Proscenio, Rosalinda Conti a Fattitaliani: la scrittura è il modo in cui io parlo a me stessa e mi rapporto alla vita. L'intervista

Fattitaliani


In scena al TeatroBasilica dal 5 all’8 maggio TOM di Rosalinda Conti, regia Matteo Ziglio. Protagonisti: Giuseppe Ragone, Gioele Rotini, Marco Usai, Giacomo Cremaschi e con Giordana Morandini. Testo segnalato al Premio Hystrio Scritture di Scena. L'autrice parla con Fattitaliani: l'intervista per la rubrica Proscenio.

In che cosa "Tom" si contraddistingue rispetto ad altri suoi testi?

In qualche modo, Tom è uno spartiacque. L’ho scritto dopo circa un anno di non teatro in cui mi ero dedicata alla scrittura di una serie di mockumentary per la televisione. (Io e lei, prodotto da Maga Production e Sky Arte). Non saprei dire tutte le condizioni che avevano portato a questa stasi drammaturgica, però ricordo bene il senso di spaesamento, come se la strada che stavo percorrendo fosse annebbiata o confusa, oppure come in un labirinto. Una sera sono andata a teatro a vedere La vita ferma di Lucia Calamaro e, oltre a trovarlo meraviglioso, mi ricordo che mi aveva regalato un senso di libertà infinita -teatralmente e linguisticamente parlando-, una sorta di coraggio che mi sarebbe piaciuto dare ai miei personaggi e a me. Allora ho pensato che fosse sensato decidere che uno degli attori interpretasse un gatto che si esprime solo per flussi di coscienza.

Quale linea di continuità, invece, porta avanti (se c’è)?

Ci ho pensato molto. In realtà, l’unica possibile linea di continuità credo di essere io. Il mio modo di scrivere è cambiato molto e forse cambierà ancora, perché la scrittura è prima di tutto il modo in cui io parlo a me stessa e mi rapporto alla vita. Però, se mi capita di rileggere i miei primi testi, per quanto spesso tenda a disconoscerli, ritrovo in nuce alcune cose che più in là hanno avuto uno sviluppo più ampio.

Com'è avvenuto il suo primo approccio al teatro? Racconti…

Quando i miei genitori mi hanno portato a vedere una produzione amatoriale di Miseria e Nobiltà. Ero molto piccola ed è stato un colpo di fulmine, tanto che qualche giorno dopo ho deciso di tornarci, con la scusa di portarci i miei nonni.

Qualche anno dopo, quando avevo circa 10 anni, mia madre ha iniziato a frequentare un laboratorio di teatro e ricordo che, in prossimità del saggio di fine anno, quando le scuole erano finite, mi piaceva molto seguire le fasi finali delle loro prove. Credo che quella fatica mi sembrasse divertente e vitale, e il teatro decisamente il posto più bello in cui passare il tempo.

Quando si scrive un testo nuovo può capitare che i volti dei personaggi prendano man mano la fisionomia di attrici e attori precisi?

Se non sto scrivendo direttamente per un attore o un’attrice (nel qual caso la fisionomia, ma anche il modo di parlare, è direttamente la loro), devo comunque avere un appiglio reale, quindi mi capita spesso che la fisionomia iniziale che immagino aderire ai personaggi sia quella di persone che conosco, anche se poi non saranno loro a incarnare quello che ho scritto.

È successo anche che un incontro casuale abbia messo in moto l'ispirazione e la scrittura? anche con un gatto? 

È successo con Tom, ma l’incontro non è stato con un gatto, bensì con Giuseppe Ragone, l’attore che interpreta Tom. Prima di tutto è arrivato il gatto, ma non sono riuscita a scrivere quasi niente fino a che non ho visualizzato Giuseppe in scena con la sua tromba.

Per un autore teatrale qual è il più grande timore quando la regia è firmata da un'altra persona?

