mercoledì 25 marzo 2020

Senza neppure dirsi addio

L’Italia è una Nazione che si è meritato questo nome per le tante battaglie sostenute nella sua esistenza.

La guerra, pur nella sua drammaticità, ha un cambiamento che, nei decenni, ha portato a nuove scoperte, all’invenzione di nuove armi, sempre più perfezionate e letali.
Talvolta questi progressi vengono visti come successi e sembra impossibile dato che ci riferiamo a mezzi di morte.
Le armi dovrebbero servire a proteggere senza offendere e privare l’uomo della sua integrità.
Ne vediamo l’esempio nel coinvolgimento del nostro esercito in vanie parti del Mondo, in guerre di altri Paesi per aiutare a ripristinare la pace.
Dallo scontro corpo a corpo siamo arrivati alle armi nucleari che annientano in un attimo una intera nazione.
Ieri sapevamo contro chi combattevamo, oggi l’assurdità: affrontiamo un nemico che siamo soltanto riusciti ad identificare ma non a sufficienza e da troppo breve tempo per avere la possibilità di combatterlo con efficacia. 
l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato che il nome ufficiale della malattia è "COVID-19". Il direttore Tedros Adhanom Ghebreyesus ha spiegato che "co" sta per "corona", "vi" per "virus" e "d" per "malattia (in lingua inglese "disease"), mentre "19" è l'anno in quanto la pandemia è stata identificata per la prima volta il 31 dicembre 2019.
Ricerche indicano che il virus può rimanere vitale e infettivo negli aerosol per ore mentre sulle superfici fino a giorni. Infatti, la sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2 (SARS-CoV-2) era causata dagli aerosol per un massimo di tre ore, fino a quattro ore sul rame, fino a 24 ore sul cartone e fino a 2-3 giorni sulla plastica e l'acciaio inossidabile. Malgrado il SARS-Covid-19 sia simile al SARS-CoV-1 e persista sulle superfici in modo simile non si comprende, al marzo 2020, perchè è stato in grado di determinare un focolaio molto più grande. Probabilmente ciò perchè il paziente infetto può rimanere a lungo in modo asintomatico o pauci-sintomatico e ciò amplifica la diffusione del virus. 
Le città così si sono svuotate, assumendo aspetti spettrali, disumani come solo nei film di fantascienza eravamo abituati a vedere, siamo bersagliati giustamente da consigli, controlli, divieti che hanno sconvolto la nostra quotidianità.
Siamo identità celate, spaventate ma soprattutto soli perché c’è distanza da tutti, anche dagli affetti che prima erano la sicurezza, il calore, l’abbraccio nei momenti duri.
C’è la consapevolezza che tutto ciò che ci viene detto va fatto qualunque ne sia il costo.
Lo dobbiamo a noi, ai nostri cari, alla gente che da settimane ormai vive in prima linea, negli ospedali, nelle rianimazioni, in quarantena nelle proprie case, lo dobbiamo a chi non ce l’ha fatta ed è stato destinato ad una morte ingiusta perché la morte è prevista solo dopo, alla fine di un percorso di vita.
Siamo in Quaresima, quella che ogni anno riviviamo per ricordare la morte di Cristo. Quest’anno ognuno di noi vive la sua, e forse occorre utilizzare il tempo che ci resta per pensare, per porsi alcune domande che, forse, da tempo avremmo dovuto porci. Molti pensano che Dio voglia punire l’uomo per aver superato dei limiti, dimenticato che la violenza e l’egoismo sono esattamente l’opposto di quello che Dio predicava, di avere fatto di questa terra una nuova Sodoma e Gomorra.
Ad una attenta osservazione non sfuggono dei parallelismi con narrazioni dell’ESODO, nella Sacra Bibbia.
Dio ci ha creati a sua immagine e somiglianza, lasciandoci il libero arbitrio, quindi essere artefici delle proprie scelte. Ma questo non significa spingersi oltre certi limiti e andare a manipolare la Vita, violentandola e farne oggetto di mercimonio e di abusi.
 Ma noi vogliamo credere in un giusto e misericordioso, che non resterà sordo alla preghiera che sentirà levarsi da ogni casa, da ogni letto, da ogni popolo.
Il Suo esempio deve essere la nostra regola in questi giorni di non vita, Lui affrontò 40 giorni nel deserto, senza cibo e senza acqua, forte della sua fede nel Padre.
Noi non possiamo arrenderci, preghiamo come ognuno può e sa fare, con semplicità ed umiltà perché Dio ascolta sempre e comunque.
Un pensiero particolare va ai “Vecchi” non li definisco così in senso dispregiativo ma considerandoli Saggi, loro che hanno attraversato la Storia ed era giusto avessero un fine vita sereno, attorniati dai loro cari.
Invece quello che accade è che si ritrovano senza il calore di un stretta di mano, l’abbraccio che può dare un sorriso, una benedizione a cui ognuno di noi, da cristiano, ha diritto.
Facciamo buon uso delle nostre interminabili ore, rinsaldando i rapporti anche senza toccarci, rivalutando le piccole cose che prima ci sfuggivano nella corsa vorticosa della vita, preghiamo perché non c’è forza più grande della Preghiera.
Questo nemico qualcosa non ci può rubare: la forza dell’amore che nasce dal cuore, facciamone buon uso per non dover dare a un nostro caro un saluto da lontano senza sapere dove cercarlo.
E’ una partita aperta quella che stiamo vivendo, grazie a chi regala il proprio tempo e quello della sua famiglia per aiutarci, a coloro che si interessano agli altri prima di interessarsi a se stessi. 
Ci spiegano lavorando che il Coraggio non significa avere la forza di andare avanti, ma è andare avanti anche quando non se ne ha la forza.

Caterina Guttadauro La Brasca