venerdì 15 ottobre 2021

Il Novecento tra dissolvenza, i limiti e l'oltre confine con Carlo Michelstaedter e Maria Zambrano

di Pierfranco Bruni - La filosofia ci conduce tra il dubbio, la dissolvenza e la ricerca di una probabile verità. Ci sono isole e confini.

Limiti e l'oltre confine. Protagonisti che viaggiano nel nostro esistere come nuvole ed ombre. La filosofia è una poesia della profezia. Carlo Michelstaedter, nato a Gorizia nel 1887 e morto suicida il 16 ottobre del 1910, e Maria Zambrano, nata nel 1904 a Vélez – Malaga e morta a Madrid, dopo un esilio di 45 anni, a Madrid nel 1991, sono i luoghi di un esistere metaforico che insistono in un intreccio tra l’amore come persuasione e la morte come accettazione. Un intreccio in cui destino e metafisica dell’anima diventano un unico segno di un tempo che resta definito nella storia ma indecifrabile in una ragione poetica. Perché porre insieme il poeta e filosofo italiano e mitteleuropeo e la filosofa del mistero poetico spagnola in una contemporaneità fatta di modernità, modernismo e incompatibile gesto della tradizione? 

Perché entrambi si trovano a misurarsi con il sentimento del tragico che recita una costante rappresentazione: in Michelstaedter la variante della fuga diventa tempo della morte oltre i confini dell'esistere, nella Zambrano il viaggio vive dentro il tempo dell’esilio. Ma c’è una dimensione poetica che lega i due mondi e li lega intorno ad una dimensione che è quello dell’onirico percorso tra il buio della coscienza e la luce della parola. In entrambi la metafisica della parola diventa una vera e propria metafisica dell’anima. 

La filosofia, in entrambi, non pone in leggerezza con il pensare. Pone in silenzio la profondità del pensiero. Non corregge l'agonia dissolvente della storia nella presunzione arrogante della storia. La storia non è. L'io è. La prima è fluttuante menzogna. Il secondo è conoscenza della ricerca nella ricerca che si autodeclina nel dubbio. La verità? È un indefinito assoluto lacerato dal patire naufragio della allegria in un ironico senso di sé. Con un interrogativo ferito: perché cercare la salvezza? Bisogna sentirsi immortali ritenendosi in finitezza di finito? Bisognerebbe scandire e scindere, per restare nel Tempo come Esseri e Volontà di Dubbio oltre la Caverna, la verità dalla salvezza.

La notte di Michelstaedter: “Tace la notte intorno a me solenne/le ore vanno e sfilan le memorie/siccome un nero e funebre convoglio” è la notte che non conosce il chiarore. In Zambrano, invece, il bosco ha sempre un suo chiaro perché in esso la “bellezza” diventa una mediazione tra l’angoscia e la possibilità della luce. Nella Zambrano è la speranza che vibra i destini violati della disperazione che entra tra le pieghe del divino. In Michelstaedter non c’è alcuna verità se non attraversata dall’agonia esasperante. È certo che in entrambi la confessione della parola si fa biografia. 

Non si tratta soltanto di una meditazione – contemplazione giocata intorno al rapporto filosofia – poesia o viceversa. Piuttosto si entra in un travaglio in cui la ragione dell’essere si fa azione come nel caso di Michelstaedter passando attraverso il senso poetico ma si identifica in una specificità sostanzialmente onirica che oltrepassa sia la storia che il tempo come nella Zambrano. E perché riconsiderare queste due voci, questi due volti, questi due percorsi? Perché nella crisi della modernità non può esserci una chiave di lettura se non viene ad essere filtrata dal concetto di destino tra una concezione mitico – simbolica e una deriva che approda allo scoglio senza la conoscenza della possibilità della speranza sognante. 

Perché è solo la speranza che filtra la luce del sogno. Ma nella civiltà del bosco, nella quale ci troviamo ad essere collocati come temperie storica, bisogna pur rintracciare un chiarore lunare. Dalla morte – vita recitata da Michelstaedter bisogna andare oltre e attendere l’aurora della Zambrano.

