martedì 20 aprile 2021

Intervista a Massimo Cusato, un artista con la “A” maiuscola

di Laura Gorini - Il lavoro duro, il sacrificio, la gavetta e le buone maniere vincono sempre.

È un vero artista Massimo Cusato. Uno di quegli artisti che cosa sa che cosa significhi la gavetta e fare tanti, tantissimi sacrifici per arrivare a realizzare i propri sogni professionali. O ancora un uomo coraggioso e dal cuore grande, ricco di valori. Eccellente percussionista/batterista ha dato alle stampe il libro Abc del Tamburello Tradizionale Calabrese. Di questo e di molto altro ancora ci ha parlato in questa splendida chiacchierata a cuore aperto...

Massimo, presentati ai nostri lettori con pregi vizi e virtù...

Sono Massimo Cusato vivo tra Locri (RC) e NY e sono un percussionista/batterista. Grazie alla musica ho avuto la fortuna di girare il mondo e mi son resoconto che la Calabria, nonostante i suoi mille difetti, è un luogo meraviglioso. E’ in questa terra che ho coltivato la mia passione per le percussioni e in particolare per il tamburello tradizionale calabrese. Un amore, quello per la batteria, scoppiato da bambino. Il fascino per quello strumento mi ha portato a usare qualsiasi cosa potesse essere immaginata come una batteria. Il mio idolo era John Bonham dei Led Zeppelin, gruppo che è in assoluto il mio preferito. E considero Bonzo un mito irraggiungibile.

Hai lasciato la tua Reggio Calabria per approdare a Roma tanti anni fa. Che cosa ti manca maggiormente della tua città natale e quali sono state le maggiori difficoltà che hai riscontrato nel tuo trasferimento?

Ho lasciato Locri nei primi anni 90 per poi ritornarvi definitivamente nel 2009. Durante i primi anni del mio trasferimento le maggiori difficoltà erano quelle di trovare un equilibrio di vita ambientandomi al ritmo frenetico di una grande città e alla gestione degli spazi tra la vita in metropolitana, il condividere la casa con altre persone, i parcheggi, cose del genere.

E quali sono stati invece gli aspetti che hai subito amato della Capitale?

Una volta raggiunto l’equilibrio ho apprezzato il senso di libertà che una città come Roma riusciva a trasmettermi, la possibilità di poter coltivare e realizzare il sogno di diventare un buon musicista attraverso lo scambio che sono riuscito ad avere con gli insegnanti che all’epoca consideravo i miei punti di riferimento.

Si dice ancora che Milano sia la città della TV e Roma del Cinema e della Musica. È così anche oggi secondo te?

Nel mio ventennio di vita romana posso confermare che Roma era veramente la capitale del Cinema, ma soprattutto della Musica. C’era un grande fermento. Ho vissuto Milano solo di passaggio per le mie numerose collaborazioni musicali. E’ indubbiamente una città che mi ha sempre affascinato perché percepivo concretezza e professionalità. Diversa da Roma e Napoli in cui ho avvertito una maggiore libertà creativa. E’ una immagine che porto dentro di me ma che oggi non esiste più.

Com'è cambiato nel corso del tempo il vasto mondo musicale?

Non vorrei sembrare nostalgico ma avendo vissuto un trentennio (‘80/’90/’20) ricco, abbondante, straordinario, ritengo che attualmente ci sia un grande appiattimento e il livello si è notevolmente abbassato. Basti pensare a tutti i nuovi “talenti/artisti” italiani che vanno a ripescare nel ventennio che molto ha dato alla musica. Mi riferisco agli anni ‘60 e ‘70.

Credi che Internet, il digitale e i Talent Show abbiano in qualche maniera stravolto questo mondo?

Sicuramente. Molto è cambiato. Oggi è più semplice e veloce apparire in televisione, farsi conoscere e apprezzare in programmi dedicati ai nuovi talenti. Inoltre, il Web ha dato una grossa mano. Tutto questo potrebbe essere un grande vantaggio per chi ha delle storie da raccontare o nuove idee musicali. Va, però, valutato il rovescio della medaglia. Ognuno dei vantaggi di cui dispongono i giovani hanno rubato quella che io definisco la magia del sacrificio, della gavetta e, forse, anche del sogno. Ci sono più possibilità di raggiungere il successo più in fretta. Ma il rischio è che tutti si consumi in fretta. Io appartengo ad una generazione che per fortuna ha vissuto un mondo straordinario e tutto questo mondo mi risulta molto lontano.

