Maiogabri a Fattitaliani: «Per chiunque abbia sete di vita, Palermo è tra i pozzi più grandi d'Italia». L'intervista

 


Antonino Muscaglione per fattitaliani.it

(video) 'Palermo' è il nuovo singolo di Maiogabri, un brano scritto d'istinto, una dedica schietta e sincera alla propria città. Il testo del brano è ricco e complesso, come lo è l'arrangiamento, il brano si sviluppa come un viaggio interamente suonato, in cui chitarre sognanti e archi accompagnano il paradosso di chi deve allontanarsi per ritrovarsi. Sullo sfondo, resta una consapevolezza più amara: anche quando la riconciliazione avviene, immaginare un futuro nella propria terra può risultare impossibile.

Interessante il videoclip ambientato in alcuni dei luoghi più iconici della città: dai vicoli del centro storico ai Quattro Canti, fino al Foro Italico e a Mondello, tutta la narrazione traduce in immagini il conflitto emotivo che si respira al centro del brano.

Il protagonista, in procinto di partire in treno, si ritrova a svegliarsi nel cuore di Palermo: la preparazione della valigia diventa così un gesto simbolico, in cui ogni oggetto richiama un ricordo che prende forma tra strade e paesaggi.

Giunto in stazione, l’incontro con una chitarra abbandonata lo conduce a fermarsi e suonare, dando vita a un ultimo concerto con la città in movimento sullo sfondo. Il finale resta sospeso: il treno parte, ma la valigia rimane a terra, lasciando aperto il dubbio tra partire e restare.

La produzione esecutiva del brano è di Rock10elode e Limoni Sonori. L'arrangiamento è di Maiogabri (Gabriele Majorana), è stato registrato e Mixato da Fabio Rizzo presso Indigo Studios, ed è stato suonato da: Gabriele Majorana (voce, chitarre acustiche, pianoforte); Andrea Conti (basso); Francesco Tramuto (batteria); Gioele Aspresso (chitarre elettriche); Gabriele Guercio (violino); Pietro Tomasino (viola) e Ferdinando Preianò (violoncello).

Il brano e il videoclip sono stati realizzati nell’ambito del progetto “Rock10elode – Green Music Contest” che ha visto Maiogabri distinguersi vincendo il premio come miglior testo.

Sento Gabriele per farmi raccontare come è nato questo suo ultimo brano.

Ciao Gabriele, come stai? Felice di risentirti, com’è nato questo tuo nuovo brano?

«Ciao Antonino! Tutto bene grazie, felice anch’io di poter parlare di nuovo con te.

‘Palermo’ è nata qualche anno fa, sul finire dell’estate 2024. Passeggiavo per i vicoli del centro con la bicicletta, immerso in quel clima settembrino che sa tanto di partenza quanto di nostalgia. Ti dirò, non avevo la benché minima idea di scrivere una canzone che parlasse della mia città né - pensavo - l’avrei mai fatto: non era nei miei piani, non ne sentivo l’esigenza. Eppure, camminando quel pomeriggio proprio di fianco alla Cattedrale, qualcosa si è acceso in me, e di getto ho esclamato una frase: “la mia casa è solamente un posto in cui dormire la notte”. Ho mollato la bici, mi sono accucciato nella prima panchina disponibile (dentro il Parco d’Orleans) e, in una manciata di minuti, è nata ‘Palermo’; da lì è stato amore a prima vista, ho capito di aver scritto qualcosa di prezioso.»

‘Palermo’ è la dedica alla tua città, una città da cui partire o la città in cui rinascere?

«Bella domanda, la stessa che mi pongo ogni giorno guardando al futuro. Non bisogna prendersi in giro: la vita nel sud del nostro Paese presenta delle criticità che non sono misurabili in termini di vita o morte quanto in termini di piccolezze, nei dettagli di un’autostrada che va in pezzi piuttosto che nella sofferenza di una perenne siccità, presente anche dopo ingenti periodi di pioggia. Viviamo una terra che non è vittima di sé stessa - ci tengo a sottolinearlo - ma è superstite di una storia che non le ha mai reso giustizia: nonostante ciò, Lei cerca di splendere al suo meglio, attraendo turisti, attraendo arte. Per chi ha sete di carriera si dice spesso che questo non sia l’abbeveratoio migliore, è vero, ma per chiunque abbia sete di vita, ‘Palermo’ sono sicuro che sia tra i pozzi più grandi d’Italia, una città da cui ripartire, per tornare alla domanda e chiudere, è una città dalla quale personalmente ripartirò sempre, ovunque mi porti il futuro.»


Ci sono tante parole libere in questo testo che è una vera poesia, quant’è stato difficile metterlo in musica?

