anno
ricorrendo l’ottavo centenario della morte, non credo abbia eguali nella storia
della Chiesa, ma altri grandi ne sono apparsi prima e dopo di lui, simili nella
illuminazione repentina, nella capacità di un capovolgimento totale degli
obiettivi, che da malvagi, sconvenienti, goderecci, si sono trasformati in
appassionata e rigorosa dedizione di vita secondo lo spirito evangelico.
Pensiamo
a Paolo di Tarso, ma anche a lui Camillo
de Lellis, un personaggio fra i più generosi che la Chiesa vanti,
proclamato per la carità verso sofferenti e moribondi “celeste patrono di tutti
gli infermi e di tutti gli ospedali”, invocato nelle litanie degli agonizzanti.
Oltre 40 anni di dedizione assoluta; fondatore dell’Ordine “Ministri degli
infermi” (camilliani) il cui
distintivo è una Croce rossa. Il 14
luglio, giorno della sua morte, celebrata anche nel calendario liturgico, ne ripercorro
nuovamente la vita che ha su di me e credo su molti un fascino enorme, poiché esprime
quel tipo di personalità forte, infervorata, capace di scelte tanto determinate
quanto difficili e, nonostante, realizzate a dispetto delle indicibili
difficoltà e delle inevitabili ostilità.
Abruzzese,
nacque a Bucchianico il 25 maggio
1550 dai nobili Giovanni de Lellis e
Camilla de Compellis. Molte leggende
circondano la sua nascita, ma un dato certo è che la madre lo partorì quasi
sessantenne, forse 57, e dunque la nascita ebbe del miracoloso anche per alcuni
segni premonitori. L’insegnamento di Camilla, donna assai pia, fu di breve
durata, Camillo la perse a 13 anni e il padre, capitano dell’esercito di Carlo V, lo prese con sé, sicché
adolescente divenne uomo d’arme. Si arruolò sotto le bandiere di Venezia contro
i Turchi.
Orgoglioso
e intollerante, si distinse in molti fatti d’arme e molti duelli, divenne un
giocatore d’azzardo, una vita dedita a sregolatezze. Fu al seguito di Giovanni d’Austria, a Zara, a Corfù,
sotto il comando del regno di Napoli e di quello di Spagna. In seguito, unitosi
a una compagnia di ventura militò in Africa. Al tempo delle lotte contro i
Turchi aveva riportato una ferita al piede, molto dolorosa, dalla quale non era
mai guarito, e che l’aveva costretto a una lunga degenza presso l’Ospedale San
Giacomo in Roma.
Il
primo slancio di volontariato nacque allora, ma molto contraddittorio: passava
dalla dedizione all’insofferenza al litigio; si eclissava per lunghe partite a
dadi o carte. Fu proprio la passione per il gioco a ridurlo in povertà. Come
rifarsi delle perdite subìte? A quell’epoca un soldato si rifaceva col bottino
di guerra, il saccheggio. Si litigava per cause anche pretestuose pur di
acciuffare le ricchezze altrui, crudeltà e violenze dilagavano. Era questo il
mondo di Camillo. Ma è veramente cambiato qualcosa al giorno d’oggi?
La
vera crisi avvenne a Manfredonia, ma
si radicò in lui a San Giovanni Rotondo;
in questi due luoghi il dialogo con dei religiosi sulla carità, lo fece entrare
in profonda crisi. A volte in un’anima inquieta, che forse non si rende conto
di esserlo, che però sente il limite del proprio vivere, poche parole sono
capaci di deflagrare nell’animo scombussolandolo. Pensiamo al personaggio
manzoniano dell’Innominato. Improvvisamente srotola le parole del rosario. In
Camillo riemerge l’insegnamento materno. E così, come avviene nelle personalità
di livello superiore, riesce a convogliare nell’eroico le grandi doti disperse
in mille rivoli di umana miseria. Camillo chiede “Dimmi o Signore cosa vuoi da
me”.
Il
giovane bellissimo, alto e forte, il dissoluto, che a 25 anni si trova orfano e
povero, supera orgoglio e vanità e raggiunge nell’annullarsi una grandezza che
mai avrebbe conquistato con la più grande conquista terrena. La sensibilità di
Camillo si è affinata, la piaga maligna che gli dà il metro della sofferenza lo
spinge ad affratellarsi con tutto l’umano soffrire. Dalla solitudine interiore
arriva all’amore universale. Entra nell’ordine dei cappuccini ma l’asprezza
dell’abito monacale rende insopportabile il dolore della ferita al piede. Ciò nonostante,
è deciso a lasciare il mondo; e il ritorno al San Giacomo a Roma per curare la
ferita, sarà il ritorno decisivo alla vocazione per l’assistentato.