A Sanremo quest'anno ha vinto il rock. Una scelta azzardata o il segno che qualcosa sta cambiando in tale direzione?

Forse entrambe le cose. Quando ero adolescente “odiavo” Sanremo e tutta la musica leggera italiana. Ero folgorato dal rock e dal blues. Oggi invece, dopo aver maturato alcune idee e aver collaborato con grandi artisti della musica italiana apprezzo molto la canzone italiana o meglio lo stile italiano, i cantautori. Io che amo le tradizioni non vorrei perdere quella della canzone italiana. Il Rock è ribelle, trasgredire le regole e vivere un malessere e inquadrarlo nel contesto sanremese all’interno di un teatro un po’ forse stona. Ho avuto la sensazione di un Rock finto un po’ radical chic. Sicuramente differente dal Rock degli anni ‘60 e ‘70 che aveva un significato non solo musicale ma anche sociale.

Tu tra l'altro nel corso della tua brillante carriera hai avuto modo di collaborare con grandi artisti che in passato hanno anche partecipato e trionfato al Festival. Uno su tutti, Massimo Ranieri. Che ricordi hai di questa collaborazione?

Ho un ricordo straordinario. Massimo è un artista fantastico e se oggi è ancora il numero uno non è un caso, ma è frutto del suo lavoro costante, fatto di sacrifici e rinunce. Non si fermava mai. Mentre eravamo in tourneè, al termine di uno show già si preparava per quello successivo. Adoravo la sua “perfezione maniacale”. Tutto doveva essere perfetto. Se qualcosa non lo convinceva, appena finito il concerto, era prodigo di suggerimenti e di indicazioni. E il giorno dopo, durante le prove, prima dello show, insisteva sugli errori del giorno prima. Personalmente ritengo questo atteggiamento l’unica via per essere professionali e vivere di arte. Chiaramente non a tutti può piacere, ma nessuno non potrà mai dire che lo spettacolo non fosse eccellente.

Si dice che “i grandi” siano anche le persone più umili. Tu, lo ribadisco che hai davvero collaborato con essi, hai appurato ciò oppure no?

Lo confermo, la maggior parte di essi sono molto umili ma c’è sempre l’eccezione che non conferma la regola.

Quali sono i più importanti insegnamenti, sia a livello professionale che umano, che ti hanno lasciato sia nel cuore che nell'anima i grandi artisti con cui hai lavorato e lavori tutt'ora? 

Può risultare banale ma il lavoro duro, il sacrificio, la gavetta e le buone maniere vincono sempre. Sono qualità ed insegnamenti che alla fine premiano e se li vedi fare ai grandi non si può evitare di metterli nel proprio bagaglio di esperienze e farne tesoro.

Ma come si può - a tuo avviso - riuscire a fare, come si suol dire, un buon “gioco di squadra”?

Basta rispettare i ruoli. Questa “regoletta” così semplice spesso non viene rispettata e dunque non si otterrà un buon gioco di squadra.

Molti, giovani in primis, per non dire giovanissimi, credono che basti un colpo di fortuna e un bell'aspetto per farcela nella vita, anche nella musica. Credi che forse non abbiano più la volontà di farsi le ossa con la santa gavetta?

Ritengo che la maggior parte di essi vogliono tutto e subito. Basta un cellulare o un pc per mettersi in mostra senza fare gavetta. Ogni muro si costruisce mettendo mattone dopo mattone: anche il raccolto lo ottieni dopo un periodo di lavorazione. Ci vuole tempo per ogni cosa, a meno che ci si ritrovi davanti a un talento. Ma anche in questo caso non si può prescindere dallo studio.

Che ricordi hai dei tuoi esordi e delle porte sbattute in faccia all'inizio del tuo percorso?

I miei esordi sono tutti molto luminosi. Ho un ricordo molto chiaro del mio primo incontro con Niccolò Fabi, Massimo Ranieri, Eugenio Bennato. Devo confessarti che più che altro ero intimidito dalla loro presenza e pensavo di non essere all’altezza. Ma non ti nascondo che ognuno di loro ha saputo coinvolgermi, facendomi sentire subito a mio agio. Non ho mai ricevuto porte in faccia. Posso affermare, però, che forse ho subito scelte altrui che hanno toccato anche me, o non si sono concretizzate delle opportunità.

Quanto conta lo studio per farcela nel mondo delle sette note?

