sabato 11 luglio 2020

Proscenio, Corrado Ardone a Fattitaliani: se il teatro fosse per tutti, non esisterebbero miserie. L'intervista

Domenica 19 luglio alle ore 21:00 debutta a Napoli, nel Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale, lo spettacolo “Processo a Viviani”, produzione THeCULT, scritto e diretto da Corrado Ardone (foto di Massimo Accarino), con Mario Aterrano nel ruolo di Raffaele Viviani, e Massimo Peluso in quello del Giudice.

È un processo immaginario a Raffaele Viviani (celebrato a 70 anni dalla sua morte), che mette a nudo la vita e il percorso artistico del drammaturgo, costretto a difendersi dalle accuse rivoltegli dal giudice: reo di raccontare le miserie, discreditando le politiche di governo. L’arringa dell’autore a difesa della sua innocenza, attraverso aneddoti di vita, confessioni e performance tratte dal suo repertorio, mette a nudo gli aspetti della sua eccentrica personalità. L'intervista di FattitalianiCorrado Ardone per la rubrica Proscenio.
In che cosa "Processo a Viviani" si contraddistingue rispetto ad altri suoi testi?
Questa è una storia basata su fatti realmente accaduti, rispetto ad altri rappresentati finora che erano di pura fantasia, anche se prese comunque da storie di strada.
Quale linea di continuità, invece, porta avanti (se c'è)?
Si cerca di testimoniare l’epoca che si vive. Si cerca di osservare e talvolta, fare delle considerazioni raccontate
Com'è avvenuto il suo primo approccio al teatro? Racconti...
Ero timido, i miei genitori ben pensarono di farmi approcciare al teatro. Avevo 8 anni, avvenne al teatro Augusteo di Napoli, io ero nella compagnia teatrale del dopolavoro  Enel, mio padre lavorava lì. Non dimenticherò mai l’istante prima di entrare in scena, avevo non paura, ma un vero e proprio terrore; tutte quelle persone che mi avrebbero fissato e la paura di sbagliare qualcosa. Poi entrai in scena. Non vedevo la platea perché accecato dai fari, ma questi riflettevano su tutti quelli che portavano gli occhiali. Vedevo solo occhiali nel buio. Alla mia prima battuta risero, questo mi aiutò molto a rilassarmi e divertirmi. Non ho più smesso da allora. 
Mario Aterrano (Raffaele Viviani) - Foto di Pino Finizio
Quando scrive un testo nuovo può capitare che i volti dei personaggi prendano man mano la fisionomia di attrici e attori precisi?
Cerco sempre di pensare a una storia e non a un attore di preciso, poi può capitare che il personaggio che sto scrivendo somigli a qualcuno che esiste, ma ne resto distaccato, perché se quell’attore o attrice non accettasse di interpretare il personaggio, ne rimarrei deluso. Per fortuna non è mai capitato. Viceversa accade quando scrivo per un attore o attrice di specifico, lì vesto i panni di una sorta di 'sarto', perché mi dedico a cucire addosso ai miei interpreti il testo che più si addice alle loro caratteristiche attoriali. 
È successo anche che un incontro casuale ha messo in moto l'ispirazione e la scrittura?
La scrittura deriva sempre dalle esperienze di vita. Ogni testo che scrivo è sempre messo in moto da uno stimolatore, che può essere una persona, un fatto, le vicende di qualcuno. Mi convinco che il pubblico possa riconoscersi in quella storia, pertanto la scrivo. Fa da sé che mi reputo una persona estremamente curiosa. Esattamente come qualcuno che per intervistarmi mi pone 17 domande. (ride, ndr).
Per un autore teatrale qual è il più grande timore quando la regia è firmata da un'altra persona?
È una responsabilità per un regista, mettere in scena il testo di un autore. Un bravo regista si preoccupa di capire cosa l’autore vuole realmente raccontare, la riuscita del suo lavoro è proporzionale a quanto si sia avvicinato al significato che l’autore voleva intendere. Per questo a volte si preferisce mettere in scena testi di autori morti, così, nella peggiore delle ipotesi, possono solo ritorcersi nella tomba. A parte gli scherzi credo che un regista, quando si avvicina ad un autore, compie in primis un atto d’amore, un incontro creativo tra le parti. 
Quando si porta in scena un proprio testo, ci si accorge di alcune sfumature "sfuggite" durante la scrittura?
Ho sempre un piano molto preciso prima di mettere in scena un testo o girare una sceneggiatura. Mi meraviglio quando questo prende forma e lo puoi toccare con le mani. Una cosa è immaginarselo, una cosa è vederlo realizzato. Quando accade credo si tratti di qualcosa che ha a che fare con la magia. Le sfumature di cui parli ci sono, spesso notate anche da chi sta realizzando il progetto con te, c’è condivisione nel lavoro. Perché mettere in scena un testo o realizzare un film è sempre un lavoro di squadra. Come autore o regista ho l’ultima parola ma considero le opinioni degli altri. 
Massimo Peluso (Giudice)
Quanto è d'accordo con la seguente citazione e perché? "Il teatro è una scuola di emozioni come le fiabe per bambini" di Paolo Crepet.
Lo ripeto ad ogni intervista, sperando che qualcuno colga il mio “messaggio nella bottiglia affidato al mare”: il teatro va inserito nelle scuole, perché insegna i sentimenti. 
Lei come spiegherebbe il Teatro per convincere chi non ha mai visto uno spettacolo?
Il Teatro è per molti ma non per tutti, se fosse per tutti, non esisterebbero miserie. 
Possibile descrivere le emozioni di una prima?
No. Ma credo sia paragonabile a quello che si vive in sala d’attesa del reparto di ostetricia. 
L'ultimo spettacolo visto a teatro? 
Avrei voluto vedere il Masaniello per la regia di Lara Sansone, ma ero tra gli interpreti.
Degli attori del passato chi vorrebbe come protagonisti ideali di un suo spettacolo?
Potrei fare una lista lunghissima, ma dipende da quale testo metto in scena
Il miglior testo teatrale in assoluto qual è per lei?
Domanda troppo difficile. 
La migliore critica che vorrebbe ricevere? E quella peggiore che non vorrebbe mai ricevere?
Riassumo le due domande con una risposta: non lo so. Quando lavoro a un progetto cerco di affidarmi alla mia onestà intellettuale. Si può sbagliare secondo alcuni e fare bene secondo altri.
Dopo la visione dello spettacolo, cosa Le piacerebbe che il pubblico portasse con sé a casa?
L’emozione, la suggestione o qualche sensazione valida da poterla raccontare
C'è un passaggio, una scena che potrebbe sintetizzare in sé il significato e la storia di "Processo a Viviani"?
Viviani: “…mi accusate di portare in scena le miserie diffamando Napoli? Ma io che ne saccio…io raccontavo cose e tipi che vedevo per strada…che esistevano veramente. Signor giudice…è colpa mia se esistevano veramente?”. Giovanni Zambito.
LO SPETTACOLO
Il dopoguerra segnò l’inizio del neorealismo, che vide in Viviani un precursore dei tempi, ma troppo tardi, l’autore ormai sopravviveva facendo l’attore di compagnia, e quando finalmente riuscì a tornare al ‘suo’ teatro, poco tempo dopo si ammalò e morì. Le voci del popolo sentenziarono: “È muort’e collera”.
Musiche e arrangiamenti sono a cura del M° Michele Bonè. Musiche originali e fonica di Peppe Bruno. Chitarre del M° Michele Bonè e Gennaro Esposito. Scenografia di Peppe Zarbo. Luci di Mario Maisto (Xelius). Trucco e parrucco di Renè Bonante (Fast Beauty). Consulenza letteraria di Maria Emilia Nardo. Grafica di Ivano La Montagna. Foto di Massimo Accarino e Pino Finizio. Costumi realizzati da Canzanella. Amministrazione gestita da Giuseppe Di Lauro. Ufficio stampa a cura di Marco Calafiore.     
In occasione della messa in scena sarà presentata in anteprima assoluta l'opera di Ivano La Montagna, dal titolo "Raffaele Viviani_διάλεκτος”, con una scritta in greco, per un motivo che sarà svelato durante la presentazione, in cui si racconterà quanto l'autore Viviani si fece assorbire da uno stato di profonda intimità con il reale. 

Nota del regista Corrado Ardone
Verso la seconda metà degli anni Trenta lo strepitoso successo degli spettacoli della compagnia Viviani cominciava a scemare. Erano gli anni del regime rampante. Si è molto parlato dell'avversione del regime fascista e della lotta al dialetto, in realtà il teatro di Viviani, basato spesso sulla realistica rappresentazione della miseria, non era funzionale alla propaganda di regime. Ma fu soprattutto il pubblico, composto di nuovi ricchi, desideroso di grandeur e di rassicurazioni, a decretare l'ostracismo per un teatro che metteva scomodamente a nudo le realtà più drammatiche della convivenza umana. Con queste premesse, il nuovo pubblico borghese, infastidito dagli ‘stracci’, disertò le sale dove recitava. Lo accusavano di portare in giro le ‘vergogne d’Italia’.
Viviani ormai non faceva più gli incassi di una volta e quindi gli impresari lo relegarono sempre più in teatri periferici e secondari. L’autore si trovò a dover lottare per non far scomparire il suo teatro, che fin dal 1937 il fascismo, e per esso Nicola De Pirro, a capo della direzione generale del teatro, aveva deciso di squalificare culturalmente, cominciando a escluderlo dalle piazze più importanti e dai teatri più popolari. In seguito il teatro dialettale venne escluso anche dagli aiuti statali.