giovedì 25 febbraio 2016

Teatro, Stefano Santomauro in "Metereopatiko". L'intervista di Fattitaliani: ogni spettatore dà ad un personaggio un significato diverso

Stefano Santomauro, attore livornese racconta storie al limite della realtà. In Metereopatiko lo fa quasi tutto d’un fiato e lo spettatore è rapito dal fiume di parole. Non è una storia ma un intreccio di storie e lui è sempre molto bravo a dipanare la matassa. L'intervista di Fattitaliani.

Autore ed interprete straordinario di Meteoropatiko scritto con la K invece che con la C, perché?
È uno spettacolo amaro, il KO finale è un messaggio di speranza ma con un filo sottile di amaro. La storia racconta la battaglia per l’amore della propria vita che però non riesce mai a chiudere il cerchio. KO è una parola buffa, se la giri diventa ok, mi piaceva metterlo alla fine.
Nella storia narri che soffre di meteoropatia un italiano su quattro. Com’è venuta fuori questa cosa?
Io stesso soffro di meteoropatia e venendo da Livorno, una città dove c’è sempre il sole e siamo abituati bene, ho fatto delle ricerche e ci sono degli scienziati che sostengono questa cosa e che addirittura i sintomi depressivi legati al tempo stiano aumentando fino a farla diventare una vera e propria patologia. La meteoropatia è l’argomento principe in ascensore quando non si sa di cosa parlare. Oggi è quasi come se fosse uno specchio di quello che ci accade. È febbraio e a Roma fa caldo, sembra una giornata estiva e ciò scombussola tutto. Secondo me è una bella metafora di quello che sta accadendo.
Dove hai affinato il tuo umorismo sottile?
Ho due vite come il Dottor Jekill & Mister Hyde. Vengo dal cabaret, a Livorno faccio Zelig Lab ed il mio primo amore rimane quello, far ridere. L’altra parte di me è quella che esprimo tutta in questo spettacolo e che ho imparato da Paolo Migone che è livornese come me e con il quale ho avuto la fortuna di poter lavorare per due anni e che mi ha fatto conoscere la comicità surreale che non arriva come un pugno ma all’improvviso. Il pugno ti fa ridere lì per lì, ti alzi, hai passato una bella serata e te ne vai. La comicità fatta in questo modo come in MeteropatiKo, te la porti dentro per un po’ di giorni. È senz’altro più difficile perché devi chiedere allo spettatore uno sforzo in più, non è come il cabaret che è come un self-service. Questo spettacolo è scritto insieme a Carlo Neri con un racconto molto folle e surreale che però sta piacendo tanto e quindi sono molto contento.
Racconti surreali tenuti insieme da un filo logico. Riesci sempre a catturare il pubblico?
Purtroppo no, questo dipende dal fatto che è molto faticoso perché come me ci sono molti artisti che portano spettacoli che hanno bisogno di più tempo per la comprensione. Ci sono persone che sono venuti a vedere lo spettacolo per due volte e si sono resi conto di alcune cose che non avevano visto la prima volta. Secondo me oggi il Teatro deve essere questo. Ci deve essere comunque un rapporto in cui non ti dico subito quello che accade. Oggi accade una cosa dall’altra parte del mondo ed in un secondo lo sappiamo. Abbiamo perso un po’ la ricerca di una storia, di un colpo di scena. C’è bisogno di qualcosa che per un quarto d’ora vaghi nel nulla e poi alla fine tutto torna. Questa cosa è molto faticosa, però ci credo tanto. Le persone che vengono a vedere lo spettacolo e che ne percepiscono lo stile, sono quelle che ti porti dentro.
Una carrellata di personaggi da Claudio il grande, Jorge, Suarez il pappagallo, alla bambina-ragazza che non piange mai. Dove hai trovato gli spunti?
Ho una gran fortuna e lo dico con umiltà, ho una creatività incredibile. Guardando le cose di tutti i giorni, in alcuni momenti della giornata scrivo, il personaggio di Claudio l’ho scritto in un’ora e le parole che dico nello spettacolo, sono esattamente quelle che ho scritto. Nello spettacolo è importante uscire dal testo e rappresentare i personaggi visivamente come se esistessero davvero. Ogni spettatore dà ad un personaggio un significato diverso.
Viviamo da tempo una grande crisi economica, secondo te la meteoropatia va d’accordo con il nostro mal di vivere?
È una sintesi di una patologia che può esserci insieme a tante altre come il cibo, la ricerca del lavoro e la meteoropatia secondo me un po’ se ne accorge.
All’inizio dello spettacolo dici “Non è una storia ma un intreccio di storie”. Come te la cavi a venir fuori dall’intreccio?
Spero sempre che il bandolo della matassa arrivi fino in fondo a dipanarsi. È importante che ovunque vada, gli spettatori ci si affezionino. Non è semplice perché oggi siamo abituati alla risata pà-pà la nostra è una risata musicalmente diversa.
Ci si accorge dell’amore quando non c’è più.
Il personaggio fa di tutto per conquistare l’amore della sua vita. Per paura oggi non si fanno un sacco di cose. Il messaggio di questo spettacolo è di non rimandare le cose. E’ un finale amaro perché il personaggio non lascia mai l’ombrello, prova a dirlo, prova a farlo ma non ce la fa. Ogni personaggio ha una vita a sé, Claudio suo malgrado è un eroe ma non vuole esserlo. E’ un po’ la vita di tutti, c’è chi si trova in posti dove non vuole stare eppure c’è. Chi vorrebbe fare e non può. Invece Jorge e Suarez alla fine riescono a vincere e a scappare. Tutto ciò è l’intreccio della storia. Amo molto gli intrecci, i percorsi che fino al finale non capisci. Secondo me sono gli spettacoli più belli perché lo spettatore è chiamato in causa.
Parli spesso di perturbazioni provenienti da Nord-est ma c’è un significato politico?
Macché! Se guardi il telegiornale, la perturbazione arriva sempre da Nord-est.
L’anno scorso lo spettacolo è stato in scena al Kopo. Quest’anno al San Luigi Guanella di Roma, in quali altri posti l’hai portato?
Firenze, Arezzo, Livorno e presto saremo a Pordenone, Torino, Napoli, Salerno forse a Bologna ed a Parma. Sta partecipando a dei festival, l’attenzione su questo spettacolo è molto alta e secondo me ne vale la pena.
Da Nord a Sud chi reagisce meglio e perché?
Reagisce molto bene il pubblico abituato. Questo è uno spettacolo che fa pubblico con il passaparola. A Firenze è stato rappresentato al Teatro del Sale che è gestito da un’attrice bravissima Maria Cassi insieme al marito che è un cuoco. Prima dello spettacolo si cena. Ho iniziato alle 21 e prima alle 19,30 c’era il caos. Persone che mangiano, urlano, la cucina a vista. Eppure è stata una serata fantastica. Dopo aver mangiato, levano tutto e si mettono davanti al palco. A me servono anche le serate come queste, sai che lo spettacolo deve abbassarsi un po’, sai che devono essere aperte delle finestre per far entrare il pubblico, è come un’uscita di sicurezza per prendere quelli che si perdono. Non manca molto alla perfezione.
Che formazione hai avuto?
Non ne ho avuta nessuna, sono un autodidatta anche se lavoro con La Compagnia degli Onesti di Emanuele Barresi, ho avuto anche modo di lavorare in altre compagnie, imparo sul campo. Da Migone in poi ho avuto sempre la fortuna di trovare i Maestri che mi hanno dato sempre il meglio. La tecnica oggi la fa da padrona perché uno pensa “Se mi presento bene se faccio bene le cose” invece penso che non si tratta di esser bravi, si tratta di saper raggiungere le persone. La tecnica ti aiuta ad arrivare fino in fondo, come dice un video di Claudio Aspesi che ho visto da poco. Esistono le Accademie dei comici come se i tempi e la comicità si possano imparare. Certamente serve perché è la lingua universale. Senza però tutto il resto sei una scatoletta con una confezione bellissima ma vuota dentro. Faccio tantissimi spettacoli con un pubblico sempre diverso, scrivo tutto io ed ogni volta ho modo di relazionarmi con persone diverse. Ho studiato la tecnica perché serve ma non perdo mai l’istinto di sapere dove andare. Nel cabaret o in cima o in fondo, improvviso sempre e la gente se ne accorge.

Elisabetta Ruffolo