Per quanto mi riguarda, che il testo perda la sua vera natura. Non faccio quasi mai la regia dei miei testi, non solo perché credo che ci siano molte persone più capaci di me, ma anche perché, affidando la regia a qualcuno che non sono io, capita sempre che il testo si arricchisca, che si apra, che si accenda una nuova luce su zone di scrittura che io avevo lasciato più in ombra. La vera natura di un testo, a volte, si rivela secondariamente e può capitare che sia proprio il regista o la regista, con la sua chiave di lettura, a lasciarla emergere (per lo meno questo è quello che succede a me). Può anche capitare però che il testo venga frainteso e quindi la sua natura tradita. Per evitarlo è importante scegliere bene a chi affidare la regia e magari, per quanto possibile, comportarsi da autori viventi, andare alle prove, rischiare di farsi odiare, proteggere la scrittura dove deve essere protetta, tagliare dove c’è bisogno di tagliare per dare più agilità. Trasformarsi in dramaturg di se stessi.

Si riconosce in questa affermazione: "Io sono convinta che la scrittura non serva per farsi vedere ma per vedere." di Susanna Tamaro?

Se fossi l’ultima persona sulla terra scriverei per vedere meglio, per capire, per parlarmi in un modo in cui non so parlarmi se non scrivo -e poi forse mi ucciderei. Visto che, in caso di apocalisse, dubito che sarei proprio io l’ultima persona viva (non sono particolarmente atletica né un genio, né robusta), e visto che al momento il mondo è pieno di altre persone, so che scrivo anche per farmi vedere. L’espressione -farsi vedere- non è delle migliori, ha una connotazione esibizionistica che difficilmente amiamo associare a noi stessi, ma non è sbagliata. Farci vedere, forse farci capire, comunicare, stabilire un contatto con qualcuno che non sono io, essere amati, amare. Vorrei correggere il tiro con un’altra citazione, che forse c’entra poco, ma mette in campo un altro dualismo importante per chi scrive: “Mi sembra che la grossa distinzione fra grande arte e arte mediocre si nasconda nello scopo da cui è mosso il cuore di quell’arte. […] Ha qualcosa a che fare con l’amore. Con la disciplina che ti permette di far parlare la parte di te che ama, invece che quella che vuole soltanto essere amata” - (David Foster Wallace). Credo che il punto sia questo.

Come spiegherebbe il Teatro a una persona che vi si deve recare per la prima volta?

Non credo di saperlo spiegare, spererei solo che questa fantomatica persona continui ad andarci. Per agevolare questo, cercherei di consigliargli un bello spettacolo.

L'ultimo spettacolo visto a teatro? 

Non è proprio l’ultimo, ma è uno degli ultimi ad avermi colpito. Josefine di Bartolini/Baronio. Era commovente e partecipato, sono stata felice di averlo visto.

Degli attori del passato chi vorrebbe come protagonisti ideali di un suo spettacolo? perché?

Visto che hanno già una certa sintonia, direi Giancarlo Giannini e Mariangela Melato, in una grande casa ai margini della città, senza mare e senza conflitto di classe.

Il miglior testo teatrale in assoluto qual è per lei?

Credo qualcosa di Čechov, forse Il Gabbiano.

La migliore critica che vorrebbe ricevere?

Che quello che ho scritto ha senso di esistere, che è importante, anche per pochi.

La peggiore critica che non vorrebbe mai ricevere?

Che quello che ho scritto non “dice niente”.

Dopo la visione dello spettacolo, che cosa Le piacerebbe che il pubblico portasse con sé a casa?

Mi piacerebbe che le persone lasciassero il teatro con un senso di pacificazione. Spero che, nonostante tutto, Tom possa essere una carezza, qualcosa che prova a lenire una ferita, anche piccola e anche per poco, una cosa che ammorbidisce gli spigoli.

C'è un passaggio, una scena che potrebbe sintetizzare in sé l'essenza e il significato di "Tom”? 

Ogni volta che rivedo Tom in prova, mi soffermo su queste battute, attraverso le quali il personaggio di Anna (interpretata da Giordana Morandini) apre una questione importante nella dinamica del re-incontro tra i tre amici:

ANNA le cose per dire si dicono agli sconosciuti

GIO eh?

ANNA non si dicono le cose per dire, è una mancanza di rispetto. E poi proprio a me. Non sono una sconosciuta, non sono una sconosciuta no?

anche se non ci vediamo da non si sa quanto

non è che sono diventata una sconosciuta?

GIO no

ANNA sono diventata una sconosciuta?

