di Barbara Fabbroni (intervista sul libro "L'amore all'improvviso")
C'è una domanda che
torna dopo ogni fatto di sangue, dopo ogni titolo di giornale, dopo le varie
opinione nei salotti televisivi. La domanda è sempre la stessa: come è
possibile che nessuno abbia fatto niente? Come è possibile che arriviamo sempre
tardi ad arginare fatti violenti?
Questa volta la
risposta è arrivata quasi subito. L'autore di quello che è successo nel centro
di Modena era conosciuto. Seguito, anzi — parola del Prefetto stesso —
“attenzionato” dal Centro di Salute Mentale. Termine burocratico, quasi
elegante che in poche parole significa che qualcuno sapeva. Che c'era una
cartella, un nome, un fascicolo e che poi, evidentemente, non è bastato ad
arginare l’irreparabile, il dramma.
Perché tra l'essere
“attenzionato” e l'essere davvero preso in carico c'è una distanza enorme. Ed è
esattamente lì, in quello spazio vuoto, che le cose precipitano, evolvono in un
abisso devastante.
La salute mentale in
Italia funziona a emergenze. Si interviene quando il problema è già esploso,
quando il disagio ha già un nome sui giornali. Prima, quasi mai. Non perché
manchino le persone competenti - ci sono psichiatri, psicologi, assistenti
sociali che lavorano in condizioni che definire difficili è un eufemismo. Così
che accade molto spesso che i pazienti non continuano le cure, a volte, le
interrompono, spariscono dal sostegno e dal supporto dei centri di salute
mentale.
I pazienti smettono
di presentarsi. Non rispondono al telefono. Si isolano. Oltre l'80% dei
percorsi psichiatrici si interrompe senza una conclusione concordata con i
medici. "Persi dai radar", li hanno chiamati. Come se il problema
fosse tecnico. Come se bastasse un radar migliore.
Non è un problema
tecnico. È un problema culturale, prima di tutto. Perché in Italia la malattia
mentale si nasconde ancora. La depressione non si dice in giro. La psicosi si
nega finché si può. Le famiglie che vivono con una persona in crisi spesso non chiedono
aiuto perché non sanno a chi rivolgersi, o perché hanno paura di quello che
potrebbe succedere se lo fanno. E intanto reggono, da soli, finché reggono,
finché riescono a sostenere un equilibrio fortemente minato e precario.
Il Centro di Salute
Mentale, nella sua forma ideale, dovrebbe essere una rete viva - non uno
sportello dove si va su appuntamento ogni tre mesi. Il Ministero della Salute
lo dice chiaramente: prevenzione, cura, riabilitazione, reinserimento sociale,
équipe multidisciplinari. Sulla carta esiste tutto, ma nella pratica, quella
rete ha maglie larghe quanto basta per far passare le persone più fragili.
Dopo i fatti di
Modena, il sistema sanitario del territorio ha attivato un servizio di supporto
psicologico per cittadini, commercianti, testimoni. È una cosa giusta. Un
evento del genere lascia il segno anche su chi era solo di passaggio, anche su
chi ha sentito solo le sirene. Il trauma non ha confini precisi.
Ma quello che manca
non è il dopo, è il prima. Ovvero mancano percorsi che non si spezzino alla
prima difficoltà. Famiglie che abbiano qualcuno a cui telefonare quando non ce
la fanno più, non un numero verde registrato, una voce vera.
C'è ancora una cosa
che nessuno dice mai abbastanza chiaramente: il disagio mentale contemporaneo
non nasce a caso. Cresce dentro vite sempre più strette, precarie, isolate,
senza reti di sostegno. L'ansia, la rabbia, il senso di non farcela non sono
deviazioni statistiche. Stanno diventando la norma. E una società che produce
fragilità a ritmo industriale, poi si stupisce quando quella fragilità esplode.
Finché chiedersi
aiuto sarà considerato una debolezza, arriveremo sempre tardi. Troppo tardi.
Come a Modena.
Come
criminologa la dottoressa Fabbroni affronta i casi più attuali del panorama
della cronaca nera, dei cold case, dei delitti efferati, dei femminicidi, come:
il caso Garlasco, Nada Cella, la Strage di Erba, l’omicidio di Yara Gambirasio
solo per citarne alcuni. Offre una rilettura attenta della scena del crimine e
delle dinamiche psicologiche che avrebbero portato all’azione omicidiaria.
Come psicologa e psicoterapeuta, ha una lunga
esperienza clinica, nel trattamento delle dipendenze affettive e delle
psicopatologie di coppia. Autrice di riflessioni critiche sui processi
mediatici, affronta i temi con l'autorevolezza di chi conosce le carte e le
fragilità umane. Combina la formazione in Analisi Transazionale in una capacità
comunicativa empatica, ideale per sensibilizzare il pubblico sui suoi
approfondimenti.

