martedì 29 settembre 2020

Intervista a Laura Salvinelli, ritrattista e fotografa di guerra: Le immagini non muoiono

«Un tema importante e controverso per la fotografia sociale e di guerra è la bellezza. Molti fotografi sembrano evitarla, come se evidenziandola si approvasse la povertà, la disgrazia che rende “belli”… io lavoro con la bellezza e la cerco nei posti e nelle situazioni peggiori. Credo che vedere la bellezza voglia dire avere una visione, avere immaginazione e una missione, insomma essere liberi.» di Andrea Giostra.

Ciao Laura, benvenuta e grazie per aver accettato il nostro invito. Se volessi presentarti ai nostri lettori cosa racconteresti di te quale artista della fotografia? Come ti descriveresti a chi leggerà questa intervista per dare l’immagine di te quale artista?

Sono Laura Salvinelli, ho iniziato a fotografare quando avevo 20 anni, ora è passato più di un terzo di secolo ed è ancora il mio unico lavoro e una grande passione. Sono ritrattista, fotogiornalista (scrivo anche i testi dei miei reportage) e fotografa sociale.

Come è nata la tua passione per la fotografia e quale il percorso artistico che hai seguito?

Ho sempre sognato che avrei lavorato nel campo delle immagini, magari per il cinema. E io seguo sempre i miei sogni. A 20 anni mi feci fotografare da un grande fotografo, Peppe D’Arvia, perché occasionalmente mi capitava di posare per qualche foto di pubblicità o moda. Non è mai stato un vero progetto di lavoro: ci venivano a scegliere fuori da scuola, era un’attività leggera e divertente e ben pagata. Peppe era un grande fotografo, particolarmente poliedrico, sapeva fare bene tutto, dal ritratto alla foto pubblicitaria, industriale, sviluppava e stampava eccellentemente, e anche un grande maestro. Non ha avuto la fama che meritava perché era un vero outsider. Questo avvenne poco tempo dopo che mi ero comprata la mia prima macchina fotografica. Mi chiese di mostrargli le foto che avevo fatto e mi incoraggiò a continuare nel modo migliore possibile, facendomi entrare nel suo studio. Lì mi resi conto che la fotografia era il lavoro per me. Quando ero piccola, col materialismo magico dei bambini, cercavo di dimostrare la verità dei sogni: stringevo in mano un oggetto che mi appariva in sogno e tentavo di trasportarlo nella vita da sveglia. Ovviamente mi svegliano con le mani vuote, ma continuavo a provarci, poi un giorno lasciai perdere. Uno dei primi giorni in camera oscura, mentre osservavo la magia dell’immagine che appare nella bacinella dello sviluppo, mi resi conto di aver finalmente realizzato quello che cercavo da bambina: la trasposizione da una dimensione all’altra! Col tempo il percorso iniziato da un’occasione casuale mi ha permesso sempre di più di esprimere quello che avevo dentro, e che avrei raccontato meglio con la sintesi di un’immagine fissa. Ho amato profondamente la camera oscura, quell’utero in cui accadono trasformazioni chimiche e magiche. Ho sviluppato tutti i miei negativi e stampato tutte le mie foto fino alla morte di Peppe pochi anni fa, lasciando però gli ingrandimenti per le mostre al bravo Luciano Corvaglia. 



Ha fatto tantissime esperienze lavorative, molte nel mondo dello spettacolo e del cinema. Quali sono state le esperienze professionali che vuoi raccontarci?

L’amore per il cinema e lo spettacolo è stato appagato divenendo parte del mio lavoro come soggetto da fotografare. Per altro, a Roma la scelta per me era facile: visto che mi piaceva molto la ritrattistica, potevo cercare clienti tra i politici o gli attori e i musicisti, e ho sempre preferito le persone dello spettacolo. Non perché non mi interessi la politica, tutt’altro, ma perché queste ultime sono molto più divertenti da fotografare. A parte qualche lungo viaggio in Asia in cui ho iniziato a fare i miei reportage che poi vendevo ai giornali, ho lavorato per quasi vent’anni per lo spettacolo, fino all’11 settembre 2001. Il lavoro che ha unito più passioni insieme: il cinema, l’impegno per una giusta causa, l’interesse per il buddhismo, il viaggio, è stata la partecipazione come protagonista di “Perché Buddha?”, un documentario di Paolo Brunatto girato sul set di “Il piccolo Buddha di Bernardo Bertolucci”. 

