Fil Rouge. La geografia della relazione Testo critico di Sabino Maria Frassà, curatore della mostra Le nuove opere che compongono il nucleo Fil Rouge rappresentano l'approdo più recente della ricerca che Betty Salluce ha avviato nel 2018 con la serie delle Mani, oggi giunta al suo settimo lavoro. La mano non è mai stata, per l'artista, un semplice soggetto iconografico: è il luogo originario della relazione. Prima ancora del volto, è attraverso la mano che ci presentiamo al mondo, riconosciamo l'altro, offriamo cura e instauriamo fiducia. È da questa soglia dell'incontro che prende avvio l'intera ricerca di Salluce. Oggi quella stessa ricerca si apre a una dimensione più ampia, estendendo la relazione dal corpo al paesaggio. In Fil Rouge questo nucleo fondante si apre a una nuova estensione. Il filo rosso non indica soltanto il segno che attraversa fisicamente le opere, ma il principio di continuità che lega corpo, paesaggio e relazione. Come spiega l'artista, il rosso rappresenta la vitalità: non la ferita, ma la vita che circola, l'energia che alimenta e mette in relazione. Il filo diventa così la manifestazione visibile di una forza generativa che attraversa corpi, paesaggi e, più in generale, ogni forma di vita. Il metodo di lavoro resta fedele a un processo di ascolto dell'immagine. Salluce osserva le linee della mano come una geografia interiore e lascia che siano esse a suggerire il percorso della cucitura. Non inventa il disegno del filo, ma lo scopre: segue percorsi già inscritti nella pelle, come vene, sentieri o corsi d'acqua. La mano diventa così una mappa vivente, nella quale ogni linea suggerisce una direzione possibile. Questa settima mano segna anche un passaggio più intimo. Per la prima volta il punto di partenza non è una persona incontrata occasionalmente, ma il corpo del compagno dell'artista, già presente nelle opere di Punti di contatto. Eppure, proprio nel momento in cui entra nell'opera, quel corpo supera il dato biografico e si apre allo sguardo di chi osserva, diventando uno spazio di riconoscimento. «Mi interessava raccontare il suo corpo anche attraverso la mano», osserva Salluce. Ma quella mano non appartiene più soltanto a qualcuno: diventa un punto di contatto, il luogo attraverso cui ciascuno si presenta all'altro e costruisce intimità. L'esperienza personale si apre così a una dimensione universale, nella quale ogni osservatore è invitato a riconoscersi. Da qui prende forma il passaggio decisivo di Fil Rouge: far uscire quella stessa energia dal corpo per ritrovarla nella terra. Il filo rosso abbandona la superficie della pelle e attraversa i calanchi della Basilicata, trasformandosi in radice, corso d'acqua, incisione del paesaggio. Corpo e terra si rivelano così due geografie della stessa vita, attraversate dalla medesima energia vitale. Lo stesso sistema di linee riaffiora nel paesaggio: le vene della mano sembrano trasformarsi nelle radici della terra, i percorsi del corpo nelle incisioni dei calanchi. Il filo rosso attraversa entrambe queste geografie come un'unica energia vitale, suggerendo che ciò che alimenta il corpo e ciò che rende fertile la terra appartengono allo stesso principio generativo. Il paesaggio non è più soltanto uno scenario da contemplare, ma un organismo vivo, attraversato dalla stessa vitalità che anima il corpo umano. Tra le opere più significative emerge quella dedicata alla schiena, che introduce una tensione compositiva inedita. Più severa, meno circolare, quasi attraversata da una geometria centrale che interrompe la consueta armonia del linguaggio dell'artista. L'opera nasce dal tentativo di sovrapporre due corpi, creando una stratificazione di presenze che lascia affiorare soltanto una traccia della figura sottostante. La relazione continua così ad abitare l'immagine senza mai manifestarsi pienamente. Anche in questo caso il processo creativo procede senza un progetto rigido. L'artista aveva immaginato di intervenire con il filo direttamente sulla schiena, ma durante il lavoro ha scelto di fermarsi, lasciandosi guidare dall'opera stessa. È proprio questo continuo ascolto dell'immagine a generare una composizione più tesa e introspettiva, nella quale corpo e paesaggio condividono la stessa energia vitale e lo stesso spazio di relazione. Il fil rouge, allora, non è soltanto un segno cromatico o compositivo, ma la forma visibile di una relazione. Unisce senza fondere, attraversa senza invadere e rende possibile il riconoscimento reciproco. Ogni filo conserva la distanza necessaria all'incontro: non cancella il confine, lo rende abitabile. È proprio in questo spazio, sospeso tra prossimità e alterità, che Betty Salluce riconosce la possibilità autentica dell'empatia. Le sue opere non chiedono di riconoscere qualcuno, ma di riconoscersi. |