GIO no

ANNA o magari sì. Voglio dire esserci frequentati assiduamente ventanni fa ma poi non essersi più visti magari ha fatto sì che diventassimo sconosciuti. Di fatto siamo sconosciuti. Nella vita capitano delle cose che ci rivoltano come dei calzini, che ci cambiano come se dalla notte passassimo al giorno

quindi non ci conosciamo più, perché non siamo più come ci conoscevamo. No? Giovanni Zambito.


LO SPETTACOLO

Da circa due anni, Leo e Tom condividono un rapporto fatto di affettuoso silenzio e cure reciproche. Leo è un giovane uomo piuttosto introverso, Tom un gatto, un tempo randagio e addomesticato con pazienza. L’improvvisa necessità di trovare un nuovo umano per il suo amato gatto, spinge Leo a riprendere i contatti con Gio e Anna, inseparabili amici di adolescenza successivamente persi di vista a causa delle vicissitudini, come di frequente accade.

La pièce si svolge in un’unica giornata nella veranda della casa al mare di Leo, luogo dell’anima e dell’infanzia, una casa che ha visto molti pomeriggi assolati e molte retine con colorati giochi da spiaggia. Ora sembra l’ultima casa rimasta nel mondo”. Leo, Anna e Gio, nel tempo di un solo pomeriggio ritrovato e rubato alle loro nuove vite separate, sembrano abitare una bolla in cui -sebbene tutto sia cambiato, visto che “nella vita capitano delle cose che ci cambiano come se dalla notte passassimo al giorno” -, qualcosa, un minuscolo centro silenziosamente vibrante, che si può giocare a cercare per vincere in cambio un giro su una barca immaginaria, è rimasto com’era. Due elementi fanno da contrappunto all’azione del ritrovarsi e riscoprirsi dei tre amici: i flussi di coscienza di Tom, costantemente in contatto con tutto quello che accade al suo corpo e all’ambiente e che invece di miagolare suona la tromba, e le incursioni di Alex, giovane ragazzo sulla soglia sia dell’età adulta che di un imminente viaggio, indeciso se oltrepassarla -la soglia- oppure no.

Note di drammaturgia

Da anni mi chiedo dove sono gli amici che non sento più, mi chiedo che vita fanno senza di me e anche come mai abbiamo deciso di non avere più una vita in comune. Da anni scrivo appunti e pezzi di dialoghi che parlano di due amici non più amici che si ritrovano dopo anni e si chiedono se davvero è come se non fosse passato un giorno, se davvero una lingua comune esiste ancora e se sia possibile parlarla. Uno di questi frammenti dialogati si è insinuato in un’idea di testo che prevedeva molti flussi di coscienza recitati da un personaggio apparentemente staccato dagli altri. Tom non è sempre stato un gatto, all’inizio era qualcosa che somigliava a un’astronauta, un individuo ai margini dell’universo, afflitto da una solitudine galattica e che perso tra le stelle morte raccontava qualcosa di umano e intimo.

Non so esattamente quando Major Tom è diventato un gatto -nello specifico, il gatto di uno dei personaggi della storia- ma sono sicura che questa trasformazione ha alla base la volontà di provare a giocare con un personaggio umano e non umano allo stesso tempo, di trovare il mio modo di raccontare una felinità che fosse teatrale, non naturalistica, forse un po’ cervellotica e allo stesso tempo, inevitabilmente, istintuale.

La scrittura dei monologhi di Tom -che osserva, percepisce, esperisce tutto e continuamente- è stata un sostegno essenziale nell’intento di raccontare una storia dove la maggior parte del movimento è un movimento di pensiero, dove il ritmo è sostenuto ma è un ritmo quasi esclusivamente verbale, dove il conflitto è a tratti aggirato e silenziato dal timore reale di non conoscere più le zone d’ombra dell’altro, di non saper più maneggiare come un tempo le ferite di chi si ama.

Tom parla di un gatto, di tre persone sui trentacinque anni, un tempo amici e ora chissà e di un tenero intruso. Tom non parla di una rimpatriata, Tom non è un pomeriggio “all’insegna dei ricordi”, Tom è, tra le altre cose, una domanda: che cosa è rimasto intatto di noi?


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