giovedì 5 dicembre 2019

I DUE SCULTORI DI ROMA... E NON SOLO

Pur non dichiarandolo apertamente, la storia ricorda e insegna che quella regione distesa ai piedi di Roma che oggi identifichiamo con Ciociaria e che agli inizi era la Terra dei Volsci e degli Ernici e poi Latium e poi Campania Regio Prima e poi Campania/Campagna di Roma e poi e poi….
Ebbene detta regione è stata la Madre di Roma perché tutte le vicende, leggendarie, poetiche e storiche che ne narrano e raccontano natali e eventi, si sono svolti su questo suolo e a contatto con i primi abitanti, i Volsci appunto e loro varie denominazioni. E quando i due giovanotti presero a tirare i solchi della futura alma Roma sulla riva sinistra del Tevere, i monti Ernici, Lepini, Aurunci risplendevano già delle mura possenti di pietra bianca che proteggevano i paesi ivi arroccati: tale primogenitura a poco valse e ancor meno la comune origine, in quanto la volontà di conquista e di   sopraffazione dei novelli ‘romani’ ebbero la meglio, fino alla sottomissione degli antichi abitanti dei monti, anche se nel corso degli anni i vincoli originari, anzi filiali, Roma-Ciociaria si conservarono intatti e intonsi: e già con Orazio “l’agreste Lazio”  e  “Roma” erano un tutt’uno, un solo corpo. E nel contesto di questa complementarietà e simbiosi, in realtà, plurisecolari, due personaggi giganteggiano fuori della mischia degli imperatori, dei consoli, degli scrittori, dei generali, cortigiane, poeti, dei papi, cardinali…cioè due artisti scultori.
La firma autografa di Novio Plauzio sul copecho della Cista
Verso la metà del IV secolo a.C. Roma è squassata dalle lotte contro i Sanniti, genti di montagna ardue a sottomettere, è impegnata anche nella realizzazione gigantesca della Via Appia e inoltre  nel 326 a.C. subisce la pesante umiliazione alle cosiddette Forche Caudine; e al contrario quale contrappasso, in questi medesimi anni, a pochi chilometri da Roma, in un luogo appartato e lontano dai fatti narrati, a Palestrina, una famiglia benestante del posto è intenta a festeggiare un evento felice di cui protagonista è  una loro figlia: per l’occasione  commissiona a uno scultore  un regalo particolare, degno della occorrenza: l’artista si firma Novio Plauzio e l’oggetto che realizza è una cosiddetta Cista, cioè un contenitore per oggetti personali di donna: un oggetto veramente fuori del comune e degno del lieto evento: si tratta di un cilindro in rame alto 70 cm munito di tre piedini in bronzo scolpiti e  sul coperchio un manico consistente in tre sculturine di grande qualità  pure in bronzo. La Cista è splendidamente incisa e scolpita con episodi della mitologia greca: si legge immediatamente lo stile grecizzante e che l’artista è imbevuto del mondo ellenico pur non essendo greco: è un romano, di Atina, che può aver appreso il mestiere a Napoli o adiacenze, a quell’epoca ultima appendice della Magna Grecia oppure direttamente in Atina che comunque connotava notevoli influssi della cultura grecizzante. In una nota passata abbiamo presentato Novio Plauzio, l’autore della Cista e attestato per la prima volta  anche la sua appartenenza Atinate: tale filiazione, grazie anche alla numismatica, viene corroborata ulteriormente ricordando gli altri illustri concittadini della famiglia Plautia (o Plozia o Plauzia) di Atina che si distinsero in varie magistrature a Roma e che, grazie al loro importante ruolo, erano perfino autorizzate a battere moneta: Gneo Plauzio nel 278 a.C., L.Plauzio Ipseo nel 194-190 a.C., Aulo Plauzio nel 55 a.C. ufficiale di Caio Mario e alla medesima epoca Gaio Plauzio Planco e possibilmente anche l’altro Aulo Plauzio che nel 43 d.C. conquistò la Gran Bretagna dietro ordine dell’imperatore Claudio: ne consegue perciò sulla scorta anche della numismatica la attendibilità indiscutibile della sua filiazione atinate che, in aggiunta, sottolinea e conferma il ruolo distintivo, e direi, quasi unico, rivestito dalla città di Atina in epoca romana e, alla luce di certe espressioni di Virgilio, anche preromana. Novio Plauzio è dunque il primo scultore che, solitario, si incontra in Roma antica e di cui si ha notizia certa: in effetti succube e tributaria, consapevole, dell’arte greca, Roma non ha dato sostanzialmente artisti di  particolare rilievo in pittura e scultura.  
Facendo un salto di alcuni secoli, ci imbattiamo in un altro scultore, pure originario della terra ciociara anche se nato a Napoli, che è da considerare però un autentico scultore di Roma anzi lo scultore di Roma per antonomasia, non tanto per ragioni anagrafiche  essendovi vissuto tutti i suoi 48 anni di vita salvo qualche mese a Napoli e a Castrocielo,  bensì grazie alla elevata quantità di opere di rilievo presenti nella Capitale: infatti nessun artista è rappresentato nella Città Eterna con così tante opere quanto Amleto Cataldi, lo scultore che  stiamo ricordando. E’ presente, citando a memoria, con cinque opere alla Galleria Naz. d’Arte Moderna, con tre alla Gall. Comunale poi  al Quirinale, alla Banca d’Italia, al Campidoglio,  al Senato e sparsi per la città monumenti e sculture del più grande impegno che lasciamo al lettore il piacere di scoprire: tra questi rammentiamo sul Pincio, a pochi metri dal balcone prodigioso su Roma antica e a pochi metri dalla Casina Valadier, la splendida Fontana della Ciociara, comunemente, e erroneamente, nota come l’Anfora, qui voluta nel 1913 da quel grande sindaco di Roma che risponde al nome di Ernesto Nathan.  
Michele Santulli

In copertina: A. Cataldi: la Fontana della ciociara, Villa Borghese a Roma