sabato 13 aprile 2019

Giacomo Cacciatore presenta il 7° romanzo "Piccola italiana". L'intervista di Fattitaliani

“Piccola italiana” è il settimo romanzo dello scrittore Giacomo Cacciatore (incipit). Edito da Fernandel, il libro racconta la storia dell’amicizia tra due ragazzine, Agata e Virginia, entrambe ospiti, per ragioni diverse, di un collegio religioso in epoca fascista.

Agata, orfana e riottosa, sin da piccola metterà a durissima prova suore, insegnanti, compagne di scuola e persino un luminare della psichiatria, il dottor Marcus, chiamato a risolvere il “caso” dell’irredimibile ribelle. Virginia, calma e riservata, figlia di ebrei, sarà l’unica in grado di stabilire un rapporto con Agata. Ma quest’ultima ha in mente un obiettivo delirante e per giungere allo scopo non risparmierà nessuno. In attesa di una visita di Mussolini al collegio, e mentre la vigilatrice Itala Calcaterra vagheggia una storia d’amore con il Duce, il progetto di Agata prenderà forma, e alla fine farà Storia, quella con la S maiuscola. 
Il romanzo (pag. 134, euro 12) ha molti rimandi all’attualità politica e al clima sociale odierno. Si connota anche per un particolare uso del linguaggio del ventennio e della persuasione “di regime”. L'intervista di Fattitaliani a Giacomo Cacciatore.
C'è stato un evento, un personaggio, un articolo preciso che ti ha ispirato la storia?
Sì. I racconti di mia madre, che ha vissuto un’esperienza in un collegio del nord durante la seconda guerra mondiale. Quel periodo l’aveva talmente segnata (era una bambina) che di tanto in tanto tornava sull’argomento raccontando un’atmosfera, episodi carichi di tensione. Come lei li aveva introiettati, almeno. 
Quali elementi ti erano chiari sin dalle prime pagine e quali invece ti sono venuti incontro durante la narrazione come una sorpresa a te stesso?
Mi era chiara l’impostazione che avrei dato ad Agata. Sarebbe stata un’irriducibile, molto astuta, ma con una visione sfrenatamente fantasiosa della realtà. E con un lato oscuro: rivalsa, vendetta, spropositata immagine di sé. 
"Liberandosi del telo nero con una manina, offrì alla monaca il primo indizio del suo carattere...": quante volte questo primo indizio troverà conferma nella storia?
Più e più volte. In un crescendo inesorabile. Agata sarebbe stata inoffensiva soltanto se isolata dal consorzio umano. Condizione alla quale, tra l’altro, è naturalmente incline e di cui è segretamente consapevole. Tutto in Agata, al di là della naturale attrazione e curiosità verso il prossimo, si riconduce esclusivamente a se stessa. 
In te, autore, che sentimenti suscitano Agata, Virginia e gli altri personaggi...?
Agata è il mio lato contraddittorio, polemico, contro tutto e tutti. Virginia è la sensibilità fatta bambina: sarebbe diventata una grande donna, se… Invece Marcus è il mio alter ego razionale, ma talmente razionale da farsi trascinare dagli eventi imprevedibili, i più irrazionali. Zafferina mi dà pace: è una religiosa “contro” i conformismi e la stupidità, al pari di Agata, sebbene metta la propria sensibilità al servizio del prossimo e in contrasto con la follia dilagante del ventennio fascista. La vigilatrice Itala è una fanatica, irrisolta, frustrata; ma comprendo che nella sua condizione non avrebbe potuto fare altro che uniformarsi al fascismo e trarne ragione di vita, in una vita che poco di buono le ha riservato. Le scolare sono l’innocenza deturpata da un pensiero unico che ne plasma idee e linguaggio, facendole sentire l’una uguale all’altra e, quindi, al sicuro. Ogni tanto qualcuna trasgredisce. È la via di fuga quando si è bambini.      Dai riscontri avuti già dai lettori, hai registrato reazioni e impressioni inaspettate o diverse da quelle che tu stesso ha sentito?
Non mi aspettavo un riscontro così positivo. Chi ha letto il romanzo è “precipitato” nella storia. Ha familiarizzato coi personaggi. Un’insegnante di liceo ha portato il libro in classe e i ragazzini hanno presto cominciato a considerare Agata “una di loro”. È il segno, per me, che il romanzo funziona. Risultato che lo scrittore non può mai dare per scontato.  
Alla fine della storia, è stato facile lasciare andare la storia e i suoi protagonisti?
Sì. Di solito quando scrivo trascorro tanto tempo coi personaggi che non vedo l’ora che si defilino. E che mi lascino in pace… A quel punto, non sono più miei, ma di chi legge. 
La carica sentimentale del romanzo mi sembra importante: quanto sei stato attento alla scrittura e allo stile rispetto alla passione e alla spontaneità che una storia simile porta con sé? i due aspetti sono andati a braccetto oppure a volte facevano a cazzotti?
Ho lavorato molto sul linguaggio. È una storia sulle forme di comunicazione distorte, questa. Sulla lingua e i simboli della propaganda. Che fossero delle bambine a finire in questo tritacarne ideologico ed “educativo” ha giocato a favore dell’emotività. I bambini offrono una lettura spontanea, a volte crudele, ma sincera, della realtà adulta cui sono sottoposti. E noi tifiamo per loro. 
Ti piacerebbe che del libro rimanesse cosa in particolare?
Mi piacerebbe che restasse nelle librerie, a disposizione di chi lo cerca… per i prossimi cento anni! E oltre. Non ci sarò più io, ma i libri sì. E in questo pecco di ingenuità e di ottimismo, al pari delle bimbe del collegio. Non mi dispiacerebbe che se ne facesse un film. Quello con il cinema è un appuntamento che mi si ripropone in varie occasioni. Sono abbastanza convinto che, prima o poi, da questo romanzo (o da un altro dei miei) un buon regista trarrà qualcosa di valido.  
Agata e Virginia oggi chi potrebbero essere?
Oh. I concorrenti di un talent-show. Non vedo moltissima differenza tra questi “carnai” televisivi e le piccole italiane di Mussolini che si esibivano come da “copione”. Giovanni Zambito.
L'AUTORE
Giacomo Cacciatore è nato in Calabria nel 1967, ma vive da sempre a Palermo. Ha collaborato per una decina d’anni come narratore e corsivista con «la Repubblica». Ha pubblicato sei romanzi: L’uomo di spalle (Dario Flaccovio, 2005), Figlio di Vetro (Einaudi, 2007), Salina, la sabbia che resta (Dario Flaccovio, 2010, scritto con due coautori), La differenza (Meridiano Zero, 2014), Se tornasse Natale (Baldini&Castoldi, 2015), Uno sbirro non lo salva nessuno (Dario Flaccovio, 2017). Alcuni suoi libri sono stati tradotti in Francia, Germania e Spagna. Con il saggio Il terrorista dei generi - Tutto il cinema di Lucio Fulci, scritto con Paolo Albiero (Un mondo a parte, 2005; edizione ampliata Leima, 2015), ha vinto il Premio Efebo d’Oro speciale 2005 per il miglior libro di cinema.