sabato 13 giugno 2020

Charles Michel: "Rafforzare l'Italia significa rafforzare anche l'Europa"

Intervento del presidente Charles Michel agli "Stati generali dell'economia"

Desidero anzitutto ringraziare te, caro Giuseppe (Conte), in qualità di presidente del Consiglio, per avermi invitato alla sessione inaugurale di queste consultazioni nazionali. E mi congratulo con voi e, per vostro tramite, con tutti i leader e rappresentanti politici, nonché con gli attori economici e sociali, per questa mobilitazione senza precedenti volta a elaborare un piano di ripresa per il vostro paese: l'Italia.
Questa convergenza di forze rappresenta un momento cruciale per l'Italia, come del resto anche per l'Unione europea.

Prima di tutto, voglio rendere omaggio all'Italia, che, in questa fase della crisi senza precedenti che il mondo sta attraversando, indica la strada agli altri paesi europei, così come ha fatto all'inizio della pandemia. È vero che, per un momento, il resto dell'Europa ha guardato all'Italia e al propagarsi del virus con incredulità, forse persino con distacco.

Ma oggi sappiamo che sono state le autorità italiane a indicare la via da seguire, con misure successivamente replicate dagli altri governi. E sono stati soprattutto i cittadini italiani a dare agli altri europei l'esempio di una disciplina, di una resistenza e di un coraggio che hanno permesso di arrestare progressivamente la propagazione dell'epidemia. In questo senso, possiamo dire che gli altri europei sono stati tutti italiani.

Non tutti i paesi sono stati tanto colpiti quanto l'Italia. Tuttavia, se molti hanno retto meglio, è innanzitutto perché l'Italia è stata la prima a essere duramente colpita. Il dramma dell'Italia, e in seguito della Spagna, ha reso consapevole il resto dell'Europa spingendolo ad adottare più rapidamente misure drastiche. Non dovremo dimenticare che, probabilmente, il sacrificio dell'Italia ha salvato indirettamente vite umane nel resto d'Europa.

I cittadini si sono mostrati all'altezza della situazione. E ora spetta a noi leader politici mostrarci all'altezza della sfida rappresentata dalla ripresa. È quanto vi impegnate a fare nel quadro degli Stati generali. Ed è quello che, a livello europeo, devono fare ora i 27 capi di Stato o di governo: trovare un accordo sul piano europeo volto a stimolare le nostre economie, in base al progetto elaborato dalla Commissione europea su richiesta del Consiglio. Non mi dilungherò sul contenuto di questa proposta, che già conoscete e di cui Ursula von der Leyen vi ha illustrato i meccanismi. Ritengo tuttavia utile ricollocare tale progetto nel quadro dei nostri obiettivi globali, al fine di comprendere correttamente gli elementi che – lo spero – ne renderanno possibile la concretizzazione.

Questi obiettivi globali possono riassumersi in due parole: ricostruire e trasformare.

Ricostruire è ovviamente la necessità più urgente. Dobbiamo riavviare le nostre economie dopo che si sono praticamente fermate. L'integrità del mercato interno, ostacolata dal ripristino dei controlli alle frontiere interne, deve essere ristabilita. In questa occasione abbiamo riscoperto quanto sia essenziale, per la prosperità di tutta l'Europa, il tessuto economico che unisce tutti noi: le cosiddette catene del valore. Dobbiamo non solo rinsaldare il mercato unico, ma anche assicurarci che resista meglio agli shock futuri. Il ripristino della libera circolazione nello spazio Schengen, tanto cara ai nostri concittadini ma anche indispensabile per il corretto funzionamento del mercato unico, persegue lo stesso obiettivo.

Siamo tutti consapevoli che gli effetti negativi della pandemia e della cessazione dell'attività economica devono ancora manifestarsi. Per contenere o contrastare tali effetti, in particolare a livello sociale, e riavviare la macchina serviranno sforzi notevoli. L'Unione europea si è mobilitata proprio per questo obiettivo: trovare i mezzi per sostenere i paesi, le regioni e i settori più colpiti dalla crisi. Una necessità, questa, su cui nessuno nutre più dubbi.

Già nel programma strategico adottato dal Consiglio europeo nel 2019, avevamo fissato obiettivi ambiziosi per organizzare un profondo riorientamento dell'Unione europea, incentrato su tre assi portanti fondamentali: innanzitutto, conseguire un'economia più verde per rispondere alla sfida climatica; in seguito, acquisire un ruolo di leader nel settore digitale; infine, come terzo obiettivo, rafforzare il peso dell'Europa nel mondo.

All'inizio della pandemia ho sentito dire – sarà capitato anche voi – che l'Europa avrebbe messo temporaneamente da parte, se non addirittura abbandonato, simili ambizioni. Ve lo dico con piena convinzione: sarebbe una totale assurdità. La crisi Covid-19 ha invece messo in evidenza la necessità di riorientare le nostre economie e le nostre società. Dobbiamo rendere le nostre economie, i nostri sistemi sanitari e anche la capacità d'azione dei nostri Stati più resistenti agli shock. In particolare questo significa, per l'Europa, conseguire una maggiore autonomia strategica, soprattutto a livello industriale; ma vuol dire anche rafforzare la nostra influenza nel mondo, sia per difendere il multilateralismo fondato su regole, che è garanzia di cooperazione e di pace, sia per preservare gli interessi dei cittadini e delle imprese europei. Ovviamente questo obiettivo strategico è strettamente legato all'azione dell'Unione europea volta a contrastare le attività organizzate e sistematiche di propaganda e "fake news", i cui artefici non hanno esitato a sfruttare il terreno fertile offerto dalla pandemia.

