domenica 19 gennaio 2020

Kaos 2020, Antonella Vinciguerra a Fattitaliani: nel mio romanzo lo sguardo è lo strumento che cambia il mondo. L'intervista

Sambuca di Sicilia è pronto ad accogliere a Palazzo Panitteri la nuova edizione di Kaos Festival itinerante dell'editoria, della legalità e dell'identità siciliana. Fra i finalisti per la sezione narrativa c'è Antonella Vinciguerra con il romanzo "Germogli di porpora" (Epsil editore). Fattitaliani l'ha intervistata.

A Kaos Festival saranno "tre giorni di bellezza": è d'accordo con questa definizione? che cos'è in questo caso la bellezza?
I tre giorni del Festival saranno sicuramente “Tre giorni di bellezza” perché se è vero che la cultura è orgoglio e amore, nel nostro caso per la nostra terra, allora cos’è questo Festival se non l’espressione della nostra bellezza attraverso la cultura? In questo caso, allora, bellezza e cultura coincidono. 
A quali fonti e riferimento si è rivolta per la storia e l'ambientazione dei "Germogli di porpora"?
Ho scritto questo romanzo cercando di guardare i luoghi della mia fanciullezza e della mia adolescenza con gli stessi occhi di quando li ho guardati la prima volta, cioè con un ”battito di ciglia a mezza palpebra”: luoghi e persone erano intrisi di magia e potenzialmente in grado d’esser plasmati e modificati in ogni istante. Ho vissuto ogni pagina di questa storia con l’impressione d’esser spettatrice priva della facoltà di intervenire direttamente se non per scrivere ciò che di volta in volta mi veniva raccontato direttamente dal protagonista. Ogni ambiente, ogni persona, ma anche ogni oggetto, mi hanno rapita all’interno di un cerchio magico e con loro ho gioito e sofferto. 
Quanto il linguaggio utilizzato rispecchia la Sicilia raccontata nel libro? che Sicilia emerge?
Il romanzo è stato scritto con un linguaggio semplice poiché il narratore è un bambino che, anche se dotato di un intelletto particolarmente acuto, rimane un bambino, con la sua capacità ancora intatta di guardare il mondo con stupore e meraviglia, ma anche di descriverlo in modo familiare, accessibile e, a tratti, inesperto. L’italiano è intercalato da frasi, parole e modi di dire tipici della nostra isola che rispecchiano il nostro modo d’esser siciliani. L’uso della lingua/dialetto permette, infatti, di creare personaggi e descrivere luoghi aggiungendo proprio quelle sfumature e quelle ombre che restituiscono l’anima ai personaggi e alla terra stessa.
Essendo io l’autrice, è stato difficile distaccarmi, tuttavia, spero che emerga la Sicilia coraggiosa, impavida che, anche se prigioniera della morsa degli eventi, ha il coraggio di cambiare. È una Sicilia resiliente che si guarda nell’animo e parte dal proprio errore per crescere e sconfiggere l’indolenza, questa lunghezza dei tempi che, visti da chi non è nativo dei luoghi, a volte sembrano eterni; questo bisogno che le cose non cambino perché rappresentano i nostri punti fermi. Una Sicilia che trova il modo di rialzarsi e ricominciare. 
Che cosa Le piacerebbe venisse maggiormente percepito del romanzo, a Kaos e in generale?
Mi piacerebbe molto che il lettore cogliesse la tenerezza dell’animo umano e la bontà che, forse, c’è all’interno di ogni cuore e che noi cogliamo attraverso lo sguardo. In questo romanzo, infatti, lo sguardo è lo strumento che cambia il mondo. Parlo di quello sguardo capace di vedere oltre la superficie, che scopre l’anima e la fa riemergere, che libera dalla morte, che vede il dolore degli altri prima di vedere il proprio e ci fa agire per un bene più alto di quello individuale.
Vorrei, infine che si percepisse quanto, all’interno di un intreccio di vite, ognuno è fondamentale per l’altro sia per ciò che è che per ciò che diventerà. 
Quanto Le appartengono i personaggi che lo animano?
Ho amato molto tutti i personaggi di questa storia, ma il personaggio che mi appartiene veramente, al punto da considerarlo come una parte di me, è Ninì. Mi ha irretito con la sua bontà, la sua forza e la sua estrema fragilità; ha stuzzicato il mio senso materno e mi ha commosso fino alle lacrime. Tuttavia, non sono stata io a tenergli la mano ma, al contrario, lui. Mi ha consolato, mi ha sostenuto e mi ha raccontato questa storia affinché io la scrivessi. 
Dopo aver finito il libro ha provato più sollievo o in un certo senso dolore per aver dovuto lasciare andare storie e personaggi?
Nessun sollievo, a dispetto del raggiungimento dell’obiettivo di Ninì; al contrario, ho provato un enorme dispiacere, quasi un vero dolore nel lasciare i personaggi e la magia di luoghi ed eventi. Giovanni Zambito.