mercoledì 6 maggio 2020

Note sulla raccolta poetica “Come l’Araba Fenice” di Gianna Costa: le ceneri e la rinascita

di Cinzia BaldazziCirca un anno fa Gianna Costa pubblicava “Come l’Araba Fenice”, raccolta poetica dove il tema della rinascita si estende vasto e penetrante: una sorta di epifania, di anticipazione svolta sul piano privato delle speranze di rinascita che oggi vediamo investire invece la sorte della collettività. 

Nella logica dei giorni nostri, diremmo piuttosto “ripartenza”: il 4 maggio? il 1° giugno? Speriamo presto… Letta con gli occhi di oggi, “Come l’Araba Fenice” sviluppa una immediata e inaspettata contiguità tra la storia personale dell’autrice, ricreata nei versi, e il contesto sociale nel quale gran parte del mondo è costretto a vivere. Tipico della poesia è anticipare i tempi, anche quelli difficili, e rimanere nell’anima del lettore. L’auspicio - comune a noi, all’autrice, a tutti - è che il mitico volatile, richiamato da Gianna nel titolo, possa infine, con il suo eterno e invincibile spirito di vita, prevalere sul caos.

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Il contesto poetico della raccolta Come l’Araba Fenice già nel titolo stesso varca il mondo del mito, dove, precisa Umberto Galimberti, «le cose sono usate per dire il vissuto dell’uomo», mentre nel logos, come nella parola originaria, gli elementi giacevano nel loro esporsi, e così illustrate erano presenti. Nel mito i fenomeni vengono concretizzati attraverso la manipolazione umana: in greco, il verbo “produrre” coincide con ποιέω (poièo), dal quale il termine ποίησις (pòiesis), la nostra poesia. La poësis di cui si alimenta la mitologia, conclude Galimberti, «è una produzione di significati che non lascia parlare le cose come sono, ma impone alle cose di parlare agli uomini» [I volume pag. 36]. L’insieme emerso, comunque, non equivale a costringere le idee, le fonti ispirative: implica, invece, un collaborare fecondo dell’essere-divenire, del reale-immaginario. I versi dedicati ai fiumi sono ben lontani dal puro stato contemplativo e presuppongono un’attività Infatti nella silloge:

«[…] Sotto l’arco
dello scaligero ponte
corre e va,
portando con sé
il mio pensiero per te […]» [da Guardo il fiume].

Ebbene, chi era l’Araba Fenice, la cui luce illumina l’intera antologia? La fenice, o uccello di fuoco, è una creatura mitologica nota per poter rinascere dalle proprie ceneri dopo la morte: negli antichi egizi fu Bennu ed era raffigurata con la corona Atef o con l’emblema del disco solare. Agli inizi somigliava a un passero e non risorgeva dalle fiamme, ma dalle acque. Scrive dunque Gianna Costa dell’onda:

«S’avvicina alla riva
su bianca
finissima rena
dove s’infrange leggera
rumoreggiando appena.
[…]
Poi rientra verso il mare,
libera finalmente
di ripetersi
continuamente» [da Onda].

Nella filosofia indiana moderna, in qualunque momento li scrutiamo, il contesto della natura, dell’uomo, vivono una delle infinite esistenze che si ripetono senza se ne possa intuire l’ultima tappa, in quel risorgere e morire di nuovo indicato dagli indiani come samasara. Tuttavia – ritengo Gianna Costa lo condivida – il pensiero così trapelato è costituito dall’evento secondo il quale il divenire corrisponde solo a un’illusione provvisoria riconosciuta nel nome di Maja: sollevarne il velo significa soltanto conferire al reale vissuto una gamma molteplice adeguata e negare ogni presenza autoritaria a unità aprioristiche convenzionali. Da tutto ciò scaturisce un desiderio irrefrenabile di fuggire dagli schemi obbligati, sino a personificarsi nella pace del Nirvana:

«Mi sento in gabbia
ho voglia di evadere
rompere il sigillo
camminare sulla sabbia.

Lasciare che il mare cancelli
un’impronta frettolosa
che raggiunge la scogliera
dove l’onda è fragorosa […]» [da Evasione].

In Dentro il tempo e le stagioni primeggia la φύσις (fiùsis), di fronte al perpetuo senso temporale, dove affiora, ovviamente attualizzato dal carattere precario dell’atmosfera complessiva odierna, lo spirito della φιλοσοφία (filosofìa), nata nelle colonie elleniche dell’Asia Minore con Talete, Anassimandro, Anassimene da un lato ed Eraclito dall’altro. L’ambito naturale ospite dell’uomo, delle sue esperienze esplode, allora, in un:

«Un soffio,
un alito di vento
sento passare
dalle imposte
appena socchiuse […]» [da Esplosione].

