Andrea Marcolongo a Fattitaliani: scrivere è un mestiere di costanza e di resistenza. L'intervista


La scrittrice Andrea Marcolongo, dopo anni trascorsi tra libri e grammatiche a provare a "pensare come pensavano i Greci", ha cominciato ad allenarsi e ha provato a "correre come correvano i Greci" utilizzando come strumento di accompagnamento il primo manuale di sport della storia, il De arte gymnastica di Filostrato del II secolo d.C. che costituisce uno dei piani narrativi del volume pubblicato da Laterza. È in realtà un trattato di filosofia in cui lo sport è visto come una scienza al pari dell’astronomia e della matematica. Il filosofo vede nella fiacchezza fisica una delle cause della decadenza greca. Ne parla durante la presentazione alla Feltrinelli di Roma dove Fattitaliani l’ha intervistata. Con lei il giornalista e scrittore Paolo di Paolo.

"Se tre anni fa - ammette - mi avessero detto che non soltanto avrei un giorno corso una maratona ma che ci avrei persino scritto un libro, mi sarei messa a ridere. Non tanto per l’atto sportivo in sé o il traguardo, ma era molto lontana dalla mia quotidianità per tante ragioni. Quand’ero bambina, a casa mia entravano pochi libri così come poche scarpe da ginnastica: non ho ricevuto né un’educazione umanistica né sportiva. Il greco antico l’ho incontrato a 14 anni a scuola, lo sport molto più tardi”.

E quando la corsa è diventata qualcosa di più?

Quando mi sono accorta che c’era qualcosa di ben più interessante per il mio essere di un semplice movimento sportivo, ho voluto capire cosa fosse per me la corsa e cosa rappresentasse per tantissimi la maratona. Per capirlo, ho provato a correre come correvano i Greci. Per me la corsa adesso è una cosa che non solo mi fa sentire viva, ma che mi ha anche fatto qualche volta sentire immortale. Prima non sapevo quasi di avere un corpo e ho sempre pensato che sarebbe stato meglio allenare più i miei neuroni che il mio fisico. Era talmente evidente e non ho dovuto mai fare niente per manutenerlo. Il fatto di correre mi ha spalancato la porta su un’altra dimensione, quella dell’abitare il proprio corpo: da qui l’urgenza di capirne di più e sono risalita agli antichi quando già Platone diceva che un pensiero agile corrisponde a un corpo agile. Ho immaginato sempre il filosofo con un cervello ipertrofico ma forse aveva anche addominali scolpiti: nessuno mai me lo aveva detto. Correre per me è stata una rivelazione di vita cui non sono poi più riuscita a sottrarmi.

Sta presentando il libro in varie parti d'Italia: quale curiosità del pubblico la colpisce di più?
È proprio la curiosità e l’universalità che è la ragione per cui scrivo i miei libri. Io come i miei lettori diciamo “Guarda, questo sta realmente accadendo a me stessa come accadeva a Platone, a un greco di 2500 anni fa”.

Un ponte che non smette mai di collegare mondi così temporalmente distanti…

È per questo che si tratta di classici: classico non è qualcosa di antico e datato, ma qualcosa che non smette mai di parlarci e di interrogarci.


In riferimento alla copertina: si pensa ancora alle scarpe Nike o adesso ci si riferisce anche alla “Vittoria”?

Lo spero pensando alla Nike di Samotracia, ma sono convinta che questo libro stupirà molti runner, tanti che amano la corsa, pensando che la maratona non è semplicemente una bella scampagnata di 42 km, ma è davvero lo spazio mitico e la distanza fra la città di Maratona e Atene, teatro della battaglia contro i Persiani. La storia di Filippide, il primo maratoneta che porta un messaggio, la trovo poetica: non corre per avere una perfetta forma fisica, ma per portare la notizia della vittoria nella battaglia del 190 a.C. 

Fra l’altro è uno dei fatti storici che resta sempre impresso nella memoria scolastica sin da bambini: quest’uomo che arriva stremato dalla fatica e muore...

Non solo i bambini, anche a me. Quando mi sono messa a preparare la mia prima maratona come racconto nel libro, questo primo episodio non è stato di buon augurio: la conclusione è tragica, muore per la fatica una volta raggiunto il traguardo. Forse non il migliore degli auspici per qualcuno come me che non ha mai corso nemmeno cento metri: in ogni caso, sono sopravvissuta e mi è venuta voglia di capirne di più e perché questa febbre ha preso non soltanto me, ma una buona parte del mondo occidentale.                                

La cosa più importante non è la maratona in sé, ma la preparazione, giusto?

Sì, mi piace moltissimo: questa è una delle ragioni per cui ho scritto il libro. Oggi è un’epoca dove tutto deve essere pronto e rapidissimo, non sappiamo più aspettare cinque minuti dalla consegna di un libro, di un pasto sotto casa. Eppure, parlando di sport come di studio e di cultura, tutto si deve preparare. Una maratona non la si improvvisa, non è questione di sprint ma di costanza. Un po’ come tutto che vale la pena, direi. Preparare una maratona è faticoso: correre anche soli cinque chilometri al giorno è questione di fatica, un dispendio incredibile di tempo, di energie e ci vuole parecchio per arrivare a dei risultati.

Quando Lei si mette a scrivere, c’è una preparazione che in un certo modo anticipa l’ispirazione e l’illuminazione?

Direi proprio di sì. Per me scrivere è un mestiere di costanza e di resistenza. Sono abbastanza rapida a scrivere: ci metto più o meno sei mesi a scrivere un libro, sono molto lenta a pensarlo un libro, ci metto anni.

Mi piace soffermarmi su un dettaglio: quando parla delle atlete illustrate nei mosaici della Villa Romana del Casale…

Mi sono resa conto che c’è molta letteratura nella corsa, ma tutta scritta da uomini. Essendo una donna, avevo bisogno di vedere perché questo vuoto e cosa accadeva alle atlete nell’antichità: cose non molto differenti da adesso, il corpo femminile che fa sport è sempre visto come qualcosa di erotico, meno forse da prendere sul serio rispetto a quello maschile ecco perché dall’antica Grecia a oggi è fondamentale secondo me - come fanno le atlete alle Olimpiadi - pretendere serietà. 

Andrea Marcolongo e Paolo di Paolo

Lei vive in Francia: anche lì come in Italia si sta perdendo lo studio delle lingue classiche?
In Francia e nel mondo intero, ma secondo me in Italia - e lo dico con grande orgoglio - il sistema scolastico italiano è il migliore d’Europa e non lo dico in quanto italiana, ma in quanto è proprio così. L’Italia è in qualche modo l’ultimo baluardo di una scelta militante che riguarda che cittadini vogliamo formare, pronti all’utile e quindi formiamo dei lavoratori, non più degli esseri umani. Invece, il fatto di studiare le materie umanistiche è davvero una questione di esseri umani.

Il suo primo assoluto approccio con il mondo classico?
Io vengo da una scuola pubblica di cui vado molto orgogliosa: del mondo classico non sapevo assolutamente nulla. Il mio primo approccio sono io che attendo l’autobus per andare al liceo classico con il vocabolario di greco tra le mani. Giovanni Zambito.

Fattitaliani

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