di Gabriella Izzi Benedetti *
Perché
parlare di una storia così lontana, conclusasi tragicamente 227 anni fa? Perché
è una storia simbolo del potere che si finge amico e che invece sfrutta e
asservisce; di una donna eccezionale che mette tutta se stessa al servizio di
una popolazione che vorrebbe rendere libera, governata equamente, e da quel
popolo viene disprezzata e oltraggiata. Quando il potere incombe le voci libere
disturbano, vanno penalizzate, eliminate. E si cerca consenso con invenzioni ed
elargizioni verso chi accetta il vassallaggio dal quale trae un profitto che a
sua volta riversa verso i benefattori. È storia antica ed eternamente attuale.
È anche metafora della pericolosità dell’ignoranza che non sa difendersi, non
ha riferimenti critici, raffinatezze intellettive e si affida al più
accattivante, si lascia confondere, non accorgendosi del proprio autolesionismo.
Il
risveglio intellettuale illuminista, rimettendo in discussione molti schemi
sociali, ha dato un margine di azione, pur con tutti i distinguo, al sesso
femminile. Le donne, in una società maschio centrica, relegate nel domestico,
sono state escluse per secoli dalla dinamica formativa, progressista, ma un po’
per volta, specie nelle classi altolocate esse riusciranno a raggiungere buoni
traguardi culturali e affiancare la crescita sociale, assorbire l’orgoglio
delle tradizioni, battersi per una ritrovata autonomia nazionale. Nel ‘700 ce
ne sono di assai rappresentative. Sono molte di più, e non solo a quel tempo,
di quante la storiografia ufficiale ci proponga.
L’idea
di una Italia unita era sempre stata presente nell’immaginario italiano,
nonostante la dissoluzione dell’impero romano. Del resto nella divisione in 20
provincie dell’impero, ripartizione augustea, la nostra penisola fu immaginata
compatta sotto il suo nome, dimostrando come ci si rendesse conto
dell’importanza dell’unicità di lingua, tradizioni, costumi. Con il Rinascimento
cresce la coscienza della grandezza di una storia e di una cultura uniche e
straordinarie; con il sopravvenire dei fogli a stampa, i giornali, con i
salotti letterari, le Accademie, nel ‘600 si forma una rete di rapporti
culturali, si espande quella che verrà definita la repubblica delle lettere, e
cresce all’unisono con la passione archeologica che ancor di più illustra il
patrimonio storico artistico nazionale. Converge in Italia il fior fiore degli archeologi d’oltralpe. Le tesi illuministiche, i concetti di
attenzione sociale, di autonomia, avranno un forte impatto a vantaggio dell’idea.
Molti carteggi fra letterati esprimono quest’aspirazione, non ultimo quello del
vastese Tiberii con il fiorentino Pelli Bencivenni.
In
quel proto Risorgimento, spicca la personalità di Eleonora Fonseca de Pimentel (1752-1799) che diviene figura centrale
della presa di coscienza unitaria, la quale cresce in più voci tra cui quelle
dell’Alfieri, del Foscolo. Figlia del marchese
Clemente, di origine portoghese, Eleonora
ha otto anni quando i genitori si spostano da Roma a Napoli e, dalla sonnolenta Roma pontificia, renitente alle
innovazioni, entra a far parte di una capitale tra le più avanzate d’Europa. Goethe la descriverà come l’unica città
veramente vitale della nostra penisola. Molti sono i salotti letterari come
quello del duca di Belforte o del principe Filangieri, ed Eleonora ne farà
parte. In essi si dibattevano temi di varia natura, tesi a modernizzare,
migliorare il tenore di vita specie nelle classi povere.
Una voce fondamentale fu
quella dell’abate Antonio Genovesi che
non a caso è inserito fra i maggiori illuministi italiani, assertore della
cultura quale supporto di crescita, uscita dalla minorità prodotta
dall’ignoranza. Eleonora assimila i
concetti di innovazioni in senso economico, di aperture e scambi, di istruzione
per tutti, di riscatto dalla povertà, abolizione di gravami feudali. Parla
correntemente più lingue, è poetessa apprezzata, è ferrata in ogni disciplina
giuridica, medica, matematica. A suo modo è una femminista ante litteram.
La sua grandezza intellettuale renderà il marito critico e violento;
per due volte Eleonora abortirà a causa dei maltrattamenti subiti, finché
l’intervento del padre le farà ottenere il divorzio.
La
sua straordinarietà incuriosisce la regina
Maria Carolina che la vuole bibliotecaria privata; fra le due donne s’instaura
grande amicizia. Del resto Carolina e il marito Ferdinando si professano aperti alle nuove idee. Sarà la Rivoluzione francese a rivelare il vero
volto di Carolina che si irrigidisce alle notizie provenienti dalla Francia.