Infine, care amiche e cari amici, ritengo che potremo cogliere la sfida della trasformazione solo se saremo anche in grado - cosa non facile - di reinventare noi stessi. Sono convinto che, dinanzi a una crisi di tale entità, abbiamo il dovere storico di impostare la nostra ambizione e i nostri progetti nella prospettiva di un nuovo orizzonte.

La pace e la prosperità sono e restano i nostri punti di riferimento. E sono convinto che sia ormai necessario mirare anche a un valore che riassuma e al contempo superi tali obiettivi. Un valore che abbiamo riscoperto nel nostro quotidiano con rinnovata e rafforzata chiarezza nel momento in cui è stato così tragicamente minacciato dal virus: mi riferisco al benessere personale e collettivo - economico, sociale, sanitario, culturale - che non si limita alla mera prosperità economica. Nel nuovo orizzonte si profila una società fondata sulla dignità e sulla benevolenza e il percorso per raggiungerla è delineato dagli obiettivi strategici dell'Unione già menzionati. L'Europa può - anzi, deve - farsene promotrice, tanto nella dimensione interna quanto in quella esterna.

Vorrei infine condividere alcune riflessioni di carattere forse più pragmatico su cui mi baserò per parlarvi del processo negoziale che sta per essere avviato. Spetta infatti al Consiglio europeo, ossia ai 27 Stati membri, trovare un accordo su un progetto comune. E dovrà prendere posizione anche il Parlamento europeo.

Come prima osservazione, vorrei mettere tutti in guardia dal sottovalutare la difficoltà dei negoziati che stanno per iniziare. Si tratta di una proposta sotto molti aspetti inedita per natura e portata. Ma c'è ancora strada da fare. Come sapete, su vari punti chiave del progetto esistono divergenze significative: sulla dotazione globale, sulla ripartizione tra prestiti e sovvenzioni, sui criteri di distribuzione delle risorse finanziarie, sulle condizioni di assegnazione dei fondi...

Ora più che mai, questi negoziati sono irti di difficoltà, poiché costringono tutti gli Stati membri a riconsiderare determinati principi cui sono fedeli da così lungo tempo. Per il buon esito di simili negoziati, tutti i partecipanti dovranno sforzarsi di guardare e comprendere le cose dal punto di vista degli altri, e quindi accettare di mettere in discussione i propri preconcetti. Non tutti condividono la stessa interpretazione di cosa sia nel concreto la solidarietà. Così come non tutti sono istintivamente d'accordo sulle implicazioni pratiche che derivano necessariamente dal principio di responsabilità. Potremo riuscire solo se sia gli uni che gli altri faranno lo sforzo di mettersi nei panni dei rispettivi interlocutori.

Il processo di allineamento verso un accordo è cominciato, ma la strada è ancora lunga e piena di ostacoli: questo deve essere chiaro a tutti.

Ed ecco la mia seconda osservazione: gli obiettivi che i 27 si sono prefissati e che ho menzionato poc'anzi sono obiettivi comuni. E oggi, molto più di due o tre mesi fa, penso che i 27 siano consapevoli del fatto che l'operazione di solidarietà finanziaria che tentiamo di realizzare non è questione di carità, ma rientra piuttosto nell'effettivo interesse di ciascuno di noi. Tutti noi condividiamo l'interesse vitale di ristabilire pienamente il nostro grande mercato interno, di preservare la stabilità della zona euro e di rafforzarla.

L'obiettivo è dunque comune. Ma spetterà a ciascuno di noi decidere quale strada imboccare e come conseguire gli obiettivi. Il piano europeo di ripresa a cui stiamo lavorando non sostituirà i piani nazionali, tutt'altro: li dovrà rafforzare. Per questo motivo - caro Giuseppe, care amiche e cari amici - il lavoro che avviate qui è fondamentale.

E lo è doppiamente. Soprattutto e innanzitutto, perché è evidente che costituisce un'urgenza per gli italiani, che si aspettano delle soluzioni. In qualità di ex primo ministro belga, so che non è facile realizzare riforme e trasformazioni. È necessario avere una volontà di ferro, incrollabile, e coinvolgere costantemente i cittadini nei nostri processi democratici.

Ma questo piano europeo di ampio respiro che - ne sono convinto - dobbiamo mettere in atto può anche rappresentare un'occasione unica per l'Italia: l'occasione di realizzare le trasformazioni indispensabili per un avvenire più stabile, in Italia e in Europa. Diamo tutti prova di coraggio e responsabilità. In quest'impresa di solidarietà a 27, più saremo ambiziosi e coraggiosi a livello nazionale, maggiore sarà la forza che imprimeremo al progetto europeo. La solidarietà non è una strada a senso unico: da una parte, presuppone la mobilitazione di risorse per sostenere le regioni e i settori maggiormente colpiti; dall'altra, significa anche realizzare le trasformazioni indispensabili per rafforzare ciascuno Stato membro, e quindi l'Unione europea nel suo complesso. Rafforzare l'Italia significa rafforzare anche l'Europa. Caro Giuseppe, care ministre e cari ministri, vi ringrazio e vi auguro un proficuo lavoro.