Come in tutte le attività, per raggiungere obiettivi importanti, lo studio, la pratica, l’allenamento sono in cima alla lista. Come dicevo prima anche chi ha talento deve studiare ed allenarsi, non ci si può cullare.


E tu ora, tutto il tuo studio e la tua passione li hai fatti confluire in un bel libro. Ce ne vuoi parlare?

È un libro a cui tengo particolarmente. Parla di uno strumento che a me ha dato tanto e racconta le tradizioni della mia fantastica Regione. Non è stato facile trovare le informazioni. Sono state determinanti le interviste fatte a etnomusicologi, a musicisti di periodi diversi appartenenti alla tradizione musicale. Importanti anche i vari momenti di vita vissuta sul campo e all’interno della mia famiglia. Grazie a tutto ciò spero di aver confezionato un prodotto che possa rispondere alle esigenze di tutti gli addetti ai lavori e non solo. È un libro diviso in due capitoli. Il primo capitolo è storico e culturale: racconto la Calabria dal Monte Pollino fino all’Aspromonte attraverso le nostre feste tradizionali più importanti che si trovano in ogni provincia. Il racconto è supportato da fotografie, disegni e mappe. Il timone di questo viaggio è il tamburello. Il secondo capitolo è didattico. Ci sono 50 foto didattiche con didascalia e i vari paragrafi sono supportati dalle partiture. Inoltre chi acquista il libro può richiedere l’accesso web per gli approfondimenti audio. In tal modo potrà ascoltare tutti gli esercizi contenuti nel libro. L’esperienza di questa pubblicazione mi ha fatto scoprire dei nuovi luoghi della mia terra. Ho anche avuto l’opportunità di conoscere a fondo uno strumento che molto spesso viene considerato minore rispetto agli altri. In realtà non è così.

Ma perché hai scelto come strumento principe proprio il tamburello? Che cosa ami particolarmente di questo strumento?

Io amo il ritmo ed è per questo motivo che all’inizio il mio primo strumento fu la batteria. A Roma, intorno ai 20 anni, ho approfondito lo studio del tamburello nello stile moderno e mi sono resoconto che nel diametro di 13 pollici avevo le sonorità di una batteria, ma con dimensioni molto ridotte. È chiaro che ci sono delle limitazioni ma tutto questo era affascinante. Solo successivamente, quando ho iniziato a maturare sia come uomo che musicalmente, mi sono avvicinato alle mie tradizioni e alla riscoperta di tutto un mondo così meraviglioso.

In linea generale come si può capire, quando si accinge a studiare seriamente musica, quale può essere lo strumento più adatto a noi? Tu quando lo hai capito?

Di solito lo si capisce subito. In alcuni casi ci possono essere delle eccezioni. Per me è stato così. Inizialmente avevo iniziato a studiare la chitarra perché da bambino/adolescente amavo il Blues, ma dopo esattamente un mese mi resi conto che non era il mio strumento. A quel punto chiesi ai miei genitori di acquistarmi una batteria e da lì è iniziato tutto.

Chi sono stati i tuoi più grandi maestri sia livello professionale che umano e ai quali ti senti di dire grazie?

Sono molte le persone che porto con me nel cuore perché mi hanno lasciato qualcosa di vita professionale e di calore umano. Cito solo alcuni ma il mio grazie è rivolto a tutti. Arnaldo Vacca, Ettore Mancini, Cristiano Micalizzi, Agostino Marangolo, i QuartAumentata, Eugenio Bennato, Massimo Ranieri, Niccolò Fabi, Chalo Eduardo, i miei genitori, mia moglie e la mia terra: la Locride!

E infine per quale motivo ti sentiresti di ringraziare oggi Massimo Cusato sia in quanto uomo che artista?

Io sono balbuziente diagnosticata come lieve e questo fattore ha segnato la mia vita. Nessuno ne parla ma ti assicuro che incide profondamente nelle vite delle persone. Da adolescente era più che lieve ma poi grazie alla musica si è attenuata. Detto questo, che si lega con i ringraziamenti, se devo ringraziare Massimo come artista lo faccio per aver perseguito con tenacia, coraggio, perseveranza i propri sogni e le sue idee mentre sotto il profilo umano di aver combattuto e continua ancora a farlo, contro la difficoltà di esprimersi per il problema balbuzie, perché tanti anni fa avrei potuto anche soccombere. Oggi all’età di quasi 49 anni spero e mi auguro di essere stato un buon figlio e spero di essere un buon marito e un buon padre.