Libri. Giordano Bruno Guerri, "Audacia. Ribellione. Volontà". La recensione

 


di Pierfranco Bruni

Giordano Bruno Guerri con la sua acutezza ci fa viaggiare nelle vite dei futuristi e del Futurismo in una impalcatura che è storica ma anche letteraria. Il suo libro, dal titolo appunto "Audacia, Ribellione, Volontà. Vita straordinaria dei Futuristi" (Rizzoli), è uno straordinario cammino tra storia e "ideologia". Un mosaico in cui la visionaria testimonianza dei poeti diventa un intreccio tra rigore scientifico e anticipazione a ciò che sarà certamente il Fascismo, ma va chiaramente oltre e propone una lettura in cui sperimentalismo e avanguardia costituiscono l'apripista a quel che sarà la cultura in movimento.

In questa lettura la presenza di Gabriele d’Annunzio diventa fondamentale. Si pensi soltanto a ciò che sottolinea la Carta del Carnaro e l'impresa di Fiume del 1919. D'Annunzio è il precursore che viene prima e va oltre. Perché, come scrive lo stesso Giordano Bruno Guerri: "Ogni avanguardia è tale quando, mentre uccide, prepara una nuova vita, demolendo insieme al passato il presente". Il problema si pone su diversi campi e spazi della cultura. Provocazioni e manifesti per un’arte delle innovazioni. Ma è proprio vero? Gli scenari dovrebbero essere studiati partendo dal valore dell’arte nell’Italia di fine Ottocento e Novecento. Mi pongo una domanda: perché Marinetti non volle definitivamente separarsi da Leopardi?

Qui entra direttamente d'Annunzio. Modelli. Racconti nella letteratura. La discussione è tutta da approfondire non su schemi ma su testimonianze e documenti biografici di cui Giordano Bruno Guerri propone un interessante e preciso percorso andando chiaramente oltre. Marinetti venne affascinato da Leopardi. Non è una contraddizione di forme o nelle forme di una letteratura che ha sempre intrecciato le esistenze. Filippo Tommaso Marinetti (1876–1944) è stato un attento conoscitore di Giacomo Leopardi (1798–1837). Non solo: il padre dell’unica avanguardia nazionale, che voleva "uccidere il chiaro di luna", amava profondamente la poesia di Leopardi, tanto che cercò di ricontestualizzare e riproporre il sentiero dell’infinito attraverso “l’elogio” dell’ottimismo.

Certo, Marinetti non accettava la “logica” del pessimismo né in filosofia e letteratura, né tanto meno nella vita. Tra gli studiosi del Futurismo che hanno speso una vita per portare avanti quei processi culturali restano Francesco Grisi, nel campo della visione letteraria, e Luigi Tallarico, nel campo della critica d’arte e delle conoscenze scientifiche: i loro libri sono un documento certo, così come nei processi storici lo è Giordano Bruno Guerri. Il Futurismo è rivoluzione ed è rivoluzionario. La guerra come "igiene del mondo" resta una metafora nella dinamicità della velocità che sta oltre il tempo e lo spazio. Il concetto di velocità stessa trasforma il pensiero contemplante in azione folgorante, o meglio, fulminante.

Con tutto ciò, il post-classicismo di Leopardi non trovava un orizzonte, né tanto meno un filo ad intreccio tra le ragnatele della trincea. Ungaretti capì la dinamica tra l’azione e la contemplazione. Legò la solitudine dello "stare come uccelli su un albero" all'insieme di una solitudine tra le cadute nella trincea della Prima guerra mondiale e il passero solitario; tra le rimembranze e il nulla e il tutto di una sera nella quale si domanda "Che fai tu, luna, in ciel?", vivendo la siepe e cercando l’infinito.

Scavare tra le ombre della siepe e catturare gli infiniti non è pessimismo. L’infinito è attraversare, anche sul piano metafisico, il pessimismo nel “passatismo” e dare un senso alla dinamicità del pensiero. L’infinito è essere negli infiniti. Ecco perché Ungaretti, uscito dalla trincea, rimodernizza Leopardi anche ponendolo oltre il modello del neo o post-classicismo. Certamente non come lo inquadra Cardarelli nei moduli rondeschi che si contrappongono al Pascoli “stornellatore”.

Il dato centrale è che la poesia di un Novecento che rientra nel terreno delle matrici letterarie non può che porre Leopardi come incipit fondamentale. Lo farà lo stesso Pascoli, che diventerà futurista e sarà riferimento per il movimento nel 1905. Lo farà Ungaretti con le sue lezioni su Leopardi e con la sua adesione all’ideologia e al linguaggio futurista. Lo farà l’interventista Giovanni Papini che con "L’uomo finito" sancisce la rottura con un Croce che non sopportava Leopardi e non ha mai capito il Futurismo. Lo farà il fiumano D’Annunzio, leopardiano nei nodi decadenti e futurista nelle manovre azioniste di Buccari e nei metalli del "Notturno".

Marinetti non si smentisce nel celebrare il Leopardi dell’ottimismo, considerandolo anzi un "maestro di ottimismo". Scrive un articolo dal titolo "Leopardi, maestro d’ottimismo" nel 1938, in occasione del centenario della morte del poeta recanatese. Ma l’interesse di Marinetti per Leopardi risale a molto prima, addirittura agli anni Dieci, come conferma Francesco Cangiulo. Un interesse che sfiora la pubblicazione del Manifesto del 1909. Nella rivista "Poesia", vero strumento di propaganda futurista, non vengono mai aborrite le poetiche con rimandi al classicismo leopardiano.

La dinamica del linguaggio dei futuristi, oltre alla supremazia di un vocabolario rivoluzionario e metallico, non è forse un recuperare l'inquietudine della sera leopardiana che annuncia il dì di festa? Marinetti riesce a cogliere il senso leopardiano e a farne un superamento del canto malinconico per viverlo in quell’infinito che è filosofia papiniana, ricostruendolo come il "venditore di almanacchi": un venditore di futuro. Marinetti recita il canto della Patria leopardiano trovandovi non romanticismo, ma modernità.

Egli impone al Futurismo l’intoccabilità di un Leopardi maestro di ottimismo nella luce del giorno nuovo, oltre le ricordanze della siepe. D’altronde l’ultimo poeta futurista, Geppo Tedeschi, usò il vocabolario leopardiano per vivere la sua paziente poesia nella malinconia. Quanta verità vibra nella letteratura. Il Futurismo resta l’unica avanguardia nazionale; non è solo storia, è la grande visione delle Arti. Come sostenuto da Guerri, esso è stata la più grande creazione culturale italiana dopo il Rinascimento: un fenomeno totale, pieno di invenzioni e ombre, di libertà e compromissioni. Nella nostra epoca, la modernità non può che leggere nel Futurismo il presupposto fondante di una innovazione che parte dalla tradizione.


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