di Franca De Santis
Un viaggio nella scrittura di Pierfranco Bruni è un percorso in un mosaico onirico in cui il tempo è una memoria che riconcilia il passato con il presente restando sempre fedele alle sue origini.
Pierfranco Bruni nasce in Calabria, archeologo, è stato direttore del Ministero dei Beni Culturali, studioso di minoranze linguistiche, esperto di letterature mediterranee, ma soprattutto è scrittore che tratta la parola come anthropologia del sacro. Il suo cammino supera duecento titoli, tra poesia, romanzo, saggio, critica. Ha scavato Pirandello, Pavese, Alvaro, Pasolini, De André, senza mai abbandonare il filo del viaggio, della memoria, della nostalgia e del mito.
La poesia è per Bruni il primo luogo dove memoria e sogno toccano la stessa ferita. Tra i libri più noti: Via Carmelitani, Viaggioisola, Per non amarti più, Fuoco di lune, Canto di Requiem, Ulisse è ripartito, Ti amerò fino ad addormentarmi nel rosso del tuo meriggio, Asmà e Shadi, Alla soglia della profezia. Sino a In percezione di sorriso.
Qui il viaggio non è spostamento geografico, è metafora dell’esistere: partire per scoprire che il ritorno è impossibile, amare per accettare che l’amore resta ferita luminosa, misurare il tempo come si sfogliano i petali di una margherita. Bruni rifiuta il realismo puro, lo chiama cronaca; sceglie il simbolo, perché apre al mistero, alla metafisica, al sacro. Ogni verso diventa luogo di contatto tra il visibile e l’invisibile. Il viaggio nel misterioso tra vita e linguaggi.
Nel romanzo Bruni porta la stessa tensione lirica. Paese del vento, Claretta e Ben, L’ultima primavera, E dopo vennero i sogni, Quando fioriscono i rovi, Il mare e la conchiglia, La bicicletta di mio padre, Che il dio del Sole sia con te, La pietra d’Oriente, Il sortilegio della speranza, Il ladro di prof
La storia compare, da Aldo Moro a Pasolini a De André, ma sempre filtrata da una coscienza mitica. La sua prosa è elegante, rifugge la cronaca, cerca l’intreccio tra letteratura, favola, sciamanesimo, alchimia. Il lettore trova personaggi che vivono sogni e ossessioni, ma riconosce sempre un paesaggio interiore in cui la Sicilia, la Calabria, il mare, diventano specchi dell’anima.
Pierfranco Bruni è stato critico antiaccademico, ha scritto su Pavese, Pirandello, Alvaro, Quasimodo, Ungaretti, Vittorini. Il saggio che ne riassume la visione è Mediterraneo. Percorsi di civiltà nella letteratura contemporanea, dove il mito non è ornamento ma chiave di lettura del tempo. Altri testi importanti: Il cantico del sognatore mediterraneo (De André), Letteratura e sciamanesimo, Poesia e poeti nella metafora del viaggio, L’armonia dell’onirico. Per Bruni la filosofia non è sistema, è inquietudine vissuta: diventa indagine su identità, memoria, nostalgia. Presiede il Centro Studi “Francesco Grisi”, ha raccolto premi e riconoscimenti nazionali e internazionali, è tradotto in più lingue. Numerosi sono i suoi libri dedicati al religioso e al sacro. Si pensi al suo libro su San Paolo o al recente San Francesco d'Assisi dopo essersi occupato di San Francesco di Paola.
Ogni opera di Bruni può essere letta come tappa di un labirinto mediterraneo. Il viaggio non è mai solo spostamento fisico, è ricerca dell’alterità, di quel punto dove Oriente e Occidente smettono di opporsi e diventano respiro comune. La nostalgia non è rimpianto: è forza motrice, energia che spinge verso un centro assente. Il sacro non si mostra con dogmi, ma come presenza silenziosa in gesti quotidiani: un bicchiere posato, il colore del cielo prima della notte, l’eco di una preghiera dimenticata. La poesia diventa rito, il romanzo diventa mito riscritto, il saggio diventa meditazione. Bruni stesso ha detto: La letteratura senza sogno non avrebbe senso perché sogno e viaggio conducono verso il mito. Questa frase, semplice e totale, sintetizza cinquant’anni di scrittura, dal primo Ritagli di tempo (1975) ad A cena con Hegel (2026).