Poi, in Cuore gioioso:

«Eolo gonfia le gote
per poter soffiare
dall’orizzonte lontano
sull’acqua
fino in riva al mare […]»

e avanza l’input generativo dell’acqua e della “natura umida” («sulla candida rena / già umida, bagnata / dalla perenne onda / appena passata» [ibidem]), tanto ribadito dalla Metafisica di Aristotele: «Tutti i semi di tutte le cose hanno una natura umida e l’acqua è il principio della natura delle cose umide» [Pensiero occidentale vol. I pag. 73]. Del resto, in Φυσικής Ακροάσεως (fiusikès akroàseos, ossia “Sulla Fisica”) leggiamo: «L’aria si differenzia tra le varie sostanze a seconda del grado di rarefazione e condensazione […] e così dilatandosi dà origine al fuoco, mentre condensandosi dà origine al vento e poi alla nube; a un grado maggiore di densità forma l’acqua, poi la terra, quindi le pietre; le altre cose derivano, poi, da questa». Ed ecco:

«L’erba appena tagliata
lascia nell’aria
un aroma pungente
leggero come nuvola
che inonda il prato
giocando in girotondo.
[…]
Nelle narici dilatate
penetrano insieme
fragranze e aromi inebrianti
che ci riportano a gustare
gli antichi sapori
della terra madre» [da Odore d’erba].

In Noi donne, nella Metamorfosi della farfalla-donna, la Costa afferma:

«[…] Poi, all’improvviso
inavvertitamente
prendo il volo della vita
in un cielo dall’azzurro più intenso.

Mi libro nell’aria sospinta dal vento
e mi riposo sul profumo dei fiori
già in attesa
di confondersi con me
per formare il tutt’uno di un’anima» [da Metamorfosi].

Quasi il «tutt’uno di un’anima» eracliteo, dove da ogni cosa discende l’Uno, provenendo l’Uno proprio da esse. Nella sezione intitolata Spiritualità prevalgono, invece, la figura angelica, il tono elegiaco, l’atmosfera onirica, e il componimento finale dichiara:

«[…] I pensieri vagano
sulle dune del deserto
di sabbie in movimento
sospinte dallo scirocco.

L’anima che è in noi
vede miraggi soffusi
sospesi tra tempo e spazio
e respira il nostro respiro» [da Miraggi soffusi].

La parte di chiusura, Con amore, pur densa di apparato romantico, non smentisce il legame con la riflessione e con l’anima filosofica citata, quando recita:

«Graffio con unghie laccate
le onde del mare
fino a lasciare il segno,
fino a sentire
l’acqua salmastra
vibrare e scorrere tra le dita […]» [da Cristalli d’amore];

quindi:

«[…] la tua immagine
che rimane sospesa
ma entra
nel quotidiano modo di vivere
come la pioggia
che scende
e confonde le lacrime […]» [idibem];

per finire:

«[…] Dei dolci tuoi baci
rimangono solo i ricordi
divenuti ormai granelli di sabbia
che brillano
sotto i raggi del sole
come piccoli cristalli d’amore» [ibidem].

Concludiamo menzionando Empedocle di Agrigento, con i suoi quattro elementi (acqua, aria, terra, fuoco) tenuti insieme da un motore insito nelle forze divine del κόσμος-kósmos: da un lato Amicizia-Eros, dall’altro Odio-Discordia, la guerra, per mezzo di una ciclicità ininterrotta in un perenne alternarsi di vittorie a disfatte. Magari, lo suggerisce la Costa, (in) Tra presente e passato:

«Nudi,
distesi su un letto d’amore
tra lenzuola stropicciate
cerchiamo
tra le pieghe inzuppate
quello che resta di noi,
infinitamente mai sazi
dimentichi di un passato
incerti di un futuro
consapevoli
solo di un presente
che appartiene
esclusivamente a noi […]»,

sempre, di sicuro, nell’aura della mitica Araba Fenice, la quale speriamo, come in epoche remote, dopo la periodica inondazione del Nilo, tra di noi possa ancora manifestarsi in una sorta di Osiride rinato, prima ed eterna invincibile forma di vita, che alle origini dei tempi prevalse sul caos acquatico. Alla luce, lo sappiamo, della poesia immortale.

Ringrazio Adriano Camerini per la collaborazione alla stesura del testo.


Gianna Costa
Come l’Araba Fenice
Edizioni Adfgraf, Verona, 2019