Con
“I
don’t care”,
Veyra inaugura un nuovo
capitolo del suo percorso artistico, muovendosi tra R&B, soul e pop urban
con uno sguardo lucido e contemporaneo. Il singolo racconta una dinamica
emotiva ambigua, ispirata a un’esperienza reale, mettendo al centro la scelta
consapevole di prendere le distanze senza conflitto, con fermezza e chiarezza.
Il
brano colpisce per un impatto sonoro immediato e una produzione essenziale che
lascia spazio alla voce, vero fulcro narrativo del progetto. L’estetica evocata
è notturna e urbana, fatta di luci fredde, contrasti e atmosfere minimali che
riflettono uno stato emotivo di controllo più che di rottura.
In questa intervista per Fattitaliani, Veyra approfondisce la genesi di “I don’t care”, le sue influenze musicali, il rapporto tra scrittura vocale e produzione urban, e il ruolo della dimensione live e performativa – anche grazie all’uso del controller MIDI – nella costruzione del suo sound attuale. Il singolo, disponibile dal 2 gennaio e in radio dal 9, rappresenta solo il primo tassello di un percorso più ampio che nei prossimi mesi continuerà a esplorare nuove direzioni sonore, mantenendo la voce e l’espressività al centro della ricerca artistica.
Parliamo
del tuo nuovo singolo "I don't care". Il brano dipinge il ritratto di
un ragazzo che vive l'adrenalina del momento, dimenticando i legami a casa.
Come è nata l'idea di raccontare questa specifica dinamica ambigua?
Da un’esperienza reale: una persona impegnata che cercava comunque attenzioni e flirt. Mi interessava raccontare il punto di vista di chi decide di tirarsi fuori da quella situazione, senza drammi ma con fermezza e chiarezza.
Il
brano ha un impatto sonoro immediato e moderno. Se dovessi immaginare un
videoclip per rappresentare questa storia, quali immagini o colori useresti per
trasmettere il senso di "distacco" del protagonista?
Ambientazioni urbane notturne, luci fredde e contrasti forti. Scene intime e ravvicinate alternate a momenti di distanza fisica tra i due personaggi. Colori desaturati, movimenti lenti e un’estetica minimale che trasmetta lucidità emotiva più che conflitto.
Le
tue influenze spaziano dal soul al pop moderno: come sei riuscita a far
convivere la tua passione per la voce come strumento con il sound così diretto
e urban di questo singolo?
La voce è sempre il centro emotivo. La produzione urban crea lo spazio attorno: ritmi essenziali, suoni elettronici e groove moderni che sostengono la narrazione senza sovrastarla.
Scrivi
musica da quando hai 15 anni e hai sviluppato un forte interesse per le
performance con controller MIDI. In che modo questa tua competenza tecnica ha
plasmato l'evoluzione artistica che sentiamo oggi in "I don't care"?
Mi porta a pensare la produzione in modo molto dinamico e performativo. Anche in studio costruisco layer e groove immaginando già come possano vivere dal vivo, con variazioni e momenti più intensi o più intimi.
Viste
le tue radici R&B e la tua attitudine sperimentale, con quale artista della
scena contemporanea ti piacerebbe collaborare per esplorare ulteriormente
queste sonorità?
Con artisti internazionali ma non solo, che sappiano unire sensibilità soul e produzione contemporanea, capaci di raccontare storie personali con un linguaggio sonoro moderno e diretto.
Progetti
futuri? "I don't care" è disponibile dal 2 gennaio e in radio dal 9:
è l'anticipazione di un percorso più ampio che vedremo nei prossimi mesi?
“I don’t
care” è solo un primo capitolo. Sto lavorando a nuova musica che continua a
esplorare anche altri generi musicali, sempre con una forte attenzione alla
voce e alla dimensione live.