Mi hai raccontato, infatti, che dopo l’11 settembre 2001 la tua vita professionale ha avuto una svolta. Qual è e quale è stato il tuo lavoro dopo l’11 settembre?

L’11 settembre stavo fotografando un’attrice tedesca quando una mia amica mi telefonò sconvolta dicendomi di accendere immediatamente la televisione. Lì c’erano quelle immagini catastrofiche che purtroppo non erano un film. Decisi di mettere a disposizione quello che sapevo fare per il mondo umanitario. Ma non fu una folgorazione sulla via di Damasco: dopo tanti anni per lo spettacolo, quasi 20, stavo sempre più allontanandomi dall’edonismo imperante, e soprattutto dalla manipolazione chirurgica dei corpi (prima delle donne, poi anche degli uomini) che mi sembra un gran passo indietro in termini di evoluzione. Appena possibile andai in Afghanistan, e da allora lavoro in Asia e Africa da una parte per le organizzazioni umanitarie (agenzie delle Nazioni Unite ogni tanto, e soprattutto ONG, che preferisco di gran lunga) e per la stampa, per cui scrivo anche i testi dei miei ritratti e reportage.


Cosa significa oggi lavorare nei Paesi di guerra, nei Paesi delle grandi emergenze umanitarie? E qual è la differenza tra una “foto artistica”, quelle che hai fatto nel mondo dello spettacolo e del cinema, per esempio, e una “fotografia sociale”, se possiamo chiamarla così?

La grande differenza fra la fotografia sociale e quella per lo spettacolo è che, mentre la seconda è sempre un accordo bilaterale, che interessa entrambe le parti, la prima apre questioni etiche più delicate e complesse per il fotografo, che quasi sempre è solo a scegliere e dunque ha grande responsabilità, tanto maggiore quanto quello che testimonia è “sensibile”. Il discorso è molto lungo e meriterebbe più spazio per essere affrontato. Dopo quasi vent’anni io ancora non ho una risposta unica sul diritto che ho di fotografare la sofferenza degli altri. Credo che la risposta dipenda molto da come e perché lo faccio. E che, anche se non c’è una riposta unica per tutte le situazioni, l’importante è che la domanda mi lavori dentro sempre, che sia sempre presente ogni volta che ho la macchina fotografica in mano. Io mi sento profondamente motivata a dar voce e immagine a chi non ne ha, alla parte più fragile. Alle donne, ai bambini, ai poveri, ai disastrati, ai reietti, alle vittime civili delle guerre, agli animali. Sottolineando la loro dignità. Non usando mai come mezzo ma come fine le persone fotografate. Senza nessun cinismo nello sguardo. Denunciando, quando serve, o lavorando con la speranza quando la denuncia ha assuefatto, anestetizzato l’attenzione di chi guarda. Cercando sempre una risposta umana, empatica. Consapevole che la fotografia, per quanto onesta, è sempre di parte. Poiché ormai, dalla guerra del Golfo in poi, i fotografi sono sempre “embedded”, preferisco esserlo per le ONG che per i militari. Un altro tema importante e controverso per la fotografia sociale e di guerra è la bellezza. Molti fotografi sembrano evitarla, come se evidenziandola si approvasse la povertà, la disgrazia che rende “belli”. Personalmente io, pur rifiutando l’estetismo fine a sé stesso, lavoro con la bellezza e la cerco nei posti e nelle situazioni peggiori. Credo che vedere la bellezza voglia dire avere una visione, avere immaginazione e una missione, insomma essere liberi. Un’altra differenza fondamentale fra il reportage e la fotografia per lo spettacolo è che, mentre con la seconda si è liberi di elaborare à gogo le immagini in fase di post-produzione, con la prima ci sono dei limiti che non possono essere superati. L’immagine può essere “rafforzata” ma deve rimanere quella, non si possono tagliare né cancellare né incollare i pixel. 



