lunedì 21 settembre 2020

SIGNORE E SIGNORI RIENTRIAMO NEI RIGORI: L’ABITO, SÌ, FA IL MONACO

IL MIO GALATEO di Flaviana Pier Elena Fusi

Quando ritorna la memoria di un aneddoto che racconta la tua storia, vai a rimembrare un colore che trattiene un volteggiare. In quel momento particolare indossavi qualcosa di speciale, ancora lo tieni nel cassetto, perché testimonia del tuo cuore un pezzetto.

Non è formalità, vestirsi è qualcosa che va al di là. L’abito è essenziale e parla di ciò che vuoi mostrare. Impersona una capacità e più di una caratteristica personalità, che viene rivelata con spiegazione confezionata.

Oggi voglio ribadire, che quel famoso modo di dire, dove il monaco non va a riferire, non vale è non è funzionale, perché agli altri il tuo abito sa parlare. Li porta subito a giudicare, ma non è giudizio fine a se stesso, è pensiero che nasce complesso, dalla sensazione che spontanea arriva con la tua apparizione. È realtà e di te contiene verità.

Se hai dell’abito la cura, ci hai investito tempo e misura, se un gusto ti appartiene, del tuo tipo si conviene. Se segui le mode del momento, vuol dire che allo stile fai affidamento e che ti può influenzare chi al tuo posto sa pensare. Se sei contro tendenza, del rivoluzionario mostrerai l’essenza, se ti rifiuti di farti incasellare, bada bene, è proprio quello che porti gli altri a fare e il giudizio su di te sarà papale papale.

In qualunque modo tu ti voglia vestire sarà parola che andrai a proferire. Mostrando troppa pelle, è chiaro il desiderio di far vedere le stelle e se non hai confidenza col sapone, si annusa subito che sei uno sporcaccione.

Così voglio sancire, l’abito è la prima cosa che sa spiegare quello che in realtà proprio tu vai a dimostrare.

Non occorre tanta cultura per evidenziare doti di natura, basta abbigliarsi adeguatamente e vedrai che agli altri non sarai indifferente, torna subito l’impressione della gente.

L’eleganza è più che emozione, è qualcosa che nasce dalla passione e dalla sensibilità, che arriva come garbo e beltà. Presentarsi al mondo precisamente è un diritto non latente ed è utile sfruttarlo magistralmente.

LA CRAVATTA NERA DEL TORERO di Edoardo Flaccomio

La cravatta ha origine nell’antica Roma e precisamente da una sciarpa sottile e resistente chiamata focale e utilizzata dai soldati nel corso delle campagne invernali.

Sembra anche che il nome discenda dalla parola Croati che nell’italiano antico si diceva Crovati. In effetti una sorta di cravatta era indossata come distintivo del corpo d’armata dai soldati croati al servizio di Luigi XIV di Francia.

Qualunque sia l’origine della cravatta, è innegabile che indossarla ha un significato ben preciso. Si avvolge attorno al collo, precedentemente circondato da un colletto di camicia. Il significato è inequivocabile: mettere in evidenza la testa, separare il capo dal busto. Un ‘sopra e un sotto’ diventano manifesti.

La testa umana simboleggia la Mente Creatrice, il ‘sopra e il sotto’ sono sinonimi di Raddoppiamento, Davar Scianuì (lo scrivo come si pronuncia) in ebraico, Legge universale che si snoda all’interno di qualunque unità vivente e che reitera le circostanze, belle o brutte che siano.  Conoscendo questa Verità viene spontaneo dare vita solo ed esclusivamente a comportamenti e intenti nobili.

Ci sono decine di maniere di fare il nodo alla cravatta solitamente triangolare ad indicare la ‘trinità’ agente nella materia, ciascun modo ha un significato ben preciso. Il nodo si costruisce utilizzando una striscia di stoffa la cui larghezza varia da tre-quattro centimetri fino a più di dieci, dipende dalla moda del momento. La striscia si fa passare sotto il colletto della camicia fino a farla pendere ai lati del collo giù sul petto. I due lati della stoffa s’intrecciano l’un l’altro formando piccoli cerchi entro i quali penetra una delle due lingue di stoffa.

Il significato è simile a quello di un arcolaio, rappresenta l’Energia Evolutiva che si muove da sinistra a destra, da un lato all’altro e viceversa, quando irrora i corpi viventi. Alla fine dell’operazione, una larga fascia anteriore sbuca dal nodo, nascondendo quella più sottile situata dietro. La fascia anteriore pende sul petto nascondendo i bottoni della camicia e raffigura il Modello Assoluto Rosh, cioè la Mente universale all’interno della creazione, è il simbolo perfetto dell’Unità primordiale.

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La cravatta del torero dev’essere nera e non colorata, dal momento che entra nella corrida per abbattere il toro e quindi per procurare un lutto, una perdita: in questo caso quella di un animale innocente. È interessante soffermarsi sul fatto che la parola ‘lutto’ mette in risalto la vocale ‘u’ sinonimo di chiusura. Le due ‘t’ annunciano la fine di un ciclo essendo consonanti finali dell’alfabeto e in ebraico, lingua divina, è proprio l’ultima lettera, tav. La morte è chiusura, per cui la ‘o’ del vocabolo ‘lutto’ è il cerchio della vita che si completa.

E la elle?

Lamed in ebraico,ל è la lettera dello studio. La parola ‘lutto’ esorta a studiare il concetto di morte, quindi a non dare importanza alla materia, bensì allo spirito che l’anima.

La corrida è una pratica antichissima che serviva a tenere in vita una Legge universale molto importante, quella relativa allo Stop ciclico, la fermata obbligatoria che colpisce ad uno specifico piano (il quinto) del palazzo evolutivo dell’ente venuto al mondo. L’Alt sopraggiunge quando i due lati simmetrici della struttura vivente, raggiungono la massima espansione materiale. A quel punto il lato ’che fa’, concretizzatore in sé, va ‘zittito, diciamo così, per trasferire i dati in suo possesso su quello frontale, spirituale in sé; lì a tutta velocità (surrevoluzione) si chiude il ciclo.

Lo Stop, relativo al nodo della cravatta, sopraggiunge nel momento in cui il triangolo di stoffa è ultimato. A quel punto il nodo si fa scorrere velocemente fin sotto al colletto (archetipo Surrevoluzione, velocità accresciuta).

Quando muore il torero, il significato della Corrida è capovolto e di certo non annuncia nulla di buono. Il torero, infatti, simboleggia chi conosce l’Ordine Universale, cioè gli Archetipi necessari al ripristino del Paradiso perduto. Se il toro lo uccide, vuol dire che il senso è andato smarrito ed il caos continua.