Pierfranco Bruni è voce unica. Chi lo legge non trova cronaca o dottrina, trova una mappa interiore dove ogni parola è pietra miliare. Il suo Mediterraneo è lingua viva, luogo dove parola, mito e filosofia si intrecciano. E il lettore ne esce cambiato, come dopo un pellegrinaggio che non promette risposte ma solo domande più vere.
C'è da dire che per parlare di Pierfranco Bruni non basta elencare soltanto titoli. Bisogna accostarsi alle sue frasi, a quei versi che funzionano come pietre miliari nel cammino di oltre cinquant’anni di scrittura.
Nei suoi libri di poesia ritorna spesso l’immagine dell’isola. Bruni scrive infatti che la poesia è “isola” dalla quale poter osservare il buio perfetto e sa benissimo che anche nella perfezione del buio si immerge, come in una marea, un angolo di luce. Non è una metafora ornamentale: è il suo modo di dire che la scrittura nasce dal margine, da un luogo separato ma affacciato sull’aperto. Da lì si guarda il mondo, si accoglie il dolore e lo si trasforma in ontologia del respiro.
Il tempo è un’altra ossessione che diventa frase concreta. In In percezione di sorriso annota: "Il tempo srotola i giorni. Tra le dita si legano a far nodo. Sembrano fili sottili che da un porto giungono in mare aperto". Non è cronologia, è esperienza tattile: i giorni non passano, si aggrovigliano, e la nostalgia diventa "la finestra sempre aperta come se fosse una finestra affacciata su un mare in cui gli orizzonti si toccano anche se sono invisibili".
Tra i versi più citati, quello che apre il libro del 2009: "Ti amerò fino ad addormentarmi nel rosso del tuo meriggio". È una dichiarazione che non suona romantica in senso comune, ma liturgica: l’amore è veglia che si spegne solo quando il giorno diventa pieno, quando la luce è così intensa da coincidere con l’abbandono.
Nei testi narrativi affiorano pensieri che hanno la densità di aforismi. Bruni ha detto, a proposito della letteratura, che "la letteratura senza sogno non avrebbe senso perché sogno e viaggio conducono verso il mito". E ancora, parlando della propria poetica: "I pensieri che si trasformano in versi, ovvero in poesia". Frase semplice, ma che ribalta la retorica: non è il poeta che sceglie il verso, è il pensiero che, arrivato a una certa densità, non può che farsi verso.
Quando commenta il proprio lavoro più doloroso, In percezione di sorriso, lo definisce "uno spaccato di un uomo e del mondo", specificando che si tratta di un libro che non avrebbe mai voluto scrivere, perché nasce dalla perdita della sorella Giulia. Qui il pensiero si fa etico: la scrittura non è scelta estetica ma esposizione necessaria.
Queste frasi e questi versi mostrano la cifra di Bruni: il mito che si fa quotidiano, la metafisica che si ancora a un gesto preciso, il dolore che diventa forma. Non sono citazioni da collezione, sono nodi in una rete coerente, dove poesia, romanzo e saggio si tengono insieme. Dunque, un viaggio nella spiritualità dello scrittore che pone al centro la metafisica dell'esistenza.
Per capire Bruni bisogna ascoltare i suoi versi e seguire i suoi incontri con altri autori, perché i libri che ha scritto sono anche dialoghi ostinati con voci diverse, da Kafka a Pavese, da Brasillach a Sgalambro.