Robert Capa, com’è noto uno dei più grandi fotografi di guerra del Novecento, diceva spesso che «L’unica cosa a cui sono legato è la mia macchina fotografica, poca cosa, ma mi basta per non essere completamente infelice.» Tu Laura c
osa ami del tuo lavoro e cosa è per te la fotografia?

Io amo il lavoro, che è fonte di felicità, come scrive Rainer Maria Rilke. Tutto il lavoro, ogni lavoro. Il mio lavoro non lo considero un lavoro: è la mia vita e quello che preferisco fare. Anche se chiaramente ci sono momenti esaltanti e momenti di noia. Si chiama vita. La fotografia è il mezzo migliore incontrato finora per rappresentare le mie immagini interiori e dunque esprimermi non verbalmente, anche se scrivo anche i testi dei miei reportage. Poiché non sono una scrittrice, nei testi racconto nel modo più semplice quello che ho visto e ascoltato, dopo essermi documentata il più possibile. I miei articoli sono fatti essenzialmente di interviste di persone incontrate sul campo. La fotografia mi mette in contatto con le mie immagini interiori, le immagini recenti dialogano con quelle più antiche. In realtà il viaggio avvicina invece di allontanare, e nelle fotografie non c’è mai esotismo ma profonda familiarità. Perché mai si dovrebbe essere attratti da posti da evitare come quelli delle guerre e delle emergenze, se quelle immagini non le avessimo già dentro? Io mi sento molto viva nelle situazioni di emergenza: in parte è conseguenza della produzione di adrenalina, e in parte del riconoscimento di una certa una familiarità che mi fa lavorare al meglio. Giocando con le parole chiamo i miei lavori “reportraits” perché è reportage fatto fondamentalmente da ritratti. La fotografia è nata per la ritrattistica, e fino a che esisterà, ci saranno ritratti da fare. L’amore per i ritratti per me è innato: nelle nuvole, nelle crepe dei muri, nelle macchie, nei paesaggi vedo sempre corpi e volti. E io amo i corpi e i volti più di ogni altra cosa. Il ritratto, inoltre, è un rapporto, perché la fotografia è fatta dall’incontro di chi fotografa con chi è fotografato. E i rapporti sono quello che più ci rivela come esseri umani. Il reportage e la fotografia sociale permettono di esprimere il proprio impegno civile e politico. Io sono impegnata e mi sento responsabile. Ho sempre creduto nei valori della sinistra, liberté, égalité, fraternité, tolleranza, solidarietà, rispetto dei diritti umani. Sono sempre più femminista: più viaggio più mi rendo conto che le donne sono le colonne delle società, quelle che lavorano di più dentro e fuori casa, spesso trattate come bestie da soma, da riproduzione, come oggetti sessuali,  e allo stesso tempo sono quelle che hanno meno potere decisionale. È una disuguaglianza brutale. E amo gli animali.

Come sta cambiando secondo te la fotografia?

La fotografia adesso può essere parte di una comunicazione in cui i video hanno sempre più spazio. Può essere usata per opere d’arte e installazioni. Ma chiaramente il ruolo che aveva è cambiato insieme alla tecnologia, sempre più capace, e al declino dei giornali stampati su carta. Dunque i giovani devono pensare a nuovi modi per poterne fare una professione. Noi dobbiamo trasmettere le conoscenze che altrimenti andrebbero perdute, e incoraggiarli ad aprire nuovi percorsi. La fotografia che ho sempre fatto è quella dello scorso secolo. Uso Photoshop come un prolungamento “naturale” della camera oscura. I miei maestri sono Robert Capa, Gerda Taro e i fotografi della Farm Security Administration: Dorothea Lange, Walker Evans eccetera. Questa fotografia sta scomparendo, e come tutte le cose scomparse, finisce nei musei. Infatti c’è un fiorire del mercato della fotografia come fine art prints che acquistano i collezionisti, e di mostre. Questa è una nuova opportunità che prima non c’era. Ma i giovani devono andare avanti e inventare modi nuovi. Le immagini non muoiono. 