Trova
una guida spirituale in San Filippo Neri. Si dedica ai malati senza soste. É
nominato Maestro di casa, ruolo di molta responsabilità. Cosa fossero gli
ospedali a quei tempi non è da noi immaginabile: a stento dietro lauti compensi
qualcuno si assoggettava ad assistere i malati; spesso si costringevano i detenuti
a scontare la pena occupandosi dei poveri malati al posto dei lavori forzati. Immaginiamo
con quale competenza e quale disposizione d’animo. Spesso i malati erano
lasciati senza cibo per giorni e morivano d’inedia; spesso persone in coma o
deliquio erano prese per morte e sepolte vive. Rari erano i sacerdoti che si
occupavano di confortare e assistere.
Camillo entrò nel vivo dell’opera di
rinnovamento come un ciclone; con il suo carattere rigido e focoso. Regolò il
servizio degli infermieri con assistenza continua e sicura; vigilava e spiava
perché tutto fosse secondo regolamento; spesso si nascondeva sotto i letti per
verificare il comportamento degli infermieri. Ingaggiò lotte indicibili perché
i cibi fossero sani e ben cotti; si era reso conto che era facile gioco per gli
approvvigionatori inviare cibo avariato, tanto nessuno controllava. Ma fare tutto
questo da solo, era troppo arduo.
Ebbe
la felice intuizione di costituire una Congregazione.
E lottò contro la diffidenza dei superiori, l’ostilità dei malevoli, i pregiudizi
dei cosiddetti benpensanti. Era un laico, dopotutto. E così, a 32 anni,
coraggiosamente tornò a scuola, tra i ragazzi, intraprese studi di latino nel
Collegio romano. Tra il 1582 e l’84 riuscì a essere ordinato sacerdote. Due
anni dopo, nel 1586, Sisto V approvò
la Congregazione e permise il distintivo sull’abito: una Croce rossa. Nel ’91 Gregorio
XIV elevò la Congregazione a dignità di Ordine. I Ministri degli infermi
emettono oltre ai tre voti comuni a tutti i religiosi, anche quello di
assistenza a infermi di qualunque malattia, anche contagiosa.
Camillo, divenuto Prefetto generale
dell’ordine, a vita, fu modello di magnanimità e abnegazione. Rude, col suo
passato di soldato, impose una forte disciplina. Aveva un concetto altissimo
dell’Ospedale. Spesso era lui a chiedere perdono agli infermi e benedizione
celeste. Furono circa 44 anni di fatiche eroiche, tali da far pensare a una
fibra fortissima quale non era più, perché altri malanni, da lui chiamati
“misericordie di Dio” si erano aggiunti.
Negli
ultimi tempi non dormiva più di 2 -3 ore per notte; il resto era assistenza. E
non operò solo in Roma, ma in
moltissimi centri come Milano, Firenze,
Napoli, Genova, Bologna per nominare i più popolosi. E ugualmente
compassionevole era verso gli animali che medicava e sfamava. La carità di
Camillo andava oltre la sofferenza fisica; cercava di alleviare le sofferenze
dell’anima. La sua fatica di “infermiere meraviglioso” trovava il compimento
nella capacità di restituire dignità e benessere spirituale ai malati. I più
grandi trionfi da lui ottenuti sono stati quelli della riabilitazione
dell’individuo in seno alla società.
Tornato
da Genova a Roma il 13 ottobre 1613,
molto malato, sostenuto a braccia, passava di letto in letto confortando i
sofferenti. Alla sua morte una gran massa di poveri piangeva davanti alla casa
religiosa dei Ministri degli Infermi e pregava per la guarigione dell’ “Angelo
di Roma”. San Camillo de Lellis è,
insieme a San Giovanni di Dio, patrono universale dei malati, degli infermieri
e degli ospedali. Inoltre è patrono
della Sanità militare e dell’Abruzzo,
di cui è patrono anche San Gabriele
dell’Addolorata.
*Presidente
della Società Vastese di Storia Patria

