sabato 22 febbraio 2020

Opera, Der Schmied von Gent: la grazia primigenia del teatro. La recensione di Fattitaliani e le foto

L'atmosfera, il clima, il sapore dei grandi compositori del primo Novecento - classici che hanno gettato le basi del futuro musicale che è il nostro presente - nel Der Schmied von Gent di Franz Schreker all'Opera Vlaanderen di Gent, opera che -fra i tanti talenti- ha anche quello di riportare a galla opere scomparse dalla memoria musicale collettiva.
La grande musica di Schreker affonda le sue radici nella cultura del suo tempo: siamo negli anni Trenta, il mondo è in crisi, la grande depressione è in corso e la Repubblica tedesca è invasa dal cancro del nazionalsocialismo.
Schreker con la storia del maniscalco di Gent raccoglie questo malessere  creando un fairytale, una specie di opera popolare, una sorta di traslazione letteraria di un racconto pittorico alla Bruegel, una narrazione che si basa su un racconto "fiammingo d.o.c." del belga Charles De Coster, autore che a pieno titolo potrebbe stare - pur avendo scritto in francese - in quel "canone" fiammingo tanto vagheggiato da certa politica fiamminga filosalviniana.

Schreker stesso descrive la sua opera come "una grande opera magica", "un'opera per tutti", "a fairytale opera", "un'opera alla Bruegel": effettivamente ha creato un'opera nello stesso tempo naif, magica, popolare ma di neobarocca complessità, piena di ironia e trasudante un umore grottesco.
Costumi e scenografia ispirate alle figure di un libro di fiabe per bambini hanno contribuito alla magia della vicenda, una semplicità apparentemente ingenua e infantile ma che contiene riferimenti sessuali, oscuri, disorientanti, alla Félicien Rops per intenderci, che producono nello spettatore un fondo di angoscia, risvegliato attraverso alcune sapienti incongruenze - costumi da donna indossati da uomini, costruzione scenografica a tratti sghemba, la presenza di un tunnel che ricorda certi inquietanti sottopassaggi metropolitani - inquietudine che sposta il racconto scenico su un livello più profondo, quasi onirico, dandogli quella complessità che la musica di Schreker merita.


Incantevole la percepibile "artigianalità" dei costumi e della scenografia che ci riporta a una dimensione di teatro d'altri tempi, povero di mezzi ma ricco di emozioni e di idee, encomiabile in un'epoca nella quale i teatri d'opera grazie a tecnologie avanzate e mezzi economici robusti realizzano macchine sceniche degne di un film di Spielberg, affascinanti ma spesso fredde e asettiche come una banca svizzera.
Ieri sera siamo tornati alla grazia primigenia del teatro. La regia di Ersan Mondtag, autore anche della scenografia, padroneggia perfettamente il mix di elementi contenuti nel libretto e nella musica magistralmente resa dalla direzione del M° Alejo Pérez.
Con agio musicale e talento recitativo hanno interpretato Leigh Melrose il maniscalco Smee, Kai Rüütel la moglie del maniscalco, Vuvu Ppofu Astarte (qui l'intero cast).
Il coro diretto da Jan Schweiger, con il plus del coro dei piccoli diretti da Hendrik Derolez, ha contribuito non poco alla riuscita di questa inquietante e nel contempo aggraziata messinscena spaccato di un mondo popolare, naif, oscuro e non privo di humor: un contributo significativo dell'Opera Vlaanderen per riscoprire un compositore poco noto ma anche un'occasione importante per  far riflettere in modo serio fiamminghi, e non solo, sulla identità culturale fiamminga e nordeuropea. Giovanni Chiaramonte.
Foto di Annemie Augustijns