Segnalibro, Nunzia Volpe e il libro "Di notte i bambini piangono". L'intervista di Fattitaliani

Fattitaliani

La scrittrice bressese Nunzia Volpe ha da poco pubblicato il romanzo Di notte i bambini piangono (Mursia, pagg. 264, Euro 17,00) una storia potente, che smuove l’anima del lettore e arriva dritto come un pugno nello stomaco, ambientata nella periferia milanese, che affronta temi come il degrado sociale, la fame d’amore di bambini e adolescenti abbandonati a loro stessi, il desiderio di riscatto, la morte, ma anche la speranza come motore inesauribile che viene fuori nei momenti più bui. Con uno stile diretto, crudo e senza sconti Nunzia Volpe porta il lettore a riflettere sul senso stesso della nostra società, obbligandolo a fare i conti con la propria umanità. L'autrice è ospite della rubrica Segnalibro di Fattitaliani. L'intervista.


Quali libri ci sono attualmente sul suo comodino?

Meno di quanto vorrei. Al momento mi fanno compagnia “Resto qui” di Marco Balzano, “Le case del malcontento” di Sacha Naspini e “Il disagio della sera” di Marieke Lucas Rijneveld.

L'ultimo "grande" libro che ha letto?

In realtà è un racconto. Stavo facendo ricerche per il mio quarto romanzo e tra le varie letture mi sono imbattuta in “Reparto n. 6” di Anton Cechov. E’ stata una folgorazione.

Chi o cosa influenza la sua decisione di leggere un libro? 

Quasi sempre il consiglio di una persona fidata, come il mio editor o altri autori con cui sono in confidenza e con i quali spesso mi confronto in merito alle rispettive letture. Inoltre, se sto scrivendo una storia, tutto quello che può essere attinente.

L’ultimo libro che l’ha fatta arrabbiare?

Dei bambini non si sa niente di Simona Vinci. Un libro che è una coltellata, da cui riprendersi è praticamente impossibile. Un’autrice coraggiosa come poche, che non flirta con il lettore anzi, lo massacra.

L'ultimo libro che l'ha fatta commuovere/piangere?

In riva al mare di Veronique Olmi. Ho perso il conto delle volte in cui l’ho letto. Una scrittura nitida, precisa e affilata come un rasoio. Senza eccessi eppure micidiale. Un piccolo gioiello.

Lei organizza una cena: quali scrittori, vivi o defunti, inviterebbe?

Senza alcun dubbio Daniele Mencarelli. Oltre la sua scrittura, potente e poetica come nessuna,  mi affascina ciò che della sua vita e della sua sensibilità emerge dalle sue opere.   

Quale scrittore vorrebbe come autore della sua biografia?  

A costo di ripetermi: Daniele Mencarelli o Simona Vinci.

Che cosa c'è di Nunzia Volpe in "Di notte i bambini piangono"?

Come i personaggi della mia storia, anche io sono nata e cresciuta in un quartiere popolare della periferia nord di Milano. Negli anni Settanta, in contesti come il mio, la violenza, la sopraffazione e l’emarginazione erano all’ordine del giorno. Purtroppo, in molte periferie lo sono tutt’ora. Non è stato per me particolarmente difficile, quindi, immaginare il contesto sociale e le dinamiche relazionali in cui la tragedia di Felicino possa essersi consumata.

Nel libro c'è un passaggio, una parte che lo potrebbe riassumere nella sua essenza?

Difficile riassumere l’essenza di un romanzo di quasi trecento pagine in un solo passaggio. Tuttavia ci provo. “In men che non si dica la Torre venne ribattezzata la Torre dell’Inferno e a scuola, in quegli ultimi giorni dell’anno scolastico, professori e bidelli guardarono a loro, ai ragazzi della Torre, come a bestie orribili, spaventose e contagiose. Il peccato mortale di cui tutto il rione si era macchiato segnò come una condanna soprattutto loro, i ragazzi. Gli adulti invece, quelli che non finirono in carcere o non se ne andarono, continuarono a vivere come se niente fosse accaduto”

Che cosa Le piacerebbe rimanesse dopo la lettura del libro? 

La consapevolezza che nelle nostre periferie c’è ancora tanto (ma tanto) da fare. Spesso lo Stato ne è assente e questa mancanza, unita all’omertà o all’incapacità degli adulti, non solo impedisce ai soggetti più fragili (bambini, adolescenti, anziani) di trovare una via di salvezza ma permette, una volta di più, alla violenza e al volere delle piccole mafie di farne gli eredi di un’umanità dimenticata”.



IL LIBRO
Alla Torre – quartiere periferico e degradato di Milano – di notte si sentono passi che salgono fino al terrazzo condominiale della Pantafica, l’edificio più alto del rione, quello dove si vocifera abitino le streghe. I grandi dicono che non c’è niente di strano, che si tratta solo di fantasie. Greta e Franco, invece, non sono affatto tranquilli e quando una notte Felicino, il bambino di una giovane madre tossicodipendente e di un padre alcolizzato, muore improvvisamente, entrambi decidono di verificare di persona che cosa si nasconde oltre l’ultimo piano del palazzo che domina la Torre. Sullo sfondo di quegli edifici popolari, in case dall’intonaco scrostato, circondati da un popolo che raspa con le unghie tra il fango nel tentativo di non annegarvi, si muovono due ragazzini, amici inseparabili, un fratello umiliato dal padre e il figlio di un capo-rione.

Come scrive Elisabetta Bricca nella prefazione «La scrittura di Nunzia Volpe è potente, vibrante, affilata come un coltello che apre una ferita da cui sgorga sangue e speranza, una speranza che brilla anche nel buio più profondo…Nunzia Volpe è una scrittrice di razza.»

Nunzia Volpe, con il suo stile inconfondibile, ci accompagna ancora una volta in una storia forte e attualissima che non può lasciare indifferenti i lettori.

Nunzia Volpe (Milano, 1974) vive a Bresso (Milano). Il suo primo romanzo, La bambina che parlava alla luna, ha vinto il Torneo Letterario IoScrittore 2014 ed è stato segnalato dal Premio Letterario Italo Calvino 2015 per «la riuscita ricostruzione di una strage nazista che rivela talento narrativo, senso del dramma e impegno civile». Con Mursia ha pubblicato L’amore imperfetto (2020).

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