Non si può darle torto essendo la sorella di Maria Antonietta, regina di Francia. Ma se fin dalle prime battute,
quando il terzo stato chiede solo riforme, cercherà di organizzare una lega
contro la Francia e si rivolgerà proprio ai riformisti per organizzarla, vuol
dire che a lei delle idee illuministiche non interessava gran che. Delusa dal
mancato sostegno vedrà nei “novatori”, come si diceva allora, pericolosi nemici.
La
sua posizione per molti è la conferma che la volontà riformista dei reali sia
stata una posizione di comodo. Sarà la fine dell’amicizia con Eleonora e con altri riformisti. Nel “Monitore repubblicano” giornale creato
da Eleonora nel 1799, all’indomani della Repubblica
partenopea, lei parlerà di nove anni bui. In quegli anni i Borbone intensificheranno i rapporti
con l’Inghilterra, riallacceranno
quelli con la Santa Sede, creando
nel mondo ecclesiale del regno l’idea della loro bontà, contro la cattiveria
dei riformatori. E li inviteranno a predicarlo nelle chiese. Ribaltando i ruoli,
i riformatori che vogliono migliorare le condizioni di questa gente poverissima
e sfruttata sono i cattivi, il re che li affama è il buono. Alla notizia dell’arrivo
delle truppe francesi il re e la regina fuggono, salpano verso la Sicilia su nave inglese, lasciando un
vuoto che la Repubblica partenopea riempie. È la vittoria della classe colta, dei
progressisti che vedono nella fuga un tradimento; ma il popolo non comprende. Il
popolo blandito dai reali, ignorante, non sa nemmeno cosa vuol dire la parola
libertà.
La
Repubblica Partenopea offrirà esempi
di violenza, episodi sanguinari in più parti del regno, ma a Napoli, salvo qualche caso, si tenderà
a costruire, a emanare leggi giuste. Molto conosciamo attraverso il “Monitore napoletano” il giornale di Eleonora Fonseca, giornale che Benedetto Croce giudicherà di
straordinaria modernità e intelligenza. Grazie a esso la pur breve esperienza
della Repubblica Partenopea ci farà conoscere il respiro di quel tempo, l’humus
da cui prenderanno forma circostanze susseguenti.
Intanto
i reali cercano di rientrare. Il cardinale
Ruffo organizza un esercito col nome accattivante, Santa Fede (da cui sanfedisti), e la gente attratta da quel nome
accorre, partecipa. I Reali rientrano in Napoli,
in un tripudio di popolo ormai assuefatto al terribile giogo dell’asservimento.
Carolina sarà di una crudeltà inaudita.
Eleonora. già salita sulla nave col
salvacondotto per l’esilio, verrà prelevata e incarcerata. Chiederà di essere
ghigliottinata e il suo rango l’autorizza, ma non le viene concesso; chiede d’indossare
le calze per una dignità personale, ma ha un rifiuto, sarà l’ultima a essere
impiccata dopo aver assistito alla sofferenza altrui. E il popolo deride, insulta.
Il sacrificio di Eleonora non sarà inutile. La sua morte scuoterà molte
coscienze.
Un
anno dopo sarà giustiziata Luisa Sanfelice,
una nobile sposata a un cugino dalla vita sregolata, al punto che la coppia verrà
costretta a trasferirsi lontano dalla Corte. Luisa non si occupa di politica,
ma è attratta dall’atmosfera di libertà che spira dalla Repubblica partenopea e
lo dice apertamente. Tanto basta perché Carolina la condanni a morte. Era lei a
Corte a fare il bello e il cattivo tempo. La nuora dei reali, in quei giorni puerpera,
come d’uso aveva il diritto di chiedere tre grazie, ne chiese solo una, liberare
Luisa. Ebbe un rifiuto. Ma anche questa morte non fu inutile. Fece crescere
quello spirito di ribellione che esploderà 20 anni dopo con i moti carbonari,
una vera rivoluzione, e porterà sempre più gente a lottare per l’emancipazione
dall’autoritarismo, per l’indipendenza.
Fra
corsi e ricorsi storici, per dirla con Gianbattista
Vico, siamo arrivati oggi alla repubblica, a un sistema democratico che
pone i cittadini in una posizione di libertà di espressione, di scelte e di
autodeterminazione, purché lo spirito di rispetto dei diritti e di doveri non
venga intaccato. Auguriamoci che l’involuzione culturale crescente, il senso
morale decrescente, non ci allontanino da questa forma di emancipazione che è
la nostra forza. Non vendiamoci per
un’illusoria rincorsa alla comodità disimpegnata, delegando ad altri la nostra indipendenza.
Morale e cultura. Sono queste le formule capaci di salvarci, restituirci alla
dignità che ci rende credibili e autorevoli.
*Presidente Società Vastese di Storia Patria


