(video) A cura di Antonino Muscaglione per Fattitaliani
Matteo Faustini torna con una canzone che è una dichiarazione d'intenti. Dopo quattro anni di silenzio discografico, un periodo durante il quale non ha mai smesso di incontrare il suo pubblico attraverso concerti e progetti sociali, il cantautore bresciano pubblica 'Siamo Nati Liberi', un brano intenso, profondo e sorprendentemente luminoso. Fin dal suo esordio sul palco del Festival di Sanremo, Matteo ha dimostrato una rara capacità di trasformare esperienze personali e temi sociali in canzoni capaci di parlare a tutti. Un percorso costruito con sensibilità, autenticità e una costante attenzione verso le fragilità umane, che negli anni gli ha permesso di conquistare importanti riconoscimenti e di affermarsi come una delle voci più sincere della nuova canzone d'autore italiana. "Siamo Nati Liberi" nasce da un'esperienza particolarmente significativa vissuta all'interno del carcere di Canton Mombello a Brescia, dove Matteo ha lavorato per mesi a stretto contatto con i detenuti. Da quell'incontro con storie di errori, rinascite e seconde possibilità prende forma una riflessione universale sulla libertà, sul peso dei sensi di colpa e sulla necessità di imparare a perdonare se stessi. Temi importanti che il cantautore sceglie però di raccontare attraverso un sound pop-soul energico e coinvolgente, trasformando il dolore in speranza e la riflessione in un potente messaggio di rinascita. Oggi siamo felici di ritrovare un artista che ha saputo fare della sua musica uno strumento di ascolto, condivisione e consapevolezza. Con lui parliamo di questo nuovo capitolo, delle emozioni che lo hanno ispirato e del percorso umano e artistico che lo ha condotto fino a qui.
Dopo quattro anni di
silenzio discografico, perché hai scelto proprio 'Siamo Nati Liberi' per
tornare?
«Perché è la canzone che più mi rappresenta oggi. Quando l'ho ascoltata finita ho capito che raccontava esattamente il momento che stavo vivendo. Non ho pensato agli stream o alle logiche del mercato: avevo bisogno di tornare con qualcosa di autentico, che parlasse davvero di me e del mio percorso. Questi sono i mesi in cui il mercato sembra chiedere soprattutto la classica canzone estiva, e avrei potuto seguire quella strada. In questo momento, però, sentivo il bisogno di pubblicare un brano che raccontasse davvero chi sono oggi. 'Siamo Nati Liberi' rappresenta il mio presente, il mio percorso e la persona che sto diventando.»
Il brano affronta temi come
il perdono e l'accettazione di sé. Da dove nasce questa riflessione?
«Dall’esperienza e dalle domande che la vita ci mette davanti. Credo che i “perché”, come mi ha sempre insegnato mio padre, siano il nutrimento dell’anima. Negli anni ho imparato che molte risposte non arrivano dall’esterno, ma da un lavoro interiore fatto di consapevolezza, errori, incontri e crescita personale. In questo caso, un ruolo fondamentale lo ha avuto anche l’esperienza all’interno dell’Istituto Penitenziario di Canton Mombello, dove ho lavorato per mesi a stretto contatto con i detenuti. Ascoltare le loro storie, i loro errori e il loro desiderio di rinascita mi ha portato a riflettere in modo ancora più profondo sul concetto di libertà e di seconda possibilità. Ho capito che spesso le prigioni più pesanti non sono quelle fisiche, ma quelle interiori: i sensi di colpa, il giudizio degli altri, tutto ciò che ci impedisce di perdonarci davvero. 'Siamo Nati Liberi' nasce proprio da questo percorso e da questa consapevolezza: non offre risposte definitive, ma apre uno spazio di riflessione e, in qualche modo, di speranza.»
In 'Siamo Nati Liberi'
parli di libertà interiore. Quanto c'è di autobiografico?
«Tantissimo. Tutto quello che scrivo nasce sempre da qualcosa che ho vissuto o sentito in modo diretto e profondo, anche quando passa attraverso l’osservazione degli altri e delle loro storie. In questo senso, la scrittura per me è sempre un processo di restituzione, mai solo di invenzione. Oggi mi considero una persona fortunata e profondamente grata per ciò che ho e per il percorso che sto facendo, ma ho imparato che la gratitudine non coincide automaticamente con il benessere interiore. Sono due piani diversi, che a volte possono anche non incontrarsi. Per molto tempo ho legato la mia idea di felicità ai risultati, ai riconoscimenti e all’approvazione esterna, come se fossero l’unico parametro possibile per misurare il mio valore. Con il tempo, però, anche attraverso esperienze molto forti come il lavoro a stretto contatto con realtà difficili e con le fragilità umane, ho capito che questa visione era limitante. Oggi sto imparando che stare bene è una scelta quotidiana, che parte da dentro e non dipende da ciò che accade fuori. È un equilibrio che si costruisce nel tempo, fatto anche di consapevolezza, errori e della capacità di ascoltarsi davvero.»
Da anni chiami chi ti segue
“anime”. Che rapporto hai costruito con il tuo pubblico?
«Un rapporto di gratitudine e reciprocità. Fatico a considerarli semplicemente fan, perché negli anni si è creato uno scambio autentico. Molti li conosco personalmente, riconosco i loro volti e le loro storie. Quando chiamo loro “anime” è perché vedo persone con cui condividere un pezzo di strada.»
Negli anni hai lavorato
anche nelle scuole. Che cosa ti ha lasciato quell'esperienza?
«È stata una grande scuola di vita che ho fatto prima di partecipare al Festival di Sanremo. Mi ha insegnato: la pazienza, l'ascolto e il valore dell'esempio. Lavorare con i ragazzi mi ha fatto riflettere sul ruolo degli educatori e sulla responsabilità che abbiamo nei confronti delle nuove generazioni. È stata un'esperienza intensa, che porto ancora oggi nella mia musica e nel mio modo di guardare il mondo.»
Che ricordo hai della musica da piccolo? Quando hai
capito che sarebbe stata la tua strada?
«Il mio rapporto con la musica nasce in modo molto istintivo. Da piccolo era qualcosa che si legava anche al bisogno di approvazione esterna: era l’ambito in cui mi sentivo riconosciuto, in cui percepivo di “funzionare” agli occhi degli altri. Ho studiato molto, soprattutto nel periodo legato alla lirica e alla formazione al Teatro alla Scala, dove ho approfondito solfeggio, armonia e tecnica. Per anni sono stato accompagnato anche da mio nonno, e parallelamente ho portato avanti uno studio costante che è durato circa sette, otto anni, iniziato quando avevo dieci anni. È un percorso che non si finisce mai davvero. Quella formazione, insieme all’esperienza nei contesti musicali corali, ha avuto un peso enorme nel mio modo di scrivere. Per molto tempo ho fatto cover, ma a un certo punto, intorno ai diciotto anni, ho sentito che quello non mi bastava più: era diventata una necessità espressiva. Sentivo di avere qualcosa di mio da dire, una sorta di “mancanza” che potevo colmare solo scrivendo. Il mio primo brano originale nasce così, in modo molto viscerale, quasi urlato e pianto più che costruito razionalmente. Da lì ho capito che lo strumento che uso davvero per scrivere non è solo la tecnica, ma tutto ciò che ho vissuto: lo studio, la formazione, ma anche l’emotività e l’urgenza di esprimermi. Ed è qualcosa che continua a evolversi ancora oggi.»