«Mettere in musica ‘Palermo’ non è stato troppo complesso, sarò sincero, e questo anche perché il testo, in quella panchina malconcia del centro città, è venuto fuori già con una sua melodia, già cantato, già vivo: nella mia testa ha sempre avuto il suono che ha oggi. Certo, col passare del tempo la lavorazione di un brano richiede che ci siano delle correzioni, delle revisioni e anche dei perfezionamenti testuali, è vero, ma chi mi conosce sa quanto io sia un fan accanito dell’ispirazione, di quel momento magico (e raro) che ti porta a fare cose straordinarie, belle nella loro genuinità e nella loro follia: ‘Palermo’ è nata in un unico flusso di musica e parole, e in quell’un unico flusso arriva ad oggi, pronta per chiunque voglia ascoltarla.»

Interessante la scelta dei volumi, delle pause, c’è una sospensione, più che tensione, che si respira in tutto il brano. Com’è nata la musica?

«Azzarderei a dirti che la musica del brano è nata tanto velocemente quanto è nato il testo, ma avrei paura di dirti una bugia: tornato a casa dalla quella fatidica passeggiata in bicicletta mi sedetti al pianoforte, trovando quasi subito un giro di accordi che funzionava terribilmente, mi risuonava dentro e mi faceva innamorare ancor di più del brano. So bene che nel dirlo sembrerò pazzo, ma mi commossi, e mi commossi al punto da correre, qualche ora dopo, al pc, per scriverne l’arrangiamento - è lì che è nata la vera musica di ‘Palermo’, rimasta nel cassetto poi per un paio d’anni fino a qualche mese fa, quando, sulla spinta di Gianni Zichichi (produttore esecutivo del progetto), ho avuto il piacere e l’onore di portarlo agli Indigo Studios di Fabio Rizzo. Lì, tra un quartetto d’archi, un basso ed un piano a coda, ‘Palermo’ ha finalmente raggiunto la sua veste finale, quella veste magica che, senza l’anima dei musicisti che ho avuto al fianco per questo viaggio, non esisterebbe. A loro va il mio più grande ringraziamento.»

Perché dici: “se poi la vita mi costringe a stare sempre con le scarpe sulle strade”? 

«Grazie per la domanda, è una frase del testo alla quale sono particolarmente legato. Concretamente, io ho sempre vissuto Palermo da ragazzo di periferia quale sono sempre stato, frequentatore occasionale del cuore cittadino, utente disinteressato del centro, turista a casa propria. Ecco, qualche anno fa la mia vita ha deciso che questo non andasse bene, e che proprio il centro città dovesse invece essere un letto, una casa da abitare giorno dopo giorno, e nel mentre seguire ed inseguire i miei studi. Da buon camminatore è stato così che, passo dopo passo, suole consumate dopo suole consumate, ho costruito un mio rapporto intimo e personale con la città, un rapporto vero, scevro da insegnamenti mondani e puro di sensazioni. ‘Palermo’ è il racconto di questo rapporto, un racconto, in conclusione, costruito sulla strada e nato per strada.»

Nel testo fai un elenco di strade e luoghi, qual è il posto di Palermo a cui sei più legato?

«Di Palermo mi affascinano tanti luoghi ed altrettanti hanno un legame particolare con me e col mio vissuto, tuttavia non posso non dirti che, da buon meridionale, il rapporto che ho col mare è fondamentale per la mia persona, e così Mondello è il mio porto sicuro in città. Inverno, estate, momenti felici, momenti tristi: credo che il Charleston abbia visto tutte le stagioni della mia vita, le mie cadute ed i miei successi. E sono sicuro che continuerà a farlo.»

Cosa vuoi dire nella frase “La mia città è uno specchio di piscina e non posso farmi male”?

«Beh, giusto per ricollegarmi al mare di Mondello di cui parlavo poco sopra, tutti i ritornelli del brano giocano attorno al concetto del mare e al concetto della navigazione in acque favorevoli piuttosto che agitate, un conflitto che si ripropone per tutto il brano in un climax che raggiunge il suo culmine nella pace, nel dispiegamento di ogni energia: “la mia città è uno specchio di piscina” perché non ci sono onde nell’acqua di una vasca, è così a Palermo posso navigare serenamente, senza paura di affondare, di perdermi e di farmi del male.» 


Bellissima l’immagine in cui la chitarra diventa la tua valigia. Mi chiedo, nel guardare il video, se parti o no. Alla fine parti o resti?

«E questa è la domanda delle domande, quello che cercavamo di far chiedere a chiunque guardasse il videoclip, con questo suo finale aperto conclusivo. In realtà, a furia di guardare il video e di progettarlo col regista Costante La Bruna, nei momenti antecedenti alla sua realizzazione, mi sono convinto che non importi davvero che io parta o che io resti, così come non importa, in un viaggio, avere una destinazione quanto conta una partenza: non so dove mi porterà la vita, ma so che ovunque io vada ci sarà una città, una casa pronta ad accogliermi, nel quale lascerò per sempre una valigia, in stazione, sfatta. Non c’è una risposta vera, l’avrai capito. Mi auguro che ognuno sappia trovare la propria.» 

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