Mi hai parlato del tuo lavoro, delle foto artistiche e delle foto sociali. Da ragazzo ho letto uno scritto di Oscar Wilde nel quale diceva cos’era l’arte secondo lui, e diceva che l’arte è tale solo quando avviene l’incontro tra l’“oggetto” e la “persona”. Se non c’è quell’incontro, non esiste nemmeno l’arte. Poi qualche anno fa in una mostra a Palermo, ho ascoltato un’intervista al grande Gino de Dominicis che sulle arti visive disse questo: «Le arti visive, la pittura, la scultura, l’architettura, sono linguaggi immobili, muti e materiali. Quindi il rapporto degli altri linguaggi con questo è difficile perché sono linguaggi molto diversi tra loro … L’arte visiva è vivente … l’oggetto d’arte visiva. Per cui paradossalmente non avrebbe bisogno neanche di essere visto. Mentre gli altri linguaggi devono essere visti, o sentiti, o ascoltati per esistere.» (Gino de Dominicis, intervista a Canale 5 del 1994-95). Qual è la tua prospettiva sull’arte in generale?

Mi chiedi della mia “arte” e mi riporti uno scritto di Oscar Wilde che “(giustamente) diceva che l'arte si trova nell'incontro tra la persona e l'oggetto... in mezzo... volatile... se quell'incontro genera emozione, allora è arte, altrimenti è altro…”. Per una volta, magari l’unica, non sarei d’accordo con Oscar Wilde. Ci sono tante opere che provocano emozione e non sono arte. Le emozioni vanno molto di moda, e ci sono fin troppi personaggi pubblici, di spettacolo, influencers, soprattutto i politici, che le cavalcano, le manipolano, muovono le viscere per ottenere successo e potere. Non per dire che l’arte non debba essere popolare, per carità! Ma, anche se i fans di tanta musica e cinema e letteratura spazzatura si emozionano, mi rifiuto di pensare che i loro autori siano artisti. Credo che sia il tempo a stabilire quello che è arte, non le emozioni del momento. Ma non per questo mi sento più vicina alla posizione di Gino de Dominicis. Credo che tutti i linguaggi debbano essere visti, o sentiti, o ascoltati per esistere. Forse tutta la realtà non esiste senza l’osservatore. Forse non c’è separazione, come ipotizzano la fisica quantistica e il buddhismo. Ma in fondo non mi interessa questo argomento perché non sono una critica d’arte né mi considero un’artista. Sono un’artigiana. Se così si definisce Gianni Berengo Gardin, come mai potrei considerarmi “artista”?

Quali sono i tuoi prossimi progetti e appuntamenti di cui puoi parlarci? Cosa ti aspetta nel tuo futuro professionale che vuoi raccontare e condividere con noi?

I miei progetti sono stati spazzati via dal Coronavirus: non si tiene tutto sotto controllo, le cose cambiano! Stavo preparando una mostra sul mio ultimo lavoro con Emergency sulla maternità in Afghanistan (dopo tanti anni negli ospedali nei Paesi di guerra ho fotografato finalmente i parti) che è stata sospesa. Sarei dovuta essere in missione per un’ONG in Kenya in questo periodo, ma sul campo in Africa ora non ci si può andare. Ho fatto dei reportage sul Covid a Roma (violenza contro le donne, senzatetto, didattica a distanza in una scuola per migranti, la sindrome Italia delle badanti…) per Alias del manifesto. Mentre molti giornali hanno interrotto i rapporti di collaborazione con gli esterni, il manifesto resiste alla crisi. Sto ricominciando a fare ritratti agli attori. Questo è il momento della navigazione a vista prima della scelta di nuove rotte.

Laura Salvinelli

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Andrea Giostra

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