Il verso che spesso ritorna è tratto da Ti amerò fino ad addormentarmi nel rosso del tuo meriggio (2009): Ti amerò fino ad addormentarmi nel rosso del tuo meriggio. Non è dichiarazione sentimentale, è promessa di resistenza: amare finché la luce è così piena da confondersi con il sonno, cioè con la soglia dell’oblio. Qui si sente la lezione di Pavese, che Bruni ha studiato a lungo: l’amore è casa che brucia, luogo che salva e condanna. Nei suoi saggi su Pavese, Bruni sottolinea la solitudine mediterranea che diventa mito; la sua poesia riprende quel filo, ma lo intreccia con la nostalgia islamica di Asmà e Shadi.
Con Kafka il rapporto è di specchio deformante. Bruni ha scritto contributi su "Il processo" e sulla metamorfosi come figure dell’esilio interiore. Nei suoi racconti – Paese del vento, L’ultima primavera – i personaggi si muovono in spazi burocratici o familiari che diventano labirinti kafkiani, ma Bruni aggiunge sempre una breccia di luce sciamanica: la letteratura può nominare l’assurdo e insieme offrire un canto. È qui che dialoga con Camus: ha curato letture de "Lo straniero", individuando in Meursault non l’apatia ma la fedeltà a un sole che non mente. Bruni scrive che la poesia è “isola” dalla quale poter osservare il buio perfetto, e questa isola è anche quella di Camus, roccia dove l’uomo misura la propria finitezza.
Il confronto con Robert Brasillach è più tagliente. Bruni lo ha studiato per capire la seduzione e la bellezza che si compromette con l’ideologia. Ne "Il sortilegio della speranza" si avverte questa attenzione: i personaggi sono spesso tentati dalla forma pura, dalla retorica che incanta, ma Bruni li conduce a scoprire il prezzo. È riflessione etica, non storica: la letteratura deve confessare quando la lingua si fa complice.
Su Giuseppe Berto, Bruni torna anche ne "La bicicletta di mio padre": l’ossessione del male oscuro, il corpo che parla prima della coscienza. Bruni vi legge una metafisica della fragilità, vicina alla propria meditazione sulla perdita, come in In percezione di sorriso, dove scrive: "Il tempo srotola i giorni. Tra le dita si legano a far nodo". È frase che si può accostare a Berto: tempo che non guarisce ma intreccia ferite.
Casanova entra nel suo immaginario con "La pietra d’Oriente". Non è il libertino, è il viaggiatore che trasforma l’erotismo in rito di conoscenza. Bruni accoglie questa visione: il desiderio diventa ponte tra Oriente e Occidente, tema costante nel "Canto del sognatore mediterraneo" dedicato a De André.
Manlio Sgalambro è altro polo: filosofo del pessimismo ironico. Bruni lo cita per opposizione. Dove Sgalambro smonta ogni illusione, Bruni cerca un resto di luce. Appunto: "la nostalgia è finestra sempre aperta su un mare in cui gli orizzonti si toccano". È il suo modo di rispondere al nichilismo: anche nella perfezione del buio entra un angolo di luce.
D’Annunzio, studiato in "Futurismo – Oltre i Futuristi D’Annunzio. Io ho quel che ho donato" (2013). Bruni non celebra l’estetismo dannunziano, lo interroga: la parola come potere, come eccesso, come rischio di perdita di sangue etico. Nei suoi romanzi evita quel rischio, preferisce una lingua che arde ma non consuma.
Tutte queste presenze tornano, come già si sottolineava, nei suoi titoli: "Ulisse è ripartito" (il viaggio incessante), "Fuoco di lune" (la luce riflessa, non propria), "Alla soglia della profezia" (attesa senza certezza). Bruni costruisce così un pensiero poetico: la letteratura è il luogo dove Kafka, Camus, Brasillach, Berto, Casanova, Sgalambro, D’Annunzio, Pavese si siedono alla stessa tavola, e lui li ascolta, prende appunti, e risponde con versi che sanno di sale e di sonno, di respiro e di cammini.

