giovedì 19 marzo 2020

Coronavirus, parla il Professor Filippo Vari, costituzionalista

Il Professor Filippo Vari, costituzionalista, Ordinario di diritto costituzionale presso Università Europea di Roma, risponde a delle domande sull'attuale emergenza Coronavirus.
Qual è il precedente nel mondo libero?
Siamo di fronte a una crisi che non ha pari nella storia delle democrazie occidentali.
Anche le restrizioni ai diritti fondamentali oggi in vigore non hanno precedenti negli ultimi settant’anni per intensità ed estensione spaziale.
La Costituzione italiana proclama diritti fondamentali e disciplina poi i limiti a essi apponibili. Al di fuori della vita e della dignità, tutti i diritti sono soggetti a limiti. Ad esempio la libertà di circolazione può essere ristretta, dice la Costituzione, per “motivi di sanità o di sicurezza”. Dunque, le restrizioni cui siamo oggi sottoposti, per quanto stringenti, sono sotto il profilo sostanziale pienamente legittime e proporzionate rispetto alla situazione, ai beni che vanno salvaguardati. Abbiamo tutti il dovere di rispettarle scrupolosamente. Dal nostro impegno dipende la salute e la vita nostra, dei nostri familiari, dei nostri amici, dei più deboli e di tutti. 
Sulla salute perché non c'è la voce dall'Europa?  
L’Unione europea non ha una competenza diretta in materia di epidemie. Solo per alcuni aspetti marginali, per la crisi in atto, si può occupare di salute. Vige al riguardo il principio d’attribuzione. L’UE può fare solo ciò che gli Stati si sono accordati per “affidarle”. Finora non si era mai pensato a una gestione unitaria di crisi di questo tipo. La realtà ha preso tutti alla sprovvista. È evidente che, però, passata la tempesta bisognerà riflettere in proposito. Bisogna evitare che uno Stato adotti misure restrittive che eliminano il virus, ma poi esso rientri dalla finestra perché portato da persone che vengono da altri Stati dove le politiche non sono state così severe. Già oggi la libertà di circolazione nell’UE può essere limitata dai singoli Stati per crisi come quella in atto. Probabilmente, in futuro sarà necessario un coordinamento maggiore. Intanto, però, è bene dirlo, in relazione agli aspetti economici della crisi, mi sembra che l’Unione abbia fornito risposte all’altezza della situazione. Il Presidente della Commissione è stato molto chiaro nel dire che in questo momento “siamo tutti italiani”. Ci è stata data senza battere ciglio, anche da parte dei c.d. falchi, la possibilità di sforare sul debito per fronteggiare l’emergenza. Mi sembra che sotto questo profilo all’UE non si possa rimproverare nulla. Poi ricordiamoci che organi importanti dell’Unione sono composti da politici provenienti dagli Stati membri, che hanno preso sotto gamba la questione, facendosi trovare impreparati di fronte alla tempesta.
Come è affrontata la crisi in Italia?
C’è  - ed è naturale che sia così - un ruolo “guida” del Governo. L’Esecutivo ha adottato una serie di decreti-legge, che sono lo strumento per eccellenza previsto in Costituzione per fronteggiare le emergenze. È, però, fondamentale coinvolgere maggiormente le Camere. Proprio per questa ragione è indispensabile che ciascun ramo del Parlamento, seguendo l’esempio di altri Paesi e anche del Parlamento europeo, si prepari tempestivamente per consentire, in caso di ulteriore diffusione dell’epidemia, ai parlamentari di lavorare e di votare da remoto. Non si tratterebbe di un privilegio della “casta”. Al contrario occorre proteggere non solo i parlamentari, ma anche tutti coloro che sarebbero a contatto con loro (funzionari, autisti etc.) e garantire che il Parlamento, in una crisi e in una sfida che non ha pari nella storia della nostra democrazia, possa lavorare in ogni condizione.