In fondo dove termina il disperante groviglio di Michelstaedter comincia l’agonia che condurrà ad un sapere dell’anima tratteggiato in un suo importante saggio (che porta il titolo “Verso il sapere dell’anima”) da Maria Zambrano. Con Michelstaedter si chiude un Ottocento che ha saputo leggere le prospettive del secolo nuovo introducendo però una letteratura completamente affidata sia all’enigma che al vuoto superando la disdicevole congiura tra malinconia e nostalgia contaminata sia da Manzoni che da Pascoli e da tutto un cordone romantico che resta ancorato al secolo vecchio e non antico. Una tradizione che “uccide” il senso della rivoluzione dell’uomo moderno e che proprio in virtù di questo concetto di secolo vecchio traccia un profilo della crisi. Questa crisi sta anche nella impossibilità di sradicare il romantico senso della morte e lo consegna, proprio nei modi e nei termini del romantico, al Novecento. 

Michelstaedter è uno dei maggiori interpreti di questo equivoco o di una profonda ambiguità che pone al centro la contraddizione tra il caos e il labirinto. Il suo suicidio resta proprio in questo tragico intaglio tra un secolo finito che, comunque, non smette di dettare aforismi di morte e il desiderio di non perdersi pur sapendo, lo sottolinea spesso Michelstaedter, con Matteo, che “gli uomini cercano e perdono”. Michelstaedter è, in un certo qual modo, un profeta nella disperazione del Novecento. 

Maria Zambrano raccoglie questa profezia e la legge, però, sul piano di un tempo che si confronta con la storia perenne ma la intavola sul sottile desiderio di un destino di speranza nonostante la sua inquiete fisionomia di scrittrice errante. Ma è dentro il Novecento. Non si lascia intimorire né della scialba decadenza di Pascoli e tanto meno dal secolo vecchio, perché la Zambrano vive nella pazzia pirandelliana e nella poetica di Machado, perché immediatamente la sua scrittura si impone come ragione storica e come ragione poetica in una estetica che lega e unisce, nelle distanze e nelle vicinanze, Seneca a Garcia Lorca e alla temperie di una agonia qual è quella dell’Europa che strappa la sua geografia sulle eredità mediterranee e sulla scia di una tradizione dei sufi e sciamanica. 

Solo una personalità come la Zambrano può raccogliere l’identità stoica con il barocco, la follia di Don Chisciotte con la “Città di Dio” di Agostino, la fiamma di Cristina Campo con la magia di Elemire Zolla. Una follia che le fa vincere il sentimento di morte, il quale lo interpreta con Unamuno come il sentimento tragico della vita e resta tale proprio per non lasciarsi aggredire dalla “illusione della persuasione” segnata da Michelstaedter. 

Due interpreti di un secolo che sarà breve e lungo, ovvero il Novecento. Due protagonisti camminanti nel silenzio della parola che hanno individuato la crisi della modernità o la crisi nelle modernità. Un sentiero nella classicità romantica che cerca capri espiatori per vendicarsi della rivoluzione barocca e che individua, comunque, nel Novecento l’espiazione del “sogno creatore”. La disperazione di Michelstaedter e l’agonia della Zambrano in un processo culturale, tra poesia e filosofia, fattosi biografia. Il suicidio e l’esilio. Due temi caratterizzanti in un omerico e virgiliano intreccio al cui centro però resta la crisi, la quale, in letteratura, ha condotto alla morte della storia e mai del tempo da una parte e alla follia nella speranza che ha unito la storia al tempo. 

Due condizioni di un esistere che costituiscono l’immagine provvisoria e precaria di un Novecento che si è mosso tra l’esilio e il viaggio, tra il tragico e l’equivoco, tra la maschera e il tentativo di salvezza. Per Michelstaedter non c’è salvezza (“la vita nella morte”) se non nella morte (“la morte nella vita”). Per la Zambrano la salvezza è nell’anima. L’anima come atto creativo. E la bellezza resta mediazione. Un Novecento, dunque, che assorbe il vecchio dell’Ottocento ed ha apparentemente una sua struttura coerente per inventarsi la dinamicità della crisi. 

Nel tempo che viviamo non dovremmo più parlare di crisi del moderno ma di sconfitta o di vittoria. Quale secolo è rimasto sconfitto, nel gioco tra disperazione e agonia, quale secolo è uscito vincente? Forse siamo in una attesa in cui la pacificazione tra poesia e filosofia diventa un atto dovuto ma ormai scivolato nell’indifferenza. 

Michelstaedter è la lenta persuasione della morte. La Zambrano è nel teatro delle maschere (Picasso) e della solitudine dello spazio (de Chirico). Due tempeste in un secolo non definito e non ancora finito. L'uomo è finito ed è indefinito. I secoli sono vaghi. E la loro filosofia?

Se dovessi pensare che la filosofia nasce come filosofia a-priori sarebbe come creare, non io, l'illusione senza la forza delle delusione. Il Pensiero nasce come Idea e l'Idea come un guardare o meglio come Immagine che prima di lasciarsi guardare si lascia vedere. Sarà proprio l'immagine guardata e veduta che fa sorgere l'Idea. Si viene al mondo non con un pensiero ma con una immagine. Si muore con l'Immagine. Cosi in Michelstaedter. In fondo l'immagine ci rende un'idea.  Mi sono chiesto spesso. Cosa? Perché il concetto di Ragione lo si bogliabogliavoglia legare a quello di Fede? Non ci si affida alla storia anche se tutto il nostro percorso potrebbe essere incastonato nella storicità. Dico storicità e non storicismo. Non credo alla visione del materialismo. Bensì a quella di profezia. Non provvidenza. Occorre creare la dimensione immaginaria della realtà che di avrà superando immediatamente il presente. Così in Zambrano.

Eresia? Non credo ad una eresia senza un assoluto. È come se sostituisse l'assoluto con il dubbio.
Il dubbio è la vera controversia che si pone tra la maschera e l'assurdo di Ionesco. So bene che la finzione è il sopravvivere oltre il vero e la ragione è l'intelligenza del pensiero che non cerca di superare gli interrogativi ma vengono posti come l'unica uscita di sicurezza per confrontarsi con la morte.
Il cavaliere non convive soltanto con la consapevolezza della fine, e quindi della morte, ma con l'infinito patire del e nel dubbio. Il patire e il dubbio sono ombre e sono un camminare lento verso il finito.

La Ragione è l'esistere. Ma ha bisogno della Fede. Resto dentro la ragione perché so benissimo che è impossibile coniugare fede e ragione. La fede è un assoluto. La ragione è un paradosso molto legato alla morte. Ragione e Morte sono la "ragionevolezza" che la vita si regge sul dubbio. Non posto in termini universali. Ma individuali. Il confine e l'esilio sono il viaggio di entrambi.

L'uomo nella crudeltà della conoscenza. Se vive la Ragione la storia è perduta. Tutto si crea per restare a futura memoria. Se la memoria muore, muore anche il dolore. Ma se muore il dolore le civiltà spariscono. Michelstaedter e Zambrano sono i viaggiatori della perseveranza nelkanella oersuasioneoersuasionepersuasione e nel dubbio.

Bisogna ascoltare il mistero  per non perire di assoluto e disegnare l'immaginario che potremmo solo immaginare. Il resto potrebbe sembrare un destino che ci percorre e che tale non è, che tale non sarà. La Ragione ha il razionale del dubbio. Il dubbio non solo ci rende veri senza la Salvezza ma ci rendi vivi con la consapevolezza della morte. Il resto è un assillo nel destino del patire. Ed essendo in un tale destino l'assurdo diventa luce e l'ombra vorrebbe riappacificarsi con la morte.
Rimane la tenda. La tenda? Quell'angoscia che al mattino si aggrappa alla voce e la silenzia e impedisce di dire parole per un tratto di tempo. Poi la tenda si apre, non si allontana  e ciò che sta oltre ha una schiarita.

Siamo vissuti da morti? O da vivi nella morte? (Michelstaedter). Siamo vissuti pensando alla morte? Siamo morti prima di vederci morti? O siamo semplicemente vivi senza vederci? Oppure ci vediamo senza sapere che quel vederci ha in sé un guardare? (Zambrano). È chiaro che siamo oltre il reale ma dentro la Ragione sì. Forse in questa Ragione si cerca una salvezza purchessia. Non una verità. La verità è soltanto il doppio del dubbio. Intorno a queste metafisiche il Novecento della filosofia e delle letterature diventano dervisci danzanti.