Tricarico porta in scena 'W l'Italia - Sogni… canzoni… squallori!': un racconto tra musica e teatro. La recensione di Fattitaliani

 


di Antonino Muscaglione per Fattitaliani

C'è un momento, durante 'W l'Italia – Sogni… canzoni… squallori!', in cui diventa chiaro che ciò che sta accadendo sul palco non appartiene né al linguaggio del concerto né a quello del teatro di narrazione: Francesco Tricarico costruisce infatti un'opera che vive in uno spazio intermedio, dove musica e parola si sostengono a vicenda fino a diventare un unico racconto.

La scena si presenta nella sua essenzialità. Minimalista, quasi spoglia. Eppure ricchissima di significati, i colori dello sfondo che cambiano di volta in volta, rendendo la scena scultorea. Prima ancora dei musicisti, sono gli strumenti a occupare il centro dello spazio: il flauto traverso, la chitarra, il pianoforte. Non sono semplici oggetti di scena, ma elementi che definiscono un luogo, una geografia emotiva entro cui la vicenda prende forma. Ogni presenza sul palco contribuisce alla costruzione di un ambiente sospeso, intimo, in cui il racconto può dispiegarsi con naturalezza.

Sul fondo in secondo piano c'è un leggio. Da lì prende avvio la storia che costituisce l'ossatura dello spettacolo: un uomo che improvvisamente non viene più riconosciuto da nessuno. Non lo riconosce il barista, non lo riconosce il portinaio, non lo riconoscono i figli. È l'inizio di un processo di estraneazione, di una progressiva perdita di identità che conduce il protagonista attraverso territori sospesi tra realtà e allucinazione. Tutto viene raccontato in prima persona. Del resto Tricarico è l'autore di 'Io sono Francesco', e in scena Francesco lo è davvero fino in fondo, senza filtri e senza mediazioni.

Le sue canzoni, vecchie e nuove, si inseriscono nel racconto come capitoli di una stessa storia. Non interrompono la narrazione: la espandono, la commentano, la contraddicono talvolta, offrendo nuove prospettive su ciò che accade. Successi ormai entrati nell'immaginario collettivo convivono con brani più recenti e con materiale inedito, all'interno di una struttura che trova la propria forza proprio nella continuità tra parola e musica.

Ed è forse qui che emerge la dimensione più sorprendente dell'artista. Il Tricarico che il grande pubblico ha imparato a conoscere attraverso la radio, il Festival di Sanremo e il successo di alcune canzoni rappresenta soltanto una parte di una personalità artistica molto più articolata. Sul palco del Teatro Menotti affiora un autore completo, capace di tenere insieme scrittura, composizione e interpretazione con una naturalezza rara. Viene quasi spontaneo chiedersi come un artista tanto eccentrico e complesso rispetto alle convenzioni dello spettacolo italiano sia stato spesso raccontato attraverso categorie troppo strette per contenerlo davvero.

Anche il tema dell'identità, centrale nello spettacolo, si intreccia con una riflessione più ampia sul presente. Tricarico affronta questioni profonde: la perdita di riferimenti, l'omologazione, la difficoltà di conservare uno sguardo autentico sul mondo, senza mai cedere alla tentazione della predica o della denuncia fine a se stessa. L'ironia, il disincanto e la poesia convivono costantemente, producendo un equilibrio delicato e mai scontato. Alla fine resta la sensazione di aver assistito a qualcosa che sfugge alle definizioni. Tricarico non è un attore nel senso tradizionale del termine, ma non è nemmeno soltanto un cantante. La sua forza sta proprio nell'abitare questo spazio indefinito, dove le categorie si dissolvono e rimane soltanto l'urgenza dell'espressione artistica.

'W l'Italia – Sogni… canzoni… squallori!' è uno spettacolo che attraversa ombre, fragilità e smarrimenti senza rinunciare alla speranza. Un'opera che riesce a essere profondamente ottimista senza mai diventare superficiale, e che trova nella sincerità del racconto la sua forma più compiuta.

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