giovedì 4 giugno 2020

Gisella Blanco presenta le sue poesie "immagini interiori, raffigurazioni spirituali e psicologiche". L'intervista di Fattitaliani

(booktrailer) Esce oggi “Melodia di porte che cigolano”, raccolta di poesie della scrittrice Gisella BlancoL’autrice, già da giovanissima inizia a scrivere poesia, partecipando a una miriade di concorsi che la vedono vincitrice, fra i quali ricordiamo il primo premio al concorso “I giovani, la forza del mondo”, secondo premio al concorso internazionale di poesia “Cara Beltà” (a Bologna, indetto in occasione del bicentenario della morte di Leopardi), primo posto al “Premio letterario internazionale Padus Amoenus”, primo premio al concorso indetto dal mensile di satira umoristica “Brontolo”, primo premio al “Concorso letterario internazionale Mondolibro”. Fattitaliani l'ha intervistata.

    Perché la scelta del titolo è caduta su “Melodia di porte che cigolano”?
Perché mi piace immaginare le mie parole come lo stridore di una porta che si muove verso l’apertura. Proprio nel fastidio che procura quel rumore è contenuta la melodia di cui siamo autori e interpreti non sempre consapevoli.
Che mondo troviamo dentro le sue poesie? la realtà o i suoi effetti sull'animo e le sensazioni che suscita? 
Ritraggo immagini interiori, raffigurazioni spirituali e psicologiche che partono da dettagli e situazioni offerti dalla mera realtà fattuale (la cui descrizione letteraria lascio ai veristi) per poter arrivare molto oltre e, cioè, ove il lettore osa giungere.
Nella poesia “Tramonto” scrivo:
Si inerpica,
dondolante, impalpabile sfera luminosa sulla trama stonata
d’azzurro cantante:
fine commossa
del giorno che è stato,
topazio ghiacciato
di caldo e miseria.
La grandezza, ai nostri piedi,
è a un passo
e lambisce con segreti veli d’ira
la carne fragile e immensi gli occhi
che gemono, sfiniti di promesse” (…).

Il tramonto è solo un’immagine del mondo, comune e conosciuta da tutti, utilizzata per raccontare una dimensione intimistica (sia individuale che collettiva e relazionale) che tende a espandersi, a conferire lo strumento per “riempirla” e plasmarla secondo la soggettività ed il vissuto del lettore, in una sorta di reciproco scambio che rispetti l’idea che desidero offrire e che, nel caso specifico, si sostanzia nella condizione di grandezza esistenziale (intesa come valore umano) di cui siamo portatori, interpreti, decisori ultimi (e, spesso, spietati).
Nella poesia “Alla Sicilia”:
“(…) Grappoli d’uva che fa solo aceto
mi cingono i fianchi d’arsura,
io che amo il dolce,
vago alla ricerca di frutti clementi
ma prosperano mandorle amare alla mia bocca

/che aborre preghiere”,
esprimo il mio personale legame conflittuale con la mia terra d’origine che si perpetra attraverso la risonanza di caratteristiche tipiche di essa, filtrate dal mio immaginario introspettivo che le restituisce alla coscienza in modo doloroso e respingente. La chiave relazionale di questa poesia è la possibilità di condividere con il lettore lo strazio dell’opposizione ideologica e caratteriale alla terra d’origine che, non necessariamente, vuol significare rifiuto delle proprie radici ma può rappresentare una precisa volizione di individuazione soggettiva da realtà che, istintivamente e per elezione, non ci sono affini, benché ci siano care.
In “Odore di pioggia”:
Selvaggia la pioggia spoglia ogni luogo,
prodigalità di gocce senza numero a spiegarle,
ricordo
sospetto
ma mai pregiudizio,
non sente ragioni di vesti eleganti
sembra ozio di vini scadenti
e si scambia per disagio, lo stupore. (…)”,
il confine tra la realtà e il mondo immaginifico della coscienza è quasi inesistente: non solo ritengo che ci sia continuità ontologica (benché non sempre di percezione) tra il mondo interiore e quello esteriore ma credo che la possibilità di sviluppare tale consapevolezza sia estremamente utile nell’economia esistenziale di cui tutti facciamo parte.
Non c’è, in ultima analisi, realtà senza effetti sull’interiorità e non c’è interiorità senza effetti sul reale. 
Ricorda il suo primo consapevole approccio alla poesia?
Che stessi scrivendo poesia, mi era chiaro e congeniale sin da bambina. Durante il periodo delle scuole medie scrissi il primo componimento nella piena interiorizzazione del ruolo che volevo assumere: si intitola “Il poeta e l’avvoltoio” e tratta della percezione spirituale del tempo da parte di un poeta. Tale poesia, però, fa parte dei miei quaderni personali appartenenti a cassetti del passato, ben sigillati al presente.
Che cosa trasforma la voglia di sfogarsi in un vero e proprio componimento? 
La voglia di sfogarsi è qualcosa di fine a sé stessa. La spinta dialogica, il desiderio di accogliere gli altri (e le loro visioni della vita) nelle proprie creazioni rendono poesia un flusso di parole, divergendo drasticamente dall’idea di diario (che mi risulta alquanto fastidiosa). E, naturalmente, una poesia è tale se è scritta bene! Penso che sia necessario aggiungere sempre qualcosa a sé stessi, spingersi sempre un po' oltre per trasformare un verso in una vera poesia. Spero di conservare questa aspirazione.
Oltre al titolo, c'è un verso scelto fra le poesie che potrebbe racchiudere in sé la raccolta?
No, non c’è un verso che può contenerla tutta, non voglio che ci sia, altrimenti sarebbe bastato pubblicare soltanto quel verso. Ho molte cose da dire e le voglio dire tutte. Ho materiale per altre due sillogi. L’uso del titolo è una convenzione, un vezzo piacevole a cui si cede senza fatica ma è anche un iniziale limite tra chi scrive e chi sceglie (o non sceglie) di leggere.
Immagino la mia poesia come la pittura espressionista, in cui emozioni e dolori spaccano i margini uscendo fuori dalle sagome, dalle persone. È un modo di vivere.
Che cosa si aspetta che il lettore riceva e recepisca dalla raccolta?
Io fornisco degli spunti, mi piace immaginare che possano giungere ad esiti disparati, pur senza divergere diametralmente dal mio.
È una raccolta che si rivolge, spesso, alle donne ma non è creata solo per le donne: si contrastano, a volte anche in modo molto forte, caratteristiche socio-culturali odiose come il patriarcato maschilista; la tendenza alla misantropia tout court; il mito dell’autonomia solitaria ed egoistica che annichilisce la preziosità della condivisione esistenziale; le ideologie che tolgono dignità a ciò che l’uomo può essere, senza bisogno di trascendenza dalla natura tutta umana. Mi aspetto che, chi legge, possa accogliere con empatia ciò che scrivo o, al contrario, rifiutarlo con risentimento: in entrambi i casi, avrò raggiunto esattamente il lettore con cui desideravo comunicare, a cui sarò grata per questa possibilità di dialogo silenzioso che è fonte continua di approfondimento. Giovanni Zambito.


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