lunedì 25 novembre 2019

Gruppi Folkloristici locali


E’ certo che un grazie va riconosciuto alle associazioni di certe località e alle pubbliche istituzioni che le sponsorizzano e sostengono, le quali si fanno promotrici della divulgazione e preservazione dei rispettivi  ‘costumi’  locali, tradizionali o meno.
Ed è suggestivo e perfino pittoresco ammirare le loro  apparizioni pubbliche, tutti belli uguali  ed eleganti e multicolori. E lo stesso avviene quando sono presenti gruppi folkloristici di altre regioni o perfino nazioni: tutti uguali e armoniosi nelle vestiture.
Ed è in questo momento che si impone, storicamente e folkloricamente, una osservazione delicata. Si noti che tutti o la massima parte dei gruppi che vediamo evolvere  in pubblico raffigurano gli abiti indossati dalla classe medio-alta di ogni località cioè quelli indossati dagli artigiani e dalle donne di paese, casalinghe o lavoratrici, non dunque le classi basse o quelle nobili dell’epoca che    conformazioni differenti presenterebbero. E quindi è gradevole alla vista vederli sfilare o esibirsi tutti uguali e rifiniti: raffrontarli e confrontarli coi documenti antichi -e questi in generale possono essere solo i quadri dei pittori quando se ne occupano-  allora si scoprirebbe sicuramente che tale uniformità è in verità alquanto inusitata e perfino arbitraria, sempre ammesso che i quadri citati si riferiscano a quegli abiti particolari o a quelle località pertinenti: in effetti non esistono nell’arte pittorica, come regola, salvo qualche eccezione, quadri che illustrano anche la esatta tipologia dell’abito di una località oppure opere pittoriche che si riferiscano a località precise e quindi agli abiti indossati. Di conseguenza gli attuali gruppi folkloristici in realtà sono svincolati da regole e da limitazioni documentarie: di norma evidenziano  quale riferimento storico  ‘mia nonna’ o  una loro tradizione orale  o vecchie fotografie:  anche in questo caso la uniformità e livellamento degli abiti sono fuori del reale. Vincolati e impegnati sono al contrario quei gruppi che ripropongono o conservano abiti e costumi tradizionali ancora vivi e validi quali quello scozzese, il tirolese, il brettone, il bavarese, l’olandese e qualche altro in quanto la tradizione viva e operante li guida e anche li obbliga. 
Eppure la storia dell’arte e non solamente la storia dell’arte, conserva gelosamente la memoria di un abito che esula da quanto sopra e che, malauguratamente, pur non essendo indossato e quindi tenuto vivo nella quotidianità dalla gente del luogo come quelli più sopra ricordati, scozzese, tirolese, ecc., è al contrario il più documentato ed illustrato e più conosciuto e ammirato poiché presente in quasi tutti i musei e pinacoteche del pianeta, come nessun altro: alludiamo al costume che indossavano in verità gli ultimi della società dell’epoca e cioè i braccianti agricoli, i giornalieri, i manovali della terra, in certi luoghi sperduti della Ciociaria: e diciamo ‘costume’ anche se in realtà si trattava solo di veri e propri ‘stracci colorati’, confezionati in casa con i materiali a portata di mano  e poi tinti con le erbe e sostanze pure in giro: si parlerà di ‘costume’ nel corso del tempo, a seguito dei rapporti maturati con gli artisti stranieri a Roma. Perciò assistere oggi alle evoluzioni gradevolissime degli eleganti e tutti uguali paludamenti dei gruppi folkloristici suddetti che si propongono di mettere in pubblico il ‘costume ciociaro’ è storicamente  motivo  a dir poco di disagio: il povero bracciante e manovale della fine del 1700 emigrato per miseria e fame nelle Paludi Pontine, a Roma città o al di là delle Alpi, non indossava certamente l’elegante vestitura e i colori pastello delle stoffe oggi comunemente esibita: è imbarazzante a dir poco costatare in che modo sono rese le cioce da certi gruppi realizzate con dei materiali che nulla e niente hanno a che vedere con la pelle di maiale o di asino o di bue impiegata a suo tempo, con delle conformazioni assurde quali certi becchi alle estremità  e certe allacciature attorno alla gamba a dir poco irrituali, senza parlare della ragazza in costume col rossetto sulle labbra o  che indossa gli occhiali da sole: le donne di qualche gruppo
portano perfino scarpe normali, forse a dimostrare e a confermare che in verità non si propongono di  illustrare il costume originario del bracciante cioè il ‘costume ciociaro’ bensì quello di altre classi sociali, come detto più sopra: allora si impieghi un’altra dizione, che possibilmente escluda quella di costume e cioè  abito: di Atina, abito di Veroli o di Alatri, abito di Arpino ma non, ripeto, costume anche perché tale termine nella dottrina del folklore ha un significato differente e tanto meno   ‘costume ciociaro’. Qualche altro gruppo, pur connotando l’assurdità iniziale degli abiti  tutti uguali, in verità si sforza di rispettare in qualche modo e almeno per gli abiti femminili, la documentazione pittorica facendo indossare alle donne,  le collane di corallo, gli orecchini e perfino i mutandoni (dubito che potessero permetterseli! le povere ciociare!), a parte il rossetto!
                                                                                                                     
                                                                                                                                                                